Categorie
letture critiche del tempo presente

IL SEDER DI PESACH E I QUATTRO FIGLI

Molti sanno che nel seder di Pesach, la cena delle prime due sere della Pasqua ebraica, vengono sollecitate dagli adulti le domande dei bambini, in modo da spiegare loro il significato del rito che si sta celebrando e quello della storia che si sta ricordando e in modo da trasmettere la memoria della liberazione dalla schiavitù in Egitto di generazione in generazione. In realtà, l’haggadah – il racconto che viene recitato sulla base della Torah – è più complesso e prevede quattro diverse figure tra i figli: il saggio, l’empio, il semplice e colui che non sa domandare. Ad ognuno di loro si darà una risposta diversa.

Il figlio saggio

La domanda del figlio saggio è quella di Deuteronomio 6,20:

Quando in avvenire tuo figlio ti domanderà: «Che significano queste istruzioni, queste leggi e queste prescrizioni che il SIGNORE, il nostro Dio, vi ha date?»

Il figlio saggio ha già colto da solo il cuore della questione e fa la domanda più assennata: si interroga sul valore della Torah stessa, sul significato delle istruzioni, delle leggi e delle prescrizioni.

La risposta sarà dunque questa (Deut, 6, 21-25):

Tu risponderai a tuo figlio: «Eravamo schiavi del faraone in Egitto e il SIGNORE ci fece uscire dall’Egitto con mano potente. Il SIGNORE operò sotto i nostri occhi miracoli e prodigi grandi e disastrosi contro l’Egitto, contro il faraone e contro tutta la sua casa, e ci fece uscire di là per condurci nel paese che aveva giurato ai nostri padri di darci. Il SIGNORE ci ordinò di mettere in pratica tutte queste leggi e di temere il SIGNORE, il nostro Dio, affinché venisse a noi del bene sempre ed egli ci conservasse in vita, come ha fatto finora. Questa sarà la nostra giustizia: l’aver cura di mettere in pratica tutti questi comandamenti davanti al SIGNORE nostro Dio, come egli ci ha ordinato».

Al figlio saggio sarà quindi chiarito il significato essenziale della storia e sarà detto ciò che è essenziale e necessario ricordare e tramandare: la condizione di schiavitù in cui si trovava Israele; la liberazione potente e miracolosa operata da Dio; la sua promessa della terra; l’ordine di rispondere a questo grande atto di liberazione col mettere in pratica tutte le sue leggi e con l’obbedirgli, per riceverne sempre la benedizione e per adempiere la giustizia.

Il figlio semplice

La domanda del figlio semplice si trova in Esodo 13,14:

“Che significato ha tutto questo”?

Il figlio semplice è stupito, quasi incantato dal mistero di quella celebrazione, così nuova per lui.

La risposta che gli si dà, sottolinea gli aspetti più fiabeschi, se così si può dire, della haggadah, quelli cioè che più possono colpire la fantasia del bambino, rivelandogli tuttavia l’essenziale: la liberazione prodigiosa operata da Dio, con la sua potenza, che colpisce l’empietà del Faraone. La risposta al figlio semplice è comunque lineare, elementare: secondo il Rebbe Nachmann di Breslov il semplice non cerca sofisticate esposizioni intellettuali: la sua anima già sa, egli già sente dentro di sé ciò che occorre sapere. Ecco dunque ciò che gli si dirà (Esodo 13, 14-15):

“Il SIGNORE ci fece uscire dall’Egitto, dalla casa di schiavitù, con mano potente; e quando il faraone si ostinò a non lasciarci andare, il SIGNORE uccise tutti i primogeniti nel paese d’Egitto, tanto i primogeniti degli uomini quanto i primogeniti degli animali. Perciò io sacrifico al SIGNORE ogni primo parto maschio, ma riscatto ogni primogenito dei miei figli”.

Il figlio che non sa domandare

La Torah prevede anche il caso del figlio che non sappia domandare, per timidezza, per pigrizia mentale, perché ancora troppo piccolo.

La risposta che gli si darà, sarà la stessa che verrà data all’empio e che vedremo ora, ma con la differenza che il figlio incapace di porre domande sarà comunque salvato, a differenza dell’empio, non per i suoi meriti, ma per quelli della comunità dalla quale, ancora una volta a differenza dell’empio, non si è escluso.

Il figlio empio

Veniamo dunque al figlio malvagio, non senza aver notato il “realismo” della Torah: la discendenza è importante ed è generalmente una benedizione, ma non è dato avere i figli che si desidera. I figli sono diversi tra loro, c’è il saggio e c’è il semplice, come abbiamo visto, e c’è anche la possibilità che tra loro vi sia l’empio. La domanda di quest’ultimo è in Esodo 12, 26 e va considerata con attenzione:

“Che cosa significa per voi questo rito?”

Innanzitutto, mentre il figlio saggio aveva oculatamente distinto i tre tipi di comandamenti, il malvagio li unifica indiscriminatamente e quasi con aria di sufficienza parla di “rito”. E soprattutto, lascia trapelare la sua estraneità a quel “rito”, chiedendo che cosa significa per voi. In tal modo egli si è già autoescluso dalla comunità.

Rabbi Shim‘on Bar Jochaj, l’allievo più radicale di Rabbi ‘Aqiva, nel più antico e autorevole commento rabbinico all’Esodo – noto come Mekhilta – così commenta:

 «Siccome egli si esclude dalla comunità, anche tu lo escluderai, dicendogli: “è ciò che JHWH ha fatto per me quando sono uscito dall’Egitto. Ha fatto per me, non per te».

Al figlio malvagio va quindi detto: «Tutto ciò è per quanto il Signore fece per me quando uscii dall’Egitto. Dirai “per me”, non “per lui”, perché se fosse stato lì non sarebbe stato liberato».

Non sarebbe stato liberato, perché non capisce e non apprezza il valore della libertà e la grandiosa azione di Dio che ce l’ha donata.

DONAZIONI

Questo blog richiede un lavoro di studio e di ricerca per mantenere un adeguato livello di serietà. Il sito ha anche dei notevoli costi fissi. Se apprezzi i contenuti che propongo offri una donazione

  • con bonifico bancario sul conto IT 13 R 05387 15100 000000217060 intestato a Angelo Michele Imbriani (causale: DONAZIONE)

con carta di credito, cliccando sul link a paypal oppure su “Donazione” e selezionando uno dei pulsanti che appariranno con l’importo che vuoi donare.

https://www.paypal.com/donate?hosted_button_id=S8NRRANRKDMUN