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FIUMICINO 1973: LA STRAGE DIMENTICATA. IL TERRORISMO PALESTINESE IN ITALIA

Cinquant’anni fa, il 17 dicembre del 1973, si verificò la strage terroristica che negli anni Settanta fece il più gran numero di morti, l’attentato dell’aeroporto di Fiumicino. Eppure, il 90% degli italiani, secondo quanto scrive la Stampa, non ha mai sentito parlare di questa strage. Ad ogni ricorrenza ed anche al di fuori delle commemorazioni ufficiali si parla di Piazza Fontana, della strage di Bologna, di Ustica, di Piazza della Loggia, del treno Italicus e del rapimento di Moro, ma sulla strage di Fiumicino, in cui morirono 32 persone, e su queste stesse vittime, è invece caduto l’oblio. I motivi di questa rimozione dalla memoria storica, così come le sue conseguenze sono facilmente individuabili. Si trattò di una strage terroristica palestinese, avvenuta proprio mentre si stava stringendo quel patto indicibile fra lo Stato italiano e il terrorismo palestinese conosciuto come “lodo Moro”. La sua rimozione, così come la rimozione di altre stragi palestinesi – l’attentato alla sinagoga di Roma del 1982, in cui venne ucciso il piccolo Stefano Gaj Taché, e la seconda strage di Fiumicino, quella del 1985, che causò 13 morti e 76 feriti – ha certamente contribuito alla formazione di una opinione pubblica filopalestinese nel nostro paese, un orientamento “propal” basato largamente sulla manipolazione della storia.

Ma ricordiamo innanzitutto i fatti.

Poco prima di mezzogiorno, il 17 dicembre del 1973, cinque terroristi arabi confusi in un gruppo di pellegrini islamici diretti a La Mecca, estraggono i loro mitra al momento del controllo al metal detector, cominciano a sparare in aria, prendono in ostaggio sei agenti e si dirigono verso le piste di decollo degli aerei, dove si trova tra l’altro un Boeing della Pan American diretto a Beirut.  Sulla pista di decollo c’è un giovane agente della Guardia di Finanza, Antonio Zara. Vedendo avvicinarsi i terroristi, estrae la pistola e cerca di fronteggiarli, ma viene trucidato. Era figlio di un contadino, si era arruolato un anno prima e da tre mesi prestava servizio a Fiumicino. Aveva già ottenuto la licenza per trascorrere il Natale nel suo paese di origine, in Molise.

 Intanto, i terroristi, continuando a sparare, si dirigono verso l’aereo, sul quale i passeggeri sono in preda al panico, e lanciano ordigni al fosforo. Trenta passeggeri muoiono in modo spaventoso, fondendosi con il materiale plastico dei sediolini. Una hostess sopravvissuta ricorda che la pelle si staccava dalle loro mani e dai volti. In questo modo atroce muore anche la piccola Monica di nove anni. Impadronitisi di un altro aereo, un Boeing Lufthansa, e presi degli ostaggi, i terroristi fanno decollare il velivolo. Effettuano un primo scalo ad Atene, dove però le trattative con il governo greco sono senza risultato. Ripartono, lanciando sulla pista il corpo senza vita di uno degli ostaggi, Domenico Ippoliti, un tecnico Asa. Dopo il diniego all’atterraggio di Libano e Cipro e una sosta tecnica a Damasco, l’impresa criminale termina a Kuwait City, dove gli ostaggi sono liberati, mentre i terroristi, provvisoriamente arrestati, vengono consegnati all’OLP.

La strage di Fiumicino è rimasta dunque impunita.

Ma dobbiamo ora fare un passo indietro, di pochi mesi. Il 5 settembre 1973 erano stati arrestati ad Ostia cinque fedayin palestinesi. Vengono scoperti anche dei missili Strela. L’arresto dei terroristi, che pare stessero progettando un attacco all’aereo El Al della premier israeliana Golda Meir, provoca la reazione furiosa dell’OLP che minaccia azioni di rappresaglia contro l’Italia. Prende allora avvio una trattativa segreta tra il governo Rumor e l’OLP, mentre intanto scoppia la guerra del Kippur, che fa ulteriormente crescere la tensione fra mondo arabo e Occidente.

È così che il 19 ottobre 1973, come scrisse già parecchi anni fa Sergio Flamigni nel suo libro «La Tela del Ragno. Il delitto Moro», presso l’Ambasciata italiana al Cairo, avviene un incontro fra il rappresentante dell’OLP, Said Wasû Kamal, e alcuni diplomatici italiani. Il rappresentante dell’OLP chede la liberazione dei palestinesi arrestati per l’attentato all’aereo della El Al, offrendo “l’impegno formale dell’OLP che nessuna azione dei fedayin” si sarebbe ripetuta in Italia qualora venisse “concessa la liberazione degli attuali detenuti”». L’incontro è all’origine del cosiddetto «Lodo Moro, una intesa che assicura libertà di movimento e impunità alle organizzazioni terroristiche palestinesi sul suolo italiano a patto che il nostro Paese sia preservato dai loro attentati.

 L’accordo potrebbe anche chiamarsi “lodo Giovannone”. Il riferimento è al colonnello Stefano Giovannone, capocentro del Sismi a Beirut. Giovannone è in quel momento il referente di una “diplomazia parallela e segreta” in Medio Oriente, il che gli è valso il soprannome di “Stefano d’Arabia”. È l’anello di contatto fra servizi segreti e politica ed è l’uomo di fiducia di Aldo Moro, che nelle sue lettere dal carcere delle BR ne avrebbe poi anche invocato l’intervento sulle formazioni palestinesi, affinché queste a loro volta facessero pressione sulle BR. Giovannone è a Beirut dal 1972 e risponde da un lato a Moro e dall’altro direttamente al capo del Sid, Vito Miceli, scavalcando, sia nel rapporto politico che in quello spionistico, qualunque altro soggetto, compreso l’ambasciatore italiano in Libano.

Il nome di Giovannone viene rivelato da Francesco Cossiga, parecchi anni dopo, in una intervista a “Libero” dell’estate 2006 nella quale l’ex Presidente parla di un accordo che chiama appunto «patto Giovannone»

«Quando terroristi palestinesi tentarono – con missili terra-aria piazzati nei dintorni all’Aeroporto di Fiumicino – di abbattere un aeromobile civile israeliano dell’El Al e furono arrestati, Moro intervenne personalmente sul presidente del tribunale, con la cortesia e la fermezza che gli erano proprie, e fece concedere ai terroristi la libertà provvisoria. All’uscita dal carcere vi erano agenti dell’allora SID che prelevarono i terroristi appena scarcerati, li portarono in un aeroporto militare, li imbarcarono su un aeromobile DC 3 dello stormo dello Stato Maggiore, sigla «Argo», quello di cui normalmente si serve la V Divisione e cioè «Gladio» e li spedì a Malta, da dove raggiunsero la Palestina. Arafat ringraziò. Gli israeliani anni dopo ci risposero e fecero saltare in aria l’Argo: pari e patta».

Il governo Rumor accoglie dunque la proposta avanzata dall’OLP nella riunione segreta del Cairo: liberazione dei detenuti in cambio della sospensione delle azioni terroristiche sul territorio italiano. Per scarcerare i detenuti ci si servirà della cosiddetta “legge Valpreda”, che concede agli imputati la libertà provvisoria. I primi due fedayin, come poi rivelerà Cossiga, vengono così ricondotti in Libia, ai primi di novembre del 1973, a bordo di un aereo dell’aeronautica italiana, usato anche da Gladio, l’Argo 16. Ma il sabotaggio israeliano all’aereo – qui Cossiga ricorda male o finge di sbagliarsi – non sarebbe avvenuto “anni dopo”, ma solo qualche settimana dopo. Il processo a carico di Asa Leven, all’epoca responsabile del Mossad a Roma, si concluderà comunque con un’assoluzione, e il caso sarà derubricato come incidente.

Ma non sono solo gli israeliani a reagire all’accordo del governo italiano con l’OLP. Il gruppo dissidente di Ahmed Abdel Ghaffour, finanziato e armato dalla Libia di Gheddafi, per sabotare l’accordo fra Italia e OLP – o forse per ottenerne l’estensione agli altri gruppi armati palestinesi – organizza il 17 dicembre 197  l’attacco di Fiumicino – proprio mentre si stanno processando gli altri membri del commando di Ostia. Si è poi scoperto che effettivamente il mandante dell’azione era stato proprio Gheddafi, capofila del cosiddetto “fronte del rifiuto” e deciso ad appoggiare i gruppi estremisti palestinesi e a sabotare il dialogo fra Arafat e l’Europa. In realtà, Arafat conduce una sorta di doppio gioco: da un lato, veste un abito moderato per stringere rapporti con l’Italia e con altre nazioni europee, per accreditarsi all’ONU (si prepara il famoso discorso alle Nazioni Unite del 13 novembre 1974) e presso ambienti politici statunitensi; dall’altro lato, si guarda bene dallo sconfessare o combattere la dissidenza interna, a cominciare dal FPLP, che continua a far parte dell’OLP e che comunque torna utile al gioco spregiudicato del leader di Al Fatah. Dopo l’attentato di Fiumicino, i tre fedayn rimasti in carcere, per l’altro progettato attentato, quello all’aereo di Golda Meir, vengono rilasciati nel massimo riserbo.

Diversa invece la sorte di Abdel Ghaffour e dei terroristi della strage di Fiumicino. Secondo quando ha dichiarato lo stesso Giovannone, l’OLP potrebbe aver fatto loro pagare il sabotaggio del cosiddetto “lodo Moro” che si stava in quel momento concludendo.  Davanti al giudice istruttore Rosario Priore, il colonnello Stefano Giovannone ha tra l’altro dichiarato:

«[Sulla strage di Fiumicino] Per quanto ho saputo – devo però precisare che al momento della strage non ero in Libano, ma a Roma in clinica per un’operazione alla retina – l’operazione fu organizzata dai Libici ed eseguita da un gruppo di elementi, credo anche palestinesi, che si era trasferito in Libia, al seguito di un certo Abdel Ghaffour già dirigente di Al Fatah, che era stato espulso dall’organizzazione. Il commando raggiunse dalla Libia la Spagna e di qui direttamente Roma. Il progetto era quello di impadronirsi di un aereo Jumbo della Panamerican, per effettuare un’azione terroristica di protesta contro i contatti tra egiziani ed israeliani, che avrebbero dovuto concludere la guerra di ottobre [1973]. Non essendo l’aereo sull’aeroporto di Fiumicino, i terroristi avrebbero ripiegato sull’altro obiettivo, cioè un aereo della Twa [qui probabilmente il colonnello inverte le compagnie]. Il responsabile dell’organizzazione Abdel Ghaffour fu condannato a morte da un Tribunale palestinese e rientrato a Beirut fu ivi ucciso nel ’74 o nel ’75 [fu ucciso il 12 settembre 1974]. Fu intercettato in una strada della capitale libanese e ucciso a raffiche di mitra. L’esecuzione fu pubblicizzata […] oltre che sulla stampa mediorientale anche su quella europea, di sicuro su quella italiana. Non so dire se il processo palestinese colpì anche altri membri del commando. Venni a sapere che due elementi di esso sarebbero stati uccisi. Ignoro però in quali circostanze. So che i membri del commando che operò a Roma, dopo essere riparati nel Kuwait, rimasero detenuti per qualche tempo in questo Paese. Furono poi trasferiti in Egitto e incarcerati non so se in una struttura dello stato egiziano o in una dell’O.L.P. in territorio egiziano. Da questo momento se ne persero le tracce».

Successivamente, il 26 luglio 1983, lo stesso Giovannone precisava ulteriormente:

«A.D.R. [a domanda risponde] Sempre a proposito della strage di Fiumicino, ricordo che i due di cui ho parlato nel precedente esame, implicati nell’attentato, furono uccisi, per quanto mi fu riferito, in due circostanze diverse e senza motivazione specifica. Ricordo che mi fu detto “il conto è saldato”. Non ricordo i nomi dei due; ne ho sentito parlare sicuramente, o nel ’76 o nel ’78, perché nel ’77 io non ero in Libano. Quando dico “ne ho sentito parlare”, significa che ho appreso la notizia in ambienti di servizi collegati al nostro. Potrebbe essere servizi Inglesi come di paesi Arabi moderati. Ora però non ricordo a quale servizio appartenessero le persone che mi riferirono questi fatti».

In sostanza, la strage di Fiumicino, la “strage dimenticata”, fu il colpo di coda di gruppi terroristici palestinesi che non erano entrati negli accordi noti come “lodo Moro” e che erano diretti da Gheddafi. In questo senso, richiama in modo sinistro l’altro capo della vicenda del “lodo Moro”: all’inizio del decennio successivo, la morte dello stesso Moro e soprattutto il mutare della situazione politica internazionale e italiana, portano alla fine del “lodo Moro”. E riprendono puntualmente le stragi: a giugno 1980 la tragedia di Ustica, ove pare proprio che l’obiettivo fosse un aereo che doveva trasportare Gheddafi. Poche settimane dopo, la strage della stazione di Bologna, ove la “pista palestinese” a cui pure alluse Cossiga in un’altra intervista, non è mai stata veramente indagata. E quindi l’attentato alla sinagoga di Roma e la seconda strage di Fiumicino, atti questi di sicura matrice palestinese.

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