Categorie
letture critiche del tempo presente

IL MONITO DI MAJORANA E LA “FIDUCIA NELLA SCIENZA”

In un tempo in cui le nostre libertà fondamentali e i nostri diritti costituzionalmente garantiti sono stati sospesi, compressi o limitati da decreti governativi che si dicevano basati su “evidenze scientifiche”, in un tempo in cui la nostra vita quotidiana è stata sottoposta a regole restrittive fondate sulle medesime “evidenze scientifiche”, in un tempo in cui le decisioni politiche sono state delegate agli “esperti” e persino la Corte Costituzionale, come ha affermato la sua Presidente, nel decidere su eventuali violazioni di quei diritti, ha “seguito la scienza”, in un tempo in cui abbiamo sentito tante volte esclamare dal nostro vicino, dal nostro collega, dal nostro amico che si vaccinava o indossava la mascherina perché “si fidava della scienza”, l’unica vera misura di “salute pubblica” sarebbe forse rileggere e meditare un libro dimenticato di Leonardo Sciascia, La scomparsa di Majorana.

Di Sciascia, conclamato intellettuale “eretico”, tuttora si leggono e discutono altre opere – libri, articoli, interviste – magari edulcorandone il messaggio e il significato, piegandoli alla propria ragione politica – maestro in ciò fu il regista Francesco Rosi – o distinguendo in essi l’erba buona dalla gramigna – come nel caso del celebre articolo sui “professionisti dell’antimafia”. De La scomparsa di Majorana, invece, non si parla più: l’opera – insieme a Il contesto – è stata consegnata alla damnatio memoriae. Tanto più oggi, visto che potrebbe insinuare dubbi inquietanti su una scienza tanto dogmaticamente celebrata e trasformata quasi in religione (superstiziosa), svelando gli abissi mostruosi e indicibili che essa può aprire.

In uno di questi abissi scomparve probabilmente Ettore Majorana, mentre incominciava la primavera del 1938, mentre il mondo stava per precipitare nella catastrofe che si sarebbe conclusa e compiuta oltre sette anni dopo nella malefica esplosione di luce che annientò due città del Giappone.

Majorana era un giovane fisico nucleare, ma non era uno dei “ragazzi di Panisperna”, perché con loro e con Enrico Fermi ebbe rapporti alterni e problematici, si dice per il suo carattere “strano”, “eccessivamente timido e chiuso in sé” (sono parole di Laura Fermi), ma forse anche per ben altro. Dell’Istituto di Fisica, Majorana scrisse in certe “notizie sulla carriera didattica”, una sorta di curriculum del tempo, che lo aveva frequentato “liberamente”, pur aggiungendo che si era “giovato della guida sapiente e animatrice di S.E. il prof. Enrico Fermi”. Due affermazioni che, la cosa non sfugge a Sciascia, sono alquanto contraddittorie e che lasciano trasparire una forzatura, “il dover fare quello che gli altri facevano, il doversi adattare di un uomo inadatto”. In verità, Fermi non fu una guida e con lui Majorana ebbe un rapporto da pari a pari e, sembra di capire, non sempre pacifico. Fermi, in ogni caso, ne aveva prontamente riconosciuto il talento. Esistono gli scienziati, grandi o mediocri, ed esistono i pochi, rarissimi geni, come Galileo o Newton, e Majorana fa parte di questi ultimi, ebbe a dire Fermi. Aggiungendo: “Majorana aveva quel che nessun altro al mondo ha. Sfortunatamente, gli mancava ciò che è comune trovare negli altri uomini: il semplice buon senso”. Quel “semplice buon senso” che avrebbe portato Fermi ed altri al “progetto Manhattan” e la cui mancanza avrebbe invece segnato una sorte diversa per il fisico catanese.

Del genio di Majorana, sua eccellenza il professor Enrico Fermi aveva del resto avuto eloquente attestazione, quando il giovane collega gli aveva mostrato alcune formule scarabocchiate su semplici fogli di carta – o forse su un pacchetto di sigarette “Macedonia”, come usava fare. Era la teoria del nucleo atomico, formulata prima di Heisenberg. Fermi, stupefatto, gli disse che quella cosa andava assolutamente pubblicata, ma Majorana, che “si divertiva a versar per terra e a disperdere l’acqua della scienza sotto gli occhi di coloro che ne erano assetati”, farfugliò che erano “cose da bambini” e gettò nel cestino della carta straccia quelle teorie da premio Nobel, della cui portata non poteva non essere consapevole, proibendo a Fermi persino di parlarne in un congresso di Fisica che doveva tenersi a Parigi. Quando, l’anno dopo, Heisenberg pubblicò la stessa teoria, ottenendo il Nobel, Majorana invece di rammaricarsi dell’occasione perduta concepì nei riguardi del fisico tedesco “un sentimento di ammirazione e di gratitudine”. “Heisenberg”, scrive Sciascia, “gli è come un amico sconosciuto: uno che senza saperlo, senza conoscerlo, l’ha come salvato da un pericolo, gli ha come evitato un sacrificio”. E, accogliendo stavolta le sollecitazioni di Fermi, va a Lipsia per incontrare proprio Heisenberg.

A Lipsia resterà per più di un mese. Gli incontri con Heisenberg non si limitarono alle riunioni settimanali di fisici che egli organizzava: fra i due scienziati si crea un rapporto più profondo che trapela dalle lettere che Majorana scrive alla madre. Resta qualche giorno in più a Lipsia, dice, perché ha bisogno ancora di “chiacchierare” con Heisenberg, la cui compagnia reputa “insostituibile”. E Heisenberg, dal canto suo, “ama le mie chiacchiere”, dice ancora. “Chiacchiere, chiacchierare, cose da bambini”: sono le espressioni che Majorana riserva alle più serie questioni scientifiche. La sintonia con Heisenberg, secondo Sciascia, nasce dal fatto che il tedesco “viveva il problema della fisica, la sua ricerca di fisico, dentro un vasto e drammatico contesto di pensiero. Era, per dirla banalmente, un filosofo”.

Torneremo alla fine sul caso Heisenberg.

Da Lipsia, Majorana passa a Copenaghen per incontrare un altro grande, Bohr, che, scrive alla madre, è “il maggiore ispiratore della fisica moderna”, ma da qualche tempo è “invecchiato e un po’ rimbambito”. Torneremo anche sul “rimbambimento di Bohr”.

Viaggio e incontri sono del 1933. Negli anni successivi, Majorana studia in modo frenetico, seguendo forse un imperscrutabile programma di lavoro, ma si apparta sempre più, appare sempre più eccentrico e soprattutto è come spaventato. Come dice Amaldi, lavorava “per un numero di ore del tutto eccezionale”, ma “nessuno di noi riuscì mai a sapere se facesse ancora della ricerca in fisica teorica; penso di sì ma non ne ho alcuna prova”. Evitava accuratamente di parlare di fisica; parlava piuttosto di battaglie navali o di filosofia. “Gli interessi filosofici, che erano stati sempre forti in lui, si erano accentuati”. Non va più a via Panisperna e a un certo punto sono Amaldi, Segrè e Giovannino Gentile (figlio del filosofo e fisico a sua volta) che vanno a trovarlo per cercare di riportarlo a una “vita normale”.

Benché scrivesse per molte ore, del giorno e della notte, di tutte le sue carte restarono solo due brevi scritti e probabilmente distrusse tutto prima della “scomparsa”.

La sorella Maria ricorda che in quegli anni ripeteva di frequente che la fisica era “su una strada sbagliata” o che i fisici erano su una strada sbagliata. Evidentemente non si riferiva all’esattezza delle formule. Prendeva così corpo in tanti – alla fine anche nei medici di famiglia – l’idea dell’”esaurimento nervoso”, come allora si diceva.

Se non che, inopinatamente, Majorana rifece irruzione nella vita “normale” e nel mondo di quei “ragazzi di via Panisperna” che ormai “non erano più ragazzi, ma professori incaricati o ordinari”: si candidò al concorso per la cattedra di Fisica Teorica. Sciascia smonta la versione di comodo che fu data: non è vero che furono Fermi e altri amici a convincerlo a partecipare al concorso. I giochi per l’attribuzione delle tre cattedre disponibili erano già fatti: il primo classificato sarebbe stato Gian Carlo Wick, il secondo Giulio Racah e terzo Giovanni Gentile junior. Majorana fece quindi da “guastafeste”, forse deliberatamente. Di certo non si consultò con nessuno prima di decidere. La sua partecipazione avrebbe tagliato fuori proprio Giovanni Gentile junior, per cui intervenne prontamente Gentile senior sul Ministro dell’Educazione Nazionale, Bottai, che fece prontamente sospendere il concorso. Una volta pubblicato il libro di Sciascia, le polemiche si incentrarono proprio su questo episodio: fu detto, ad esempio, che a scrivere a Bottai fosse stato Fermi e non Gentile, in quanto, come presidente della Commissione di esame, non era in grado di valutare il lavoro di Majorana, dato il suo livello troppo alto.

In ogni caso, Bottai trovò una soluzione: Majorana venne nominato per “chiara fama”, cosa possibile ai sensi della legge allora vigente, alla cattedra di Fisica Teorica, non a Roma – sede a cui pare aspirasse – ma all’Università di Napoli. Il concorso si poté espletare e Giovannino Gentile ottenne la cattedra di Milano.

L’insegnamento, che durerà solo tre mesi, non muta affatto la condizione di solitudine misteriosa di Majorana, che a Napoli vive in albergo – prima al Terminus e poi al Bologna, in via Depretis – continuando a scrivere giorno e notte. Secondo Carrelli, direttore dell’Istituto di Fisica, con il quale dopo la lezione si intratteneva a lungo a discutere, “stava lavorando a qualcosa di molto impegnativo di cui non desiderava parlare”.

IL 28 marzo del 1938, avviene la “scomparsa”, che Sciascia racconta innanzitutto attraverso le carte e la svogliata indagine della polizia, che avrebbe voluto chiudere immediatamente il caso come “suicidio”. Ma Bocchini, capo della polizia, riceve l’autorevole sollecitazione da parte del senatore Giovanni Gentile (padre) a ricevere il fratello di Majorana, visto che la famiglia lo crede ancora vivo. E più tardi è lo stesso Mussolini che gli scrive che quel Majorana bisogna “assolutamente trovarlo”.

Ma Bocchini aveva già la sua tesi preconcetta, fondata sul “semplice senso comune”, come lo avrebbe chiamato Fermi, la tesi che esperienza e mestiere gli suggerivano: pensava che in casi come quello si incrociavano due follie, quella del suicida che lo porta all’estremo gesto e quella dei familiari che si ostinano a crederlo vivo. Le ricerche, pertanto, furono volte a confermare, più che a verificare la pista del suicidio e si fermarono dinanzi alla porta del convento dove si sospettava Majorana essersi recluso e nascosto.

Involontariamente, Bocchini aveva espresso la verità dietro il luogo comune, anche questo di “semplice buon senso”, con il quale aveva vergato la perentoria richiesta del Duce: “I morti si trovano, sono i vivi che possono scomparire”. Il morto non fu mai trovato e si confermò che i vivi possono scomparire, almeno quando, scrive Sciascia, sono estremamente intelligenti. E la scomparsa di Majorana, leggendo e decifrando con il suo penetrante acume i sottintesi delle lettere che lascia ai familiari e a Carrelli, Sciascia la legge come un capolavoro pirandelliano. Majorana diventa un personaggio dello scrittore di Agrigento, non già Mattia Pascal, tuttavia, che fallisce maldestramente nel suo tentativo di fuga, ma piuttosto Vitangelo Moscarda, il protagonista di Uno, nessuno e centomila. Non ci fu, però, soltanto e neanche principalmente il desiderio di svanire dal mondo, di lasciare l’identità che lo aveva fin lì imprigionato, di diventare un altro, o nessuno, o centomila, nella sua ben orchestrata sparizione: essa fu, come vedremo alla fine, la costituzione di un mito che doveva forse diventare un messaggio.

Peraltro, al di là delle ipotesi più suggestive e anche più significative, ma meno comprovate, Sciascia elenca in modo convincente e incontrovertibile alcuni dati di fatto: Majorana certamente non si gettò in mare nel viaggio di andata da Napoli a Palermo. Certamente arrivò a Palermo e da Palermo – qui non siamo più nel campo delle certezze, ma delle ipotesi plausibili – benché avesse acquistato un biglietto di ritorno, non si reimbarcò (a usare il biglietto fu qualcun altro, a cui lo aveva forse regalato). Altro dato certo – singolarmente ignorato – è che nei giorni precedenti aveva ritirato cinque stipendi che fino ad allora aveva lasciato giacere in banca. Gesto singolare da parte di uno che avrebbe intenzione di suicidarsi.

Per Sciascia è chiaro che il genio del giovane fisico siciliano aveva spalancato la porta dell’orrore e che egli aveva capito dove potesse portare quella “brutta strada” che i suoi colleghi stavano percorrendo senza alcuno scrupolo. La tesi di Sciascia – che a noi appare più che convincente – non ha avuto mai il risalto che meriterebbe. I familiari, che pure non credono alla morte di Ettore, non vi fanno cenno. Quando Sciascia scrive il suo pamphlet, i “competenti”, come egli li definisce (oggi li chiameremmo “esperti”) si sono già affrettati a confutarla. E Sciascia risponde loro da “profano”, da “incompetente”, elencando alcuni altri fatti. Nel 1931, Irène Curie e Fréderic Joliot pubblicano i risultati di certi loro esperimenti, dandone una interpretazione che però non convince affatto Majorana, il quale, secondo la testimonianza di Segrè e di Amaldi, esclamò: “che sciocchi, hanno scoperto il protone neutro e non se ne sono accorti”. Nel 1932, come già accennato, Majorana aveva formulato la teoria del nucleo atomico, sei mesi prima di Heisenberg. Quando Heisenberg pubblica il suo lavoro, il fisico catanese afferma che sulla questione è già stato detto tutto “e probabilmente anche troppo”. Nel 1937 Majorana stesso pubblica una Teoria simmetrica dell’elettrone e del positrone che non fu compresa per diversi anni. Infine, come è noto, fin dal 1934 Fermi e compagni avevano ottenuto la fissione – o la scissione – dell’atomo senza rendersene conto. Ida Noddack – la prima a elaborare la teoria della fissione atomica – ne ebbe il sospetto, ma Fermi e gli altri non la presero sul serio. È possibile che, invece, l’abbia presa sul serio Majorana. Segrè parla di una loro “cecità provvidenziale”, in quanto in tal modo Mussolini ed Hitler non ebbero l’atomica. È possibile che Majorana non fosse altrettanto cieco e, quanto alla provvidenzialità, chiosa Sciascia, gli abitanti di Hiroshima e Nagasaki sarebbero forse di altra opinione.

In definitiva, ai “competenti” che negano che Majorana abbia potuto “vedere la bomba atomica”, Sciascia replica che il suo genio, riconosciuto innanzitutto da Fermi, gli poteva sicuramente consentire di capire ciò che gli altri non capivano, di anticipare, se non sul piano delle ricerche scientifiche, su quello della intuizione, della visione e della profezia l’orrore che si preparava: e “di allontanarsene – giacché mancava di buon senso – con sgomento, con terrore”.

La storia successiva è nota. Il “buon senso” porterà Fermi in America, a dare un contributo decisivo al “progetto Manhattan”, ossia alla realizzazione della bomba atomica. Roosevelt si convinse a dare il via al progetto anche per una lettera che gli scrisse un altro e ben più noto genio della fisica, Albert Einstein. Einstein fu convinto a fare questo passo – di cui poi si mostrò pentito – da un altro fisico, Léo Szilard, un ebreo ungherese, che dal 1938 lavorava alla Columbia University e collaborava con Fermi. Szilard ed Einstein l’11 ottobre del 1939 scrissero quindi al Presidente degli USA per indurlo a sviluppare un programma di ricerca per la bomba atomica, prima che potessero realizzarla i nazisti. Secondo Szilard ed altri fisici ebrei rifugiatisi in America, come Frisch e Fuchs, gli scienziati tedeschi avevano scoperto la fissione nucleare dell’atomo di uranio (quel processo realizzato anni prima da Fermi, Segrè, Amaldi e non compreso per la loro “cecità”).

La storia convenzionalmente ricostruita ci racconta quindi di una corsa contro il tempo del gruppo di fisici guidato da Oppenheimer per evitare che Hitler distruggesse il mondo. C’è qualcosa che non ha mai quadrato in questo racconto, che il pamphlet di Sciascia, se fosse stato letto con attenzione e preso sul serio (ancora oggi, “amici di Sciascia” lo considerano qualcosa a mezza strada fra realtà e invenzione), avrebbe da tempo smontato. A parte il fatto, obiettivo, che la bomba atomica alla fine non fu utilizzata contro la Germania nazista, ma contro due città giapponesi, quando il nazismo era crollato e la Germania era stata sconfitta e occupata, il punto decisivo riguarda proprio l’idea comunemente accettata secondo cui la Germania fosse sul punto di costruire la bomba o quantomeno avesse già le conoscenze per farla. E riguarda quindi Heisenberg, perché, come incalza Sciascia, se c’era uno che poteva fare la bomba per Hitler questi era Heisenberg. “I fisici che lavoravano a farla in America credevano, fino all’ossessione, che stesse facendola”. O forse volevano crederlo, direi. Uno di loro, mentre la Germania veniva ormai occupata, si metteva febbrilmente sulle tracce dello stesso Heisenberg, convinto che dove stava lui doveva esserci l’”officina dell’atomica”. Che però non fu trovata. Era davvero sul punto di realizzare l’atomica, Heisenberg, o meglio, di progettarla (la realizzazione concreta dipendeva evidentemente dagli elementi che certamente i nazisti stavano cercando di procurarsi, ma che non avevano ancora)? Prima di rispondere, è bene chiarire preliminarmente la controversa questione dei rapporti di Heisenberg con il regime nazista, andando oltre, in questo caso, ciò che scrive Sciascia.

Anche qui, c’è una ricostruzione di maniera che vuole Heisenberg “compromesso” con il nazismo. Anche qui, parecchie cose non quadrano. A guerra finita, dopo un breve periodo di prigionia, Heisenberg fu rilasciato e divenne direttore del Kaiser-Wilhelm-Institut für Physik, subito dopo ribattezzato Max-Planck-Institute für Physik. Teniamo conto del fatto che in Germania l’epurazione fu ben più seria che in Italia (dove il Presidente del Tribunale della Razza poté diventare Presidente della Corte Costituzionale): Heidegger, per esempio, fu allontanato dall’insegnamento fino al 1949. Proprio Max Planck – questa è almeno la versione che Heisenberg ha poi dato nella sua autobiografia – gli aveva sconsigliato di lasciare la Germania e lo aveva spinto ad agire dall’interno contro la deriva inumana del regime. Ed è proprio ciò che avrebbe fatto, rinunciando a diventare il padre della bomba atomica nazista. Ma prima di arrivare al punto cruciale, torniamo ai suoi rapporti con il nazismo che non furono poi così pacifici. Nel 1937 il fisico subì un violentissimo attacco verbale da parte della rivista ufficiale delle SS, Das Schwarze Korps, che pubblicò un articolo intitolato Weisse Juden in der Wissenschaft (ebrei bianchi nella scienza). “Ebreo bianco” era definito chi, pur essendo “ariano”, aveva “spirito ebraico”. Heisenberg era accusato, tra l’altro, di insegnare la “fisica ebraica”, ossia la relatività di Einstein. L’attacco tendeva forse anche a sbarrargli la strada per la cattedra di Sommerfeld a Monaco, anche lui accusato di essere un “ebreo bianco”. Sommerfeld, in effetti, aveva preso pubblicamente posizione in difesa di Einstein e contro la politica antisemita del regime e la sua sostituzione a Monaco era ormai scontata. Heisenberg, sconvolto dagli attacchi, meditò anche la fuga in America e forse prese contatti con la solita Columbia University. Ancora una volta, tuttavia, la scelta fu quella di restare. A sua difesa, contattò Himmler, che era un amico di famiglia. Himmler decise di nominare una commissione di inchiesta, che alla fine “assolse” Heisenberg. Himmler gli scrisse infine una lettera, nella quale disapprovò il comportamento della rivista delle SS, gli assicurò che non avrebbe subito altri attacchi, ma gli consigliò prudenza. Heisenberg, comunque, non ottenne la cattedra di Sommerfeld a Monaco. Era tuttavia troppo prezioso per il regime e per il programma nucleare per essere condannato come “ebreo bianco”.

E qui veniamo al punto decisivo: Sciascia sposa senza esitazioni la tesi giustificazionista. “Heisenberg non solo non aveva avviato il progetto della bomba atomica, ma aveva passato gli anni della guerra nella dolorosa apprensione che gli altri, dall’altra parte, stessero per farla. Non infondata apprensione, purtroppo. E cercò, anche se in maldestramente, di far sapere a quegli altri che lui e i fisici rimasti in Germania non avevano l’intenzione, ne sarebbero stati in grado di farla; e diciamo maldestramente perché credette di poter servirsi come tramite del fisico danese Bohr”.

Il fatto cruciale è dunque l’incontro con Bohr, al quale era legato anche da una vecchia amicizia. Secondo Heisenberg stesso – e secondo Sciascia – a Bohr che si preparava a fuggire anche lui in America (avrebbe collaborato al progetto Manhattan) Heisenberg, parlandogli delle ricerche in corso, avrebbe cercato di far capire che non c’era da parte sua alcuna intenzione di portare veramente avanti la realizzazione della bomba. Questo messaggio avrebbe dovuto tranquillizzare i colleghi che dall’altra parte dell’Oceano stavano lavorando ad analogo programma e soprattutto avrebbe dovuto indurli a fermarsi a loro volta. Ma Bohr la intese all’opposto: lesse nelle parole di Heisenberg un avvertimento e una minaccia. In America portò questo messaggio: bisogna fare presto, perché i nazisti sono vicini alla bomba. E qui Sciascia ricorda che già nel 1933 Majorana lo aveva trovato “un po’ rimbambito” (non abbastanza, tuttavia, da non essere ricercato dagli americani, anni dopo, per il progetto Manhattan).

Sono molto significative le conclusioni di Sciascia – la sua “semplice e penosa constatazione” – sulla drammatica vicenda che alla fine porterà ad Hiroshima e Nagasaki: “si comportarono liberamente, cioè da uomini liberi, gli scienziati che per condizioni oggettive non lo erano; E si comportarono da schiavi, e furono schiavi, coloro che invece godevano di una oggettiva condizione di libertà. Furono liberi coloro che non la fecero. Schiavi coloro che la fecero. E non per il fatto che rispettivamente non la fecero o la fecero (il che verrebbe a limitare la questione alle possibilità pratiche di farla che quelli non avevano e questi invece avevano), ma precipuamente perché gli schiavi ne ebbero preoccupazione, paura, angoscia; mentre i liberi, senza alcuna remora, e persino con punti di allegria, la proposero, vi lavorarono, la misura a punto e, senza porre condizioni o chiedere impegni, la consegnarono ai politici e ai militari. E che gli schiavi l’avrebbero consegnata Hitler, a un dittatore di fredda e atroce follia, mentre i liberi la consegnarono a Truman, uomo di “senso comune” che rappresentava il “senso comune” della democrazia americana, non fa differenza: dal momento che Hitler avrebbe deciso esattamente come Truman decise, e cioè di far esplodere le bombe disponibili su città accuratamente, “scientificamente” scelte fra quelle raggiungibili di un paese nemico; città della cui totale distruzione si era potuto far calcolo”.

Per cui, “in un mondo più umano, più attento e più giusto nella scelta dei suoi valori, dei suoi miti, la figura di Heisenberg più dovrebbe nobilmente aver spicco di altre che nel campo della fisica nucleare operarono negli stessi suoi anni, più di coloro che la bomba la fecero, la consegnarono, con esultanza colsero la notizia degli effetti e soltanto dopo (ma non tutti) ne ebbero smarrimento e rimorso”.

 Solo dopo la morte di Sciascia, si è avuta la conferma eclatante di come egli avesse ragione. E’ accaduto quando, agli inizi degli anni ’90, il British Intelligence ha tolto il segreto ai “Farm Hall Transcripts”. Tra il giugno e il dicembre del 1945, dieci tra i più importanti scienziati tedeschi ( tra i quali Heisenberg)  furono tenuti prigionieri nella Farm Hall presso Cambridge e le loro conversazioni furono di nascosto registrate dal servizio segreto britannico. Dalle trascrizioni risulta che, tra i dieci ,solo uno degli scienziati tedeschi si mostrava favorevole alla costruzione della bomba. E non era Heisenberg.

====================

La prima lezione che dovremmo trarre da questa terribile vicenda è che la bomba atomica e il genocidio nucleare che ne seguì non furono solo opera di politici, ma innanzitutto di scienziati. E non di scienziati che vivevano sotto un regime totalitario, ma di fisici che spesso da un totalitarismo erano fuggiti e che operavano liberamente, senza costrizione alcuna, nella più grande democrazia del mondo. E che costoro progettarono un ordigno sterminatore in nome di un preteso bene comune superiore, per salvare l’umanità, non per deliberatamente distruggerla, e quindi fecero il loro lavoro con entusiasmo.

Già così c’è molto che può riferirsi, come monito e profezia, ai nostri tempi, alla scienza e agli scienziati dei nostri tempi, perché questa è una storia che purtroppo non appartiene al passato, non è terminata il 9 agosto del 1945 e neanche incombe oggi soltanto e nuovamente come minaccia nucleare, ma come un orrore che può presentarsi in altre forme (ma sempre ad opera della scienza e degli scienziati). Ma a questo punto è venuto veramente il momento di capire quale è, per Sciascia, il messaggio ai posteri, a noi, che Majorana volle lasciare con la sua enigmatica “scomparsa”.

Majorana scrisse parole ambigue nelle sue ultime lettere, parole che a prima vista alludevano a un proposito di suicidio, pur senza dichiararlo apertamente, ma che servivano innanzitutto a far perdere le proprie tracce e a confondere chi si fosse ostinato a seguirle. Parole che a distanza di tempo, quando la “brutta strada” imboccata dai suoi colleghi fosse giunta alle sue inevitabili e atroci conseguenze, quando il “semplice senso comune” avesse compiuto il suo disastro, avrebbero potuto essere lette in ben altro modo che come le frasi di uno che aveva troncato la sua esistenza, vittima dell’”esaurimento nervoso”, della solitudine, di se stesso, della mancanza di “senso comune”.

“Preparando dunque la propria scomparsa, organizzandola, calcolandola, crediamo baluginasse in Majorana – in contraddizione, in controparte, in contrappunto – la coscienza che i dati della sua breve vita, messi in relazione al mistero della sua scomparsa, potessero costituirsi in mito. La scelta della “morte per acqua”, è indicativa e ripetitiva di un mito: quella dell’Ulisse dantesco. E non far ritrovare il corpo o il far credere che fosse in mare sparito, era un ribadire l’indicazione mitica”.

Ma quale è il mito particolare che Majorana intenderebbe configurare e lanciare come monito? Si tratta del mito del “rifiuto della scienza”.

“Nato in questa Sicilia che per più di due millenni non aveva dato uno scienziato, in cui l’assenza se non il rifiuto della scienza era diventata forma di vita, il suo essere scienziato era già come una dissonanza. Il portare poi la scienza come parte di sé, come funzione vitale, come misura di vita, doveva essergli di angoscioso peso; e ancor più nell’intravedere quel peso di morte che sentiva di portare oggettivarsi nella particolare ricerca e scoperta di un segreto della natura: depositarsi, crescere, diffondersi nella vita umana come polvere mortale. In una manciata di polvere ti mostrerò lo spavento, dice il poeta. E questo spavento crediamo abbia visto Majorana in una manciata di atomi”.

Oggi non si tratta più soltanto, né principalmente del terrore nucleare. Oggi dovremmo essere capaci di vedere lo spavento in una manciata di codici genetici, di algoritmi, di nanotecnologie, di impianti neurali. Ma gli scienziati procedono senza scrupoli e con entusiasmo, a braccetto con il potere – potere democratico naturalmente. E l’uomo comune, anche e soprattutto quello con una certa vernice culturale, non si spaventa di certo, perché “si fida della scienza”. Di quella scienza dalla quale si ritrasse invece Majorana, il più grande genio scientifico del secolo, con un gesto simbolico ed estremo, che continueremo a non capire.

===========================

Questo blog richiede un lavoro di studio e di ricerca e ha anche dei costi fissi. Se ne apprezzi i contenuti e l’impegno per la causa della libertà, offri una donazione

  • con bonifico bancario sul conto IT 13 R 05387 15100 000000217060 intestato a Angelo Michele Imbriani (causale: DONAZIONE)

. con carta di credito, cliccando sul link a paypal oppure su “Donazione” e selezionando uno dei pulsanti che appariranno con l’importo che vuoi donare.

Grazie!