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letture critiche del tempo presente

SCIENZA E RAZZISMO A FINE OTTOCENTO

Di recente, e per ben note circostanze, si sono moltiplicate le “professioni di fede” nella scienza, sia come dichiarazioni personali (“mi fido della scienza”), sia come appelli, inviti, moniti (talora al limite della minaccia) da parte di autorità politiche, mediatiche e, appunto, scientifiche. Sarebbe tuttavia preferibile, nello stesso interesse della scienza, avere di essa una idea meno ingenua e più critica. La storia degli usi politici e delle manipolazioni della scienza potrebbe aiutare molto in tal senso. Da questa storia voglio estrapolare un capitolo molto significativo: l’uso in chiave razzista della scienza nel tardo Ottocento. È abbastanza noto come la biologia fu messa al servizio dell’ideologia razzista – è questo il periodo di fioritura dell’eugenetica. Qui desidero però concentrarmi sull’antropologia, disciplina scientifica che nella seconda metà del XIX secolo fece i maggiori progressi in Francia. Mi servirò largamente in questa breve ricostruzione della fondamentale opera di George L. Mosse, Il razzismo in Europa. Dalle origini all’Olocausto (Laterza, Roma-Bari, 2023, pp. 98-103).

In Francia era stata appena pubblicata l’opera di Arthur de Gobineau – Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane, 1853-55 – che affermava l’esistenza naturale delle razze – bianca, gialla, nera – e la loro fissità, con la superiorità, etica ed estetica, della razza bianca. Gobineau denunciava i pericoli della degenerazione dovuta agli incroci razziali, ossia al “meticciato”. La Società antropologica di Parigi, tuttavia, aveva una posizione più sfumata – se si vuole, ambigua – in quanto pur riconoscendo l’esistenza delle razze, non demonizzava affatto la loro “contaminazione” reciproca. Anzi, alcuni dei suoi maggiori esponenti, ad esempio Paul Broca, negavano l’idea di superiorità e inferiorità razziale e affermavano i benefici degli incroci tra razze diverse. I francesi, per Broca, costituivano un tipico esempio di mescolanza di razze, dato che tra di loro si trovavano individui con i più differenti tratti somatici – alti, bassi, bruni, biondi, con diverse conformazioni del cranio. Su questa strada, Joseph Deniker giungeva a negare l’identificazione tra razza e nazione, ribadendo che i francesi erano formati da razze diverse. Gi ebrei, poi, erano pienamente iscritti alla razza bianca (d’altra parte, lo stesso Gobineau non era antisemita, anche se poi il suo pensiero fu anche usato in tal senso).

La Società antropologica tedesca, che cominciò ad operare nel 1871, seguì in un primo momento la scia degli scienziati francesi, ma presto i suoi studi furono strumentalizzati in chiave razzista. Una ricerca promossa da questa società merita di essere citata perché rappresenta un punto di svolta. Si era deciso di raccogliere dati statistici sulle conformazioni craniche, sul colore dei capelli e su quello degli occhi dei cittadini tedeschi e il programma di studi fu affidato a Rudolf Virchow, che condivideva le idee dell’antropologia francese. Virchow propose di condurre l’indagine sui bambini delle scuole e la Società decise di esaminare le differenze fra bambini cristiani e bambini ebrei. Furono mobilitati gli insegnanti che fecero compilare dei questionari, dividendo gli scolari in due gruppi separati. Solo la città di Amburgo protestò per questa discriminazione e “schedatura” e si rifiutò di collaborare alla ricerca. Anche se non abbiamo alcun dato sui sentimenti da loro provati e sulle loro reazioni, si può immaginare l’effetto su bambini ebrei che, nati nell’epoca della “emancipazione”, si trovavano per la prima volta trattati come membri di una minoranza con uno status a parte, venivano schedati come “diversi”. La ricerca, però, dette a Virchow risultati soddisfacenti, che confermavano le sue tesi: come in Francia, così anche in Germania, non esisteva una razza tedesca “pura”. In nessuna regione il tipo classico del tedesco con capelli biondi e occhi azzurri era assolutamente dominante. Nell’Impero tedesco, i biondi costituivano il 31,8% della popolazione, i bruni il 14,05% e i tipi misti erano la maggioranza, con il 54,15%. Tra gli ebrei, ugualmente prevaleva il tipo misto, con il 47%, mentre il rapporto tra biondi e bruni si rovesciava, ma esisteva comunque una significativa minoranza – l’11% – di ebrei completamente biondi (i bruni erano invece il 42%).

Purtroppo, la ricerca, pubblicata nel 1886, non smontò affatto le correnti razziste già ampiamente diffuse in Germania, che giunsero ad accusare Virchow di essere “uno schiavo degli ebrei e partecipe della cospirazione mondiale ebraica o, addirittura, egli stesso di sangue ebraico”. Vanamente Virchow ribatté che se si voleva credere all’esistenza di un tipo razziale tedesco “puro” e di un Reich fondato su di esso, allora si sarebbe dovuta escludere dal Reich stesso gran parte della Germania meridionale e occidentale.

Il passaggio successivo – dopo quello del linciaggio morale di Virchow – fu costituito dalla manipolazione degli stessi risultati della sua ricerca: si dette risalto al fatto che la percentuale di ebrei biondi era molto più bassa rispetto a quella dei tedeschi e si usò l’indagine di Virchow per sostenere una teoria esattamente contraria a quella che egli aveva documentato. L’ideologia si fabbricava così le “evidenze scientifiche” a proprio supporto.

Meditate, gente, meditate, diceva una nota pubblicità di tanti anni fa.

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