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letture critiche del tempo presente

NEL RECINTO DEL SIGNORE

LETTURA BIBLICA: GIOVANNI 10, 1-10

«In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un bandito.

Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore.

Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore ciascuna per nome e le conduce fuori.

 E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce.

Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».

 Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro.

Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore.

Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e banditi; ma le pecore non li hanno ascoltati.

 Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo.

Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Conviene iniziare dal versetto 6, quello che divide in due parti questo discorso di Gesù. Chi sta ad ascoltare Gesù, non capisce il significato delle sue parole. Che cosa non capisce? Non certo il senso letterale, perché Gesù ha detto cose fin troppo ovvie, quasi banali: chi entra dalla porta dell’ovile è il pastore, chi scavalca il recinto è invece un ladro o un bandito. Le pecore riconoscono il loro pastore, ma non riconoscono gli estranei. Gli ascoltatori di Gesù hanno però perfettamente inteso che Gesù, come è solito fare, si è espresso con una similitudine, più precisamente con una pareimia, un detto proverbiale che viene espresso in linguaggio figurato e vuole trasmettere una conoscenza. Ma non ne hanno capito il significato. Si chiedono evidentemente a chi allude Gesù quando parla del pastore, a chi allude quando parla di ladri e banditi e chi sono le pecore.

Gesù allora riprende a parlare per chiarire il suo discorso, ma sorprendentemente non comincia dal pastore, né dai ladri e banditi e neanche dalle pecore, ma dalla porta. E dice: «io sono la porta, io sono la porta del recinto delle pecore». Solo dopo, nel brano successivo, dichiarerà esplicitamente di essere anche il pastore. Gesù incomincia dalla porta, perché è l’entrare dalla porta o da un’altra parte che permette innanzitutto di distinguere il pastore dal ladro e dal bandito. E la porta da cui entra il vero pastore è Gesù stesso. Chi si introduce nel recinto delle pecore, chi cerca di impadronirsene, senza entrare per quella porta, viene smascherato come ladro e bandito.

Il testo è duro, ma inequivocabile: solo Cristo è la porta. Per pensare che chi oggi non è cristiano possa essere ugualmente incluso nella salvezza, e dobbiamo pensarlo, dobbiamo ritenere o che alla fine tutti o molti o alcuni fra coloro che non credono a Cristo si convertiranno, come la chiesa ha creduto per secoli, o che Cristo si possa manifestare anche in altro modo, che possa raggiungere in altra forma gli uomini e che questi possano dare un nome diverso a Colui che noi chiamiamo Cristo, a quella manifestazione di Dio che si è per noi espressa in Gesù di Nazareth.

Ma torniamo al nostro testo. Dopo la porta, esiste un altro segno di riconoscimento che permette di distinguere il pastore dal ladro e dal bandito. Il pastore conosce tutte le sue pecore, le chiama per nome, una ad una. E le pecore conoscono la voce del loro pastore e lo seguono, mentre invece non conoscono la voce dell’estraneo e fuggono da lui.

Il vero pastore e i falsi pastori, che sono in realtà ladri e banditi, hanno ovviamente finalità opposte: il pastore vuole condurre le pecore al pascolo, dar loro nutrimento e vita, salvarle. Quegli altri vogliono invece tre cose soltanto: rubare, uccidere e distruggere.

Nel brano successivo, come si diceva, Gesù – il Gesù di Giovanni che in modo opposto al Gesù di Marco non segue affatto il “segreto messianico”, ma si dichiara e si proclama apertamente – rivelerà di essere lui stesso il pastore.

Ma il testo ci pone altre due domande, una ovvia, un’altra meno scontata, se non la si risolve sbrigativamente. La prima domanda è questa: chi sono i ladri e i briganti? A chi allude Gesù? Sono state date diverse interpretazioni, alcune senz’altro non più sostenibili – i profeti dell’Antico Testamento – altre solo in parte corrette – i sacerdoti e i farisei, ossia la classe dirigente giudaica del tempo, i romani… Mi pare che anche in questo caso il testo sia duro, ma inequivocabile: chiunque si introduca nel recinto delle pecore, scavalcandolo, senza passare dalla porta, dalla porta che è Cristo, è un ladro e un bandito.

Che le pecore siano il popolo di Dio è ovvio, ma proprio questa apparente ovvietà blocca spesso la nostra riflessione e non ci consente di capire altre cose importanti di questo testo. Il paragone, ricorrente nella Bibbia e non solo nelle parole di Gesù, non si può liquidare con una semplice spiegazione sociologica, riconducendolo alla realtà agricolo-pastorale della società del tempo. I credenti sono assimilati alle pecore in un modo che può indisporre la nostra sensibilità, ma che proprio per questo ci interpella. La pecora significa la mansuetudine, come è chiaro e come si dice sempre, ma significa anche la socialità -le pecore stanno in gruppo, strette l’una all’altra, e quella che si è isolata, si è smarrita e va recuperata – e significa l’obbedienza al pastore. Le pecore sono indifese senza la protezione del pastore e diventerebbero facilmente vittima dei predatori se si recassero al pascolo e al ruscello da sole.

Il paragone colpisce severamente le pretese di autodeterminazione e di autosufficienza dell’uomo moderno. Ma questo, attenzione, solo rispetto al vero pastore che è Cristo, questo solo rispetto a Dio. È solo la voce del pastore che le pecore riconoscono ed è solo il pastore che seguono. Il testo esclude ogni soggezione e ogni obbedienza ad altri presunti pastori, che vengono smascherati come ladri e briganti. Il massimo della sudditanza a Dio coincide quindi con il massimo della libertà rispetto all’autorità umana ed anzi è proprio la servitù a Dio che libera dalla servitù agli uomini.

Resta un ultimo interrogativo. Il nostro testo pare piuttosto “ottimistico”. Alle pecore, ossia ai fedeli, attribuisce una infallibile capacità di distinguere il pastore dal ladro e dal brigante. L’esperienza di falsi profeti, di falsi messia, di demagoghi, siano essi politici o religiosi, ci sembra dire altro, pare quasi indicare l’opposto. Ma a ben vedere, Gesù dice che il pastore chiama per nome le sue pecore e che le sue pecore lo riconoscono. La contraddizione con l’esperienza comune che ci parla del successo, del facile successo, dei falsi pastori si può risolvere solo in un modo: le pecore che si lasciano irretire da loro, gli “uomini-massa” che hanno osannato i grandi dittatori e tutti quelli che cadono ancora nella rete di totalitarismi più “morbidi” e più subdoli, ma non meno pervasivi, gli uomini del “conformismo da automi” di cui parlava Erich Fromm in “Fuga dalla Libertà”, non sono nel gregge del Signore o almeno quelli che lo sono si salvano in tempo, capiscono il loro errore e l’equivoco in cui sono caduti.

Vorrei riuscire a dire, infine, quanto questo testo sia immensamente consolante. Una volta che abbiamo rinunciato a tentazioni titaniche e superomistiche e abbiamo anche accettato la nostra fragilità e riconosciuta come illusoria la nostra autosufficienza, una volta che abbiamo capito – e questo è indubbiamente un arduo passaggio per l’uomo moderno – che proprio la servitù a Dio fonda la nostra libertà nel mondo, nessun pensiero è più gioioso che saperci custoditi, ora e sempre, nel recinto del Signore, conosciuti da lui, uno per uno, capaci a nostra volta di riconoscerne la voce e di smascherare invece quella dei ladri e dei banditi, e sempre guidati al nutrimento e a una vita non effimera, non precaria, ma che ci è donata in abbondanza.

                                                                                              Soli Deo gloria