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letture critiche del tempo presente

La vocazione di Levi (Matteo)

L’essenza della fede cristiana. Un sermone (17 luglio 2011)

Gesù uscì di nuovo verso il mare; e tutta la gente andava da lui, ed egli insegnava loro. E, passando, vide Levi, figlio d’Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli, alzatosi, lo seguì

(Marco 2, 13-14)

Care sorelle e cari fratelli, avete notato che il testo della predicazione di oggi è molto breve, due versetti che narrano della chiamata di Levi, del pubblicano Levi, da parte di Gesù, due versetti che spesso vengono rapidamente letti e  oltrepassati come si trattasse di una semplice introduzione all’episodio che segue: dopo la chiamata di Levi, la scena si sposta, infatti, a casa sua; Levi offre un pranzo a Gesù e ai suoi discepoli, ma gli scribi dei farisei, vedendo Gesù che mangia con Levi e con altri pubblicani e peccatori, lo criticano aspramente e Gesù allora risponde con il celebre detto: “Non sono i sani….” I pubblicani, come sapete, erano i privati a cui l’autorità imperiale romana concedeva in appalto la riscossione delle imposte, ed erano odiati e disprezzati dall’opinione pubblica perché erano accusati di speculare e di lucrare sul proprio ufficio, costringendo la gente a pagare non solo la somma dovuta, ma un di più che poi finiva nelle loro tasche, come una sorta di tangente; nel mondo giudaico, vi era poi un ulteriore elemento di condanna nei riguardi dei pubblicani, in quanto essi collaboravano con i dominatori romani, con i pagani, e in un certo senso si vendevano, si “prostituivano” a questi. Perciò nei Vangeli troviamo spesso i pubblicani accostati ai peccatori e talora anche alle prostitute.  Nell’opinione comune sono quindi gente da evitare.  Gesù, invece, non li evita affatto ed anzi, con grande scandalo dei benpensanti e degli osservanti, divide con loro la mensa, il che rappresenta nella società del tempo un segno importante di condivisione e di solidarietà umana. Spesso, nell’annuncio delle chiese, la chiamata di Levi, il  testo di oggi, è stato letto solo sullo sfondo di questo episodio e del detto di Gesù e quindi in un’ottica edificante, nella migliore delle ipotesi, o, nei casi peggiori, in chiave moralistica. Il moralismo che vede ovunque peccatori da redimere è certo preferibile a quello che discrimina ed emargina, ma è pur sempre moralismo. Ma a prescindere da ciò, il fatto è che così tutta la storia viene un po’ edulcorata, sterilizzata, e l’annuncio di Marco viene spogliato dell’originaria potenza e profondità, viene come addomesticato, come del resto è successo spesso per tutto il suo Vangelo; ora noi, se ci riusciamo, dobbiamo proprio cercare di recuperare questa potenza e profondità. Vedete, quando Marco compone il suo Vangelo già circolano nella comunità cristiana una serie di detti di Gesù, tra cui quello citato sui sani e i malati, e probabilmente queste parole di Gesù sono già inquadrate in dei brevi episodi che fanno loro da cornice, come nella scena del pranzo a casa di Levi. Marco, però, non si limita a mettere insieme questi detti e questi episodi: se avesse fatto solo questo avrebbe presentato Gesù come un maestro di saggezza e di virtù; il mondo antico, in fondo, ne conosceva già tanti di tali maestri. Per Marco, invece, Gesù è molto di più: Gesù è il Cristo, Gesù è il figlio di Dio. Ciò che va raccontato di lui, non sono tanto le parole ma sono soprattutto le sue opere potenti. Perciò Marco invece di compilare una raccolta di massime, fa un’operazione geniale e inventa un nuovo genere letterario, il Vangelo. Nel caso specifico raccoglie dalla tradizione l’episodio del banchetto con la frase di Gesù, ma premette alla scena questi due versetti, questi sono proprio suoi, frutto del suo lavoro redazionale come dicono i biblisti; sono solo poche parole che con nuda semplicità raccontano proprio l’opera straordinaria compiuta da Gesù verso il peccatore Levi. Dunque, vediamo bene che cosa ci racconta l’evangelista: Gesù ha già incominciato il suo ministero, ha chiamato con sé Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, è già seguito da una folla di discepoli, sta camminando per strada, una strada che immaginiamo affollata, e, mentre cammina, insegna a quelli che lo seguono. A un tratto, però, vede Levi seduto al suo banco delle imposte. Di solito quando la Bibbia dice che un personaggio vede qualcuno o qualcosa, non usa il termine in modo banale, ma vuol dire che presta particolare attenzione a quel qualcuno o qualcosa. Ora, Gesù a chi presta particolare attenzione, in quel momento? Non ai discepoli che già lo seguono, non a qualcuno fra i tanti che affollano la strada, Gesù si rivolge proprio all’ultimo a cui avrebbe dovuto badare se avesse condiviso i pregiudizi dominanti! Ma stiamo attenti a ogni particolare, per cogliere il carattere dirompente dell’annuncio: primo, non è il peccatore che va da Gesù, ma è Gesù che lo chiama; secondo, Levi non è un peccatore pentito, o afflitto da rimorsi e conflitti interiori: il testo ce lo mostra mentre sta svolgendo il suo abituale lavoro. E notiamo ancora che non è che Gesù, quel giorno, chiami  tutta una serie di persone, persone rispettabili, fra i quali c’è poi anche il pubblicano Levi: no, Gesù chiama proprio Levi, e chiama solo Levi quel giorno. E poi come lo chiama? Non gli fa certo una predica moralistica, non lo redarguisce e ammonisce, non gli chiede nemmeno una confessione di colpa, né aspetta di vedere in lui i segni del ravvedimento e della conversione. Gesù, d’altro canto, non gli impartisce un insegnamento, non gli trasmette una visione del mondo, un programma di vita, uno scopo, un ideale; veramente non gli dice nemmeno che cosa precisamente voglia da lui. Gli si rivolge con una sola parola “seguimi”. La traduzione purtroppo non rende tutti i significati che ci sono nel verbo greco. Nella forma imperativa, è un ordine che si dà a qualcuno per metterlo in movimento; in generale c’è l’idea di camminare insieme, di condividere un sentiero. E allora quel “seguimi” detto da Gesù al pubblicano, significa: alzati, mettiti in cammino e vieni dietro me e insieme a me. Ora la scena, ma potremmo dire l’inquadratura, perché il racconto ha proprio un’efficacia cinematografica, si sposta da Gesù su Levi. Che cosa fa Levi? Non chiede a Gesù, ma dove è che dobbiamo andare? Non aspetta che Gesù gli presenti un  “programma” religioso, spirituale, esistenziale, politico, per poi valutarlo e decidere se seguirlo o no. Non gli dice nemmeno: “aspetta, finisco il mio lavoro, metto a posto le mie cose e poi vengo”; tantomeno gli dice “io non posso lasciare le mie faccende ma cercherò di seguirti, di seguirti idealmente, interiormente, pur continuando ad occuparmi degli affari miei”. Levi non dice neanche una parola: si alza, si alza, lascia ogni cosa, come specifica Luca nella sua versione, e si mette a seguire Gesù. La sua risposta è tutta nel suo gesto, è tutta nella pronta e semplice obbedienza. La chiamata di Levi può sembrare simile a quelle precedenti, delle due coppie di pescatori. Levi, però, è un personaggio diverso dai primi quattro apostoli e la sua incondizionata obbedienza è perciò ancor più sorprendente: non è uno che lavora onestamente, è un pubblico peccatore e non lascia una vita stentata, come Pietro e gli altri, ma una condizione di privilegio economico. Di fronte alla vocazione di Levi la ragione comune si imbatte in una difficoltà che sembra insormontabile, che solo la ragione credente può affrontare. Per aggirare questa difficoltà qualche interprete ha provato a immaginare che Levi conoscesse già Gesù. Bonhoeffer, non io che non mi permetterei ma Bonhoeffer, definisce stolta questa interpretazione. E comunque il testo non ci dà nessun elemento storico o psicologico che possa aiutarci a comprendere quello che spinge Levi a lasciare il suo banchetto e a seguire subito Gesù, Gesù che gli rivolge quell’unica parola. Ma è proprio il fatto che l’episodio è sconcertante che ci indica forse che siamo sulla buona strada. Quando la lettura della Bibbia scorre facile e piana ed immediatamente convincente e rassicurante, allora dobbiamo temere che ciò che stiamo ascoltando non è la parola di Dio, ma una delle tante parole del mondo; probabilmente la nostra stessa parola. Quando invece la Bibbia mette in discussione le nostre certezze più consolidate, il nostro modo solito di intendere, quando ci inquieta, ci assilla, per regalarci eventualmente solo alla fine, sicurezze più grandi e più solide, allora possiamo coltivare la ragionevole speranza che qualcosa dell’autentica parola di Dio stia davvero risuonando nel nostro cuore. Che cosa vuol dirci allora qui l’evangelista, quale è l’originaria, autentica, dirompente potenza del suo annuncio? Certo, mette in crisi un modo comune di intendere la fede. Spesso si vede nella fede il risultato di una nostra ricerca di verità, di giustizia o l’esito di un sofferto percorso esistenziale, che dona finalmente un senso alla vita. Certo, ricerche di questo tipo possono portare al cristianesimo, ma possono condurre anche ad altre religioni, o ad una propria visione del mondo da cui Dio è escluso del tutto e ad una rispettabile morale che risponde solo alla propria coscienza. Possono portare a seguire Gesù come maestro e modello, ma anche a scegliere un altro maestro e modello, fra i tanti che hanno calcato la scena del mondo. Altre volte questi percorsi umani finiscono nel nulla, si perdono nel labirinto del mondo o in quello della nostra psiche. In sostanza, se il cristianesimo fosse una ricerca di senso che partendo dall’uomo cerca di arrivare alla verità, al bene, alla giustizia e magari alla fine anche a Dio, allora non avrebbe parole decisive da dirci, non avrebbe da offrirci molto di più e di meglio di quanto si trova in altre proposte religiose, morali, filosofiche. La Bibbia, però, ci presenta la fede in un altro modo. L’iniziativa, anzitutto, non è dell’uomo, ma è di Dio. Levi o Pietro o Giovanni o Paolo stesso non sono raffigurati come uomini alla ricerca di un qualcosa che infine trovano in Gesù. Sono loro piuttosto ad essere chiamati da Gesù e questa chiamata è improvvisa e inaspettata ed è irresistibile, non perché contenga un superiore messaggio filosofico, morale, esistenziale, ma per la persona stessa che chiama: è Gesù stesso il messaggio. Non è quindi la nostra ricerca di verità, di giustizia, di senso, che ci porta a Gesù, ma è piuttosto Gesù Cristo che, dopo averci chiamati, può portare a noi queste cose, perché egli stesso le incarna in modo compiuto e perfetto. Spesso si pensa poi che la fede per lo più raggiunga gli uomini in un periodo difficile della loro vita, quando devono affrontare il dolore fisico o morale. Gli esempi tratti dalle cronache qui sarebbero a migliaia. Quelli tragici: il killer mafioso Spatuzza che dopo un’ottantina di efferati omicidi dice di aver trovato la fede e si mette a studiare teologia. Peccato che questo gli accada quando è ormai in carcere e non serva a salvare nessuna delle sue vittime. O, passando al registro della commedia, il giornalista Brosio che la madonna avrebbe salvato dal vizio e dalla droga e che scrive libri di successo e fa la guida a Medjugorie. Non so cosa dire di ciò. So però questo: la Bibbia non sempre la racconta così la fede, anzi la racconta soprattutto in un altro modo; anzi, nel caso di Levi e degli apostoli la racconta in modo del tutto diverso: Levi e gli altri vengono chiamati mentre sono nella pienezza delle loro vita, mentre sono intenti alle loro normali occupazioni, mentre pescano o sono al banco delle imposte. Non sono ciechi a cui Gesù dona la vista, né zoppi che egli fa camminare e non lo seguono come i miracolati seguono colui che li ha guariti. In fondo non avrebbero affatto bisogno di seguire Gesù. E però lo seguono. Lo seguono, con obbedienza semplice, incondizionata, gratuita. Il miracolo è questo e nasce dalla fede come opera potente che Dio compie in noi, attraverso Gesù, a partire dalla sua parola e non dalla nostra, e dal fatto che Gesù non è tanto un modello e un maestro, ma è il figlio di Dio ed in lui è Dio stesso che ci viene incontro, ci chiama, ci rimette in piedi e ci pone in cammino. Questa è la parola decisiva che troviamo nel cristianesimo. Gesù Cristo, inoltre, proprio come fa con Levi, non aspetta che noi diveniamo buoni, giusti e pii per chiamarci e per sollevarci, ma ci raggiunge nella condizione in cui ci troviamo, nella nostra condizione di peccato. E tuttavia, ascoltare la sua chiamata, accoglierla, mettersi in cammino e seguirlo, non significa credere in lui con una fede a buon mercato e che nulla costa, ma richiede una risposta obbediente. Magari non si tratterà di lasciare lavoro, casa e famiglia come accadde a Levi o a Pietro, questo dipende poi dal modo diverso in cui ciascuno è chiamato, ma si tratta comunque, anche per noi, di un cambiamento autentico e radicale, a prescindere dalla visibilità esteriore di questo cambiamento e dei segni che lo accompagnano. Perciò, Signore, dopo aver ascoltato la tua parola, noi ti preghiamo: aiutaci a dare la giusta risposta al tuo appello, aiutaci ad alzarci, a metterci in cammino, a capire, come capì Levi quel giorno, quale è, per noi, il banco delle imposte che dobbiamo lasciare per poterti seguire. Perché noi, Signore, vogliamo solo obbedirti e seguirti. Amen