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letture critiche del tempo presente

VOTO O ASTENSIONE?

L’articolo riprende, con qualche integrazione e modifica, l’intervento che ho svolto alla assemblea organizzata ad Avellino il 17 agosto 2022.

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È quanto mai necessaria una discussione serena e argomentata sulle ragioni del voto e sulle ragioni dell’astensione. È necessaria, non perché il 25 settembre possa rappresentare un evento decisivo, ma proprio perché non lo sarà: con queste elezioni non crollerà il “sistema” e non saranno certo risolti i nostri problemi. Pertanto, il 26 settembre dovremo tutti quanti ricominciare – o forse sarebbe il caso di dire incominciare veramente – un percorso di lotta, di resistenza, di reale opposizione.  E sarà quindi necessario superare le divisioni che si stanno già producendo e che si confermeranno nel giorno delle elezioni fra chi vota e chi si astiene e inoltre, tra coloro che si recheranno alle urne, fra i sostenitori delle diverse liste e partiti. E proprio questa la vera unità da salvaguardare, non quella – impossibile per differenze di programma, nonché di provenienza e di credibilità dei vari personaggi – fra le varie liste “anti-sistema”

È quindi importante che in questa fase di campagna elettorale non si ceda alla tentazione, come invece spesso avviene, di “delegittimare” la posizione dell’altro, di considerarlo uno che “fa il gioco del sistema”. Io parlerò ora delle ragioni dell’astensione, perché, al di là di quelle che possono essere le mie personali propensioni, è proprio chi intende astenersi che viene colpito da questa delegittimazione. Il voto, infatti, è quasi per abitudine associato all’impegno politico e civile, una abitudine a mio avviso indotta innanzitutto dallo stesso sistema dei partiti.

Più che le ragioni del voto, che altri potranno eventualmente motivare meglio di me, mi preme quindi sottolineare, prima ancora di quelle che possono essere le ragioni dell’astensione, quelle che invece NON possono essere le ragioni del voto. Mi riferisco a quella filastrocca di luoghi comuni che viene puntualmente recitata ogni volta che una osservazione critica viene interpretata, anche se non lo è, come invito all’astensione: “Se non voti decidono gli altri”, “se non voti fai vincere il sistema”, “se non voti non lotti” (spesso detto a chi è stato sospeso da chi ha usato il “Green Pass da guarigione”…) e l’immancabile “se non voti fai vincere il PD” (con tanto di tabellina aritmetica).

Parto proprio da quest’ultimo pseudo-argomento. Guardate che il PD, o i suoi antecedenti – diciamo il centro-sinistra – non vincono un’elezione dai tempi di Prodi, dal 2006 (e fu una vittoria di strettissima misura, con una maggioranza parlamentare legata al voto dei senatori a vita). Sono 15 anni che il PD perde regolarmente tutte le elezioni, eppure continua a stare al governo.

Si potrebbe fare una breve storia di come in quasi tutte le consultazioni politiche e le legislature della Seconda Repubblica, dal 1994 ad oggi (precisamente in sei su sette), la volontà popolare uscita dalle urne sia stata tradita dagli eletti in Parlamento, di come i governi che si sono formati sulla base di quella volontà popolare, siano stati rovesciati entro un anno o al massimo due. Questa breve storia la farò in una delle prossime newsletter. Qui mi limiterò all’ultimo capitolo, quello che tutti dovremmo ben ricordare e che, invece, non viene mai preso in considerazione nel dibattito su voto e astensionismo.

Le elezioni politiche del 2018 sono state certamente il più grande terremoto elettorale della storia d’Italia. Si affermò, come tutti ricorderanno, la lista “anti-sistema” del Movimento Cinque Stelle, ottenendo addirittura il 32,68% dei voti assoluti e oltre il 35% dei seggi sia alla Camera che al Senato. Una percentuale raggiunta solo dalla DC in passato. L’altro grande vincitore fu un altro partito “anti-sistema”, la Lega, che ottenne il 17,35% dei voti (ma oltre il 18% dei seggi al Senato e quasi il 20% alla Camera). La Lega, come si ricorderà, era precipitata al 4% nelle precedenti politiche. Dall’altra parte il grande sconfitto fu il PD, il partito del sistema, che raggiunse solo il 18,6% dei voti, con il 17% dei seggi alla Camera e il 16% al Senato. Il PD, alle precedenti elezioni, aveva ottenuto il 25,46%, risultato definito da Bersani come una “non vittoria”. All’epoca il M5S si presentava come la forza anti-sistema in assoluto, mentre la Lega lo era quantomeno per la sua posizione “euro-scettica” (aveva candidato Borghi e Bagnai, rispettivamente il più noto e il più autorevole esponente della posizione anti-euro).

Ebbene, dopo questo cataclisma elettorale, si formò effettivamente il governo dei due partiti della più radicale contestazione, ma di politiche “antisistema” non se ne videro affatto. E dopo poco più di un anno, il primo ministero Conte fu sfiduciato dallo stesso Salvini e quale fu il risultato? il ritorno al governo del PD! Che da allora non ha più sloggiato dalle poltrone ministeriali. Alla fine, le elezioni che avevano visto l’affermazione delle forze euroscettiche (lo era anche il M5S, anche se in modo più ambiguo, e proponendo un referendum sulla moneta unica) hanno avuto come loro paradossale risultato l’ascesa a Palazzo Chigi del principale eurocrate italiano, dell’ex presidente della BCE! Non si potrebbero immaginare un più clamoroso tradimento della volontà del “popolo sovrano” e una più evidente dimostrazione della inutilità del voto “anti-sistema” del 2018.

Soprattutto, non bisognerebbe dimenticare che il Parlamento che ha adottato lock down, Green Pass, Green Pass rafforzato e obbligo vaccinale, è il Parlamento uscito da quelle elezioni-terremoto, dal voto che aveva contestato come non mai il regime e che aveva portato il PD ai suoi minimi storici.

A questo punto, chi sostiene la inderogabile necessità del voto per evitare che vinca il sistema o che vinca il PD assomiglia pericolosamente a quei giocatori di slot machines che continuano a giocare e a perdere e si illudono che la volta successiva finalmente vinceranno.

Sarebbe molto riduttivo leggere in questo regolare e ripetuto travisamento e persino capovolgimento della volontà popolare espressa nelle urne – che dura, come dicevo, dal 1994 – con il succedersi di “ribaltoni” parlamentari e “inciuci” – per usare i termini che furono originariamente coniati – con la spregiudicata transumanza da uno schieramento all’altro che ormai non riguarda più i singoli parlamentari, ma gli stessi partiti, e ha coinvolto persino un Presidente del Consiglio (Conte), semplicemente l’azione di fattori contingenti e occasionali. Si tratta in tutta evidenza di una gravissima crisi della nostra forma istituzionale, della democrazia parlamentare e costituzionale. Non è questa la sede per approfondire il problema. La mia riflessione in proposito, che è già stata accennata nel corso “Letture critiche del tempo presente”, ha trovato espressione in un pamphlet di imminente pubblicazione (La ricerca della libertà. Libertà, democrazia e totalitarismo all’epoca della Quarta Rivoluzione Industriale), al quale rimando.

Dato che è anche vero che le necessità del momento non possono purtroppo attendere l’elaborazione di analisi che richiedono il loro tempo per non esser superficiali, come secondo passaggio di questo intervento vorrei profilare gli scenari che realisticamente – le fantasie lasciamole da parte – possono profilarsi per il voto cosiddetto antisistema il 25 settembre. Gli scenari realistici sono solo due, uno più ottimistico e uno più pessimistico.

Quello più ottimistico prevede che una delle liste “del dissenso” riesca a superare la soglia di sbarramento del 3%, eleggendo qualche parlamentare (da uno a cinque, presumibilmente). Numericamente, si tratterebbe della conferma, a malapena, dei parlamentari che già in questa legislatura si sono opposti al Green Pass e all’obbligo vaccinale, senza neanche voler contare quelli di Fratelli d’Italia. Politicamente sarebbe comunque una inequivocabile sconfitta, questa conferma di una sparutissima pattuglia di oppositori – in un Parlamento che peraltro è sostanzialmente privato dei suoi poteri – dopo la stagione delle piazze, della protesta, della “controinformazione” e via dicendo.

E c’è purtroppo anche lo scenario peggiore, quello in cui nessuno supera il 3% e nessun parlamentare “anti-sistema” viene eletto.

Nell’uno o nell’altro caso, la partecipazione alle elezioni delle liste antisistema non potrà scalfire minimamente il regime e, nel caso peggiore, gli darà persino l’occasione di gridare: “eccoli qui i no-vax, i no Green Pass, quelli che dicevano di essere milioni: non eleggono neanche mezzo parlamentare”.

Bisognerebbe seriamente riflettere e chiedersi se non sia stato un catastrofico errore, dopo che per due anni si è parlato di “dittatura sanitaria”, accettare di sedersi al tavolo da gioco preparato dal “dittatore”, con le regole da lui imposte. Bisognerebbe sapere che nell’età delle masse – che è incominciata da oltre un secolo – i dispotismi hanno bisogno di una legittimazione popolare – e quindi anche elettorale – più o meno autentica, più o meno finta e manipolata. Prestarsi al loro gioco, contribuendo a questa legittimazione, non mi pare si possa considerare un’idea geniale.

Questo ci porta a quelle che possono essere, invece, le ragioni dell’astensionismo.

Bisogna partire da un elemento di chiarezza, che in questi mesi ho cercato di evidenziare tante volte: non esistono azioni rapidamente risolutive, la lotta non può avere uno sbocco positivo in tempi brevi, ma richiede un percorso che probabilmente sarà lungo, difficile e avrà i suoi “costi” (li ha già avuti). Pertanto, se non è risolutivo il voto, non è risolutiva neanche l’astensione, a prescindere anche da quella che sarà la percentuale dei non votanti. Il problema, quindi, non è quello di trovare l’azione decisiva, che non c’è, ma è di evitare quelle azioni e quelle strategie che alimentano illusioni e distraggono dal lungo e difficile percorso di lotta, quelle azioni che sono per taluni solo surrogati di una battaglia che non si vuole, non si può o non si sa combattere. Il voto – non certo per tutti e in ogni caso, ma per alcuni e con determinate motivazioni – può essere appunto uno di questi diversivi, uno di questi “surrogati”. L’astensione, per sua stessa natura, non lo è mai. Nessun astensionista, infatti, crede che l’astensione, quando pure toccasse il 50% o persino l’80% degli aventi diritto, farebbe crollare da un giorno all’altro il regime: questo è lo pseudo-argomento che usano precisamente coloro che vogliono delegittimare la scelta di non votare. E che dimenticano tra l’altro, che se si vuole rivendicare e difendere il diritto al voto, bisogna allora riconoscere anche il diritto a non votare, perché un diritto che esclude la possibilità di non essere esercitato non si chiama più diritto, ma obbligo.

Quale è allora il significato politico dell’astensione? Non votare non è una manifestazione di lotta contro il sistema– ecco un altro equivoco alimentato non già dagli astensionisti, ma da chi li attacca – ma è una dichiarazione di estraneità al sistema. È il rifiuto di sedersi a quel tavolo da gioco di cui si diceva, è il rifiuto di giocare con un baro conclamato, con delle carte truccate. È il rifiuto di dare quella legittimazione di cui il regime ha comunque bisogno. L’astensione, già ai livelli raggiunti l’ultima volta (24%) e ancor più con quelli che potrebbe ragionevolmente raggiungere il 25 settembre (30-35%) è un atto di delegittimazione del sistema. Almneo in un paese come l’Italia – non siamo negli USA – dove le percentuali di votanti si sono per decenni mantenute vicine al 90% e sempre al di sopra dell’80%. Ovviamente, i signori del regime faranno finta di ignorare questa delegittimazione: qualcuno riconoscerà pure che quello dei non votanti è ormai di gran lunga il primo partito, ma continueranno poi a fare i loro giochi. E tuttavia il messaggio sarà comunque giunto, perché costoro sanno bene che questi milioni di astenuti non sono “qualunquisti”, ma sono persone sfiduciate e arrabbiate, che un giorno potrebbero finalmente trovare una rappresentanza politica degna. Per questo al “sistema” fa molta più paura una alta percentuale di astensioni che non il ritrovarsi ancora qualche parlamentare che farà dei bei discorsi di opposizione, senza poter minimamente intralciare la loro azione di governo. L’astensione fa paura almeno in prospettiva, la sparuta pattuglia di dissidenti in Parlamento non fa paura né nel presente, né in prospettiva.

È chiaro che l’astensione da sola non costruisce nulla, ma perlomeno evita di distruggere quello che si sta cercando di costruire, non rischia di legittimare e di rafforzare ulteriormente il regime. Non intralcia il percorso che si sta cercando da mesi faticosamente di delineare. Quale sia questo percorso di lotta e di resistenza lo si è detto ripetutamente. In breve, dico che si fonda su due pilastri: disobbedienza civile (reale) e solidarietà.

Disobbedienza civile reale – e assolutamente non violenta – è rifiutare le “regole” e gli strumenti del regime di dispotismo sanitario. Non basta rifiutare il vaccino. Lo strumento fondamentale che occorreva ed occorre rifiutare, se si vuole fare davvero disobbedienza civile – è il Green Pass. Non si fa la lotta al Green Pass col Green Pass e non si può pensare che un governo – un qualunque governo – possa rinunciare a questo formidabile strumento di controllo, di sorveglianza, di discriminazione e di oppressione (dato che il fine del potere è precisamente questo) se questo strumento, in una forma o nell’altra, viene accettato dal 90, 95, forse 98% dei cittadini.

Altrettanto importante è costruire reti di solidarietà, perché la solidarietà rende meno gravosa la disobbedienza civile. La solidarietà non è solo quella economica – sebbene sia evidente la necessità di non lasciare soli quelli che perdono il lavoro e questa elementare forma di solidarietà era del resto persino scontata quando esistevano delle vere lotte collettive. La solidarietà è scambio di servizi, di competenze, di informazioni, è tutto ciò che ha sempre unito e rafforzato le minoranze discriminate e oppresse, consentendo loro di resistere. Ed è qualcosa che dobbiamo imparare daccapo. D’altra parte, la solidarietà senza vera disobbedienza civile non avrebbe alcun significato politico. Nella migliore delle ipotesi potrebbe avere un valore morale, nella peggiore delle ipotesi aiuterebbe a trovare delle illusorie e comunque temporanee “scappatoie”, quelle che hanno soltanto indebolito la lotta.

Mi rendo conto che il percorso che indico può essere duro da digerire, mi rendo conto che è più comodo “credere” nel cambiamento con la matita elettorale. So bene che finora, se sono stati pochi quelli scesi in piazza rispetto al totale dei non vaccinati, sono stati a loro volta pochi tra coloro che sono scesi in piazza quelli che hanno fatto vera disobbedienza, sono stati i pochi tra i pochi, la minoranza nella minoranza della minoranza. E pochi – è una facile previsione – saranno del resto i voti alle liste antisistema rispetto alla massa dei non vaccinati.

 Ma farsi prendere dallo sconforto non è una opzione in campo: volenti o nolenti, pessimisti o ottimisti, fiduciosi o sconfortati è il percorso di lotta sopra accennato quello che ci troveremo davanti all’alba del 26 settembre. Si tratta solo di capire se ci toccherà farlo individualmente e come azione di testimonianza, magari per i posteri, oppure collettivamente.

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