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NEMESIS E HYBRIS: ALLE RADICI DI UNA “PANDEMIA IATROGENA”

La nostra società è investita da una micidiale pandemia, ma si tratta di una «pandemia iatrogena». Iatrogeno deriva dal greco iatròs – medico – e genesis – origine. Una pandemia iatrogena è dunque quella generata dai medici e dalla medicina. Non si tratta del Covid e il giudizio non è di un nostro contemporaneo, ma si trova in un saggio di Ivan Illich pubblicato nel 1976. «La corporazione medica», scriveva proprio in apertura del suo lavoro Illich, «è diventata una grande minaccia per la salute».

Illich, come cercherò di chiarire in successivi articoli, distingueva una «iatrogenesi clinica», una «iatrogenesi sociale» e una «iatrogenesi culturale», ma verso la fine della sua analisi ampliava il suo discorso ben oltre il campo della medicina e della salute. Non si potrà vincere la iatrogenesi, scriveva, se non la si comprende come «un aspetto del rovinoso dominio dell’industria sulla società». Va subito chiarito che Illich intende per industria una produzione su larga scala, standardizzata, che espropria l’uomo della sua autonomia – autonomia nella produzione di ciò che occorre a provvedere ai propri bisogni e autonomia nel riconoscere questi stessi bisogni. Su queste basi, egli distingue una economia industriale da una economia autonoma.

La produzione industriale alla fine genera una «controproduttività», ossia ottiene uno scopo precisamente opposto da quello che ricerca. E così, per esempio, l’accelerazione di ogni attività sottrae tempo e fa perdere tempo, l’informazione disinforma e disorienta, i piani urbanistici creano caos e disordine, l’istruzione instupidisce e la medicina danneggia la salute.  

Questa «controproduttività» può essere letta come una «nemesi» (Nemesi medica è appunto il titolo del saggio di Illich). Nel mito antico, Nemesis è la personificazione della giustizia distributiva, compensativa e riparatrice, che punisce implacabilmente chi eccede la misura, oltrepassa i limiti umani e naturali, turba l’ordine e l’armonia dell’universo. Illich rileva come nell’antichità il mito avesse la funzione di tutelare la comunità umana dalle ambizioni sfrenate, dai sogni blasfemi. All’uomo comune che rimaneva entro i limiti segnati, il mito prometteva sicurezza, mentre «garantiva invece la rovina a quei pochi che cercavano di raggirare gli dei», che cadevano nel peccato di hybris; costoro diventavano appunto preda di Nemesis, la gelosia degli dei. Il racconto più noto è quello di Prometeo, del furto del fuoco, della terribile punizione. Prometeo, per millenni, eroe negativo, emblema della hybris e monito a non oltrepassare i limiti che dei e natura pongono alla condizione umana è divenuto poi il simbolo della civiltà industriale e tecnologica (oggi potremmo dire anche del «transumanesimo»), ad esempio nell’opera dello storico Landes sulla Prima Rivoluzione Industriale.

La società contemporanea ha quindi di nuovo bisogno di proteggersi dal delirio fanatico, dalla superbia dei pochi, dalle loro aspirazioni sovraumane o transumane, ma non ha più il mito e la sfera del sacro come suoi anticorpi. Inoltre, è mutato anche l’aspetto sociale della nemesi: «la hybris è diventato un fenomeno di massa». Prometeo era un eroe, non era «Ognuno», non era l’uomo comune, l’uomo-massa. Ma oggi il progresso senza fine non è solo il sogno di pochi, ma è l’obiettivo di Ognuno. Il risultato è che la nemesi non colpisce più l’eroe isolato, ma «è diventata strutturale ed endemica»: «i malesseri più diffusi, lo smarrimento e l’ingiustizia di cui soffriamo sono in gran parte conseguenze non volute di strategie intese a produrre una migliore istruzione, migliori alloggi, una migliore alimentazione, una migliore salute». Il risultato raggiunto è però spesso precisamente quello opposto. Perché?

Come già accennato, per Illich è responsabile il dominio dell’industria che distrugge l’autonomia degli individui. Una società che valuta l’insegnamento pianificato (e ancora nella scuola degli anni Settanta non vi era l’ipertrofia dei “progetti”!) più dell’apprendimento autonomo non può che allevare automi, una società che distrugge le produzioni agricole autonome non può che produrre carestia, una società che delega totalmente la salvaguardia della salute a dei tecnici e a degli specialisti, espropriando le persone delle proprie autonome capacità di cura, non può che distruggere la salute stessa.

Oltre un certo livello di hybris industriale, deve incominciare la nemesi e il progresso diventa la scopa impazzita dell’apprendista stregone. Ma gli uomini non se ne rendono facilmente conto: la logica industriale, la logica della società dei consumi, prescrive loro dei bisogni, li spinge a soddisfarli con costi crescenti a cui non corrisponde una soddisfazione, un beneficio, ma un accrescersi del malessere, che però non porta ad individuare le cause, ma solo a un nuovo esborso, a nuovi consumi, a nuovi costi e a ulteriore insoddisfazione. La società industriale, nota acutamente Illich, non è quella dell’homo oeconomicus, perché questi, proiettato costantemente verso vantaggi marginali e in fondo illusori, si trasforma in homo religiosus, che sacrifica sé stesso sull’altare della ideologia imperante, una ideologia che si presenta di volta in volta come sanitaria, pedagogica, urbanistica, ma che è alla sua radice ideologia industriale. E a questo punto «il comportamento sociale comincia ad assomigliare a quello del drogato», le aspettative diventano irrazionali, ci si infligge sofferenza da soli. La hybris ispira «un comportamento di massa autodistruttivo».

È una folgorante chiave di lettura di ciò che sta avvenendo con il covid 19, fra mascherine, tamponi e vaccini, una chiave di lettura che però ci spinge ad inserire la stretta attualità in un processo più profondo e di ben più lungo periodo.

Le reazioni correnti al drammatico fallimento delle politiche e dei comportamenti fondati sulla hybris industriale non fanno che aggravare il problema. Esse, infatti, «prendono ancora la forma di programmi scolastici più perfezionati, di servizi sanitari più numerosi e di metodi di trasformazione dell’energia più efficienti e meno inquinanti, e si insiste a cercare delle soluzioni in una migliore ingegneria dei sistemi industriali. La sindrome corrispondente alla nemesi è stata individuata, ma si continua ad attribuirne le cause a difetti tecnologici aggravati da una gestione egoistica, sia questa nelle mani di Wall Street o del Partito. Ancora non ci si rende conto che la nemesi è la materializzazione di una risposta sociale a un’ideologia profondamente errata […] Come i contemporanei di Galileo si rifiutavano di guardare al telescopio i satelliti di Giove perché temevano che ne restasse scossa la loro visione geocentrica del mondo, così i nostri contemporanei rifiutano di guardare in faccia la nemesi perché si sentono incapaci di imperniare le loro costruzioni sociopolitiche sul modo di produzione autonomo anziché su quello industriale».

Quali sono allora le soluzioni?

«La hybris industriale ha infranto la cornice mitica che poneva limiti alle fantasie irrazionali, ha fatto sembrare razionali le risposte tecniche a sogni insensati». Il mito non segna più il limite invalicabile, né la dimensione del sacro pone dei confini all’uso della spada o dell’aratro, come accadeva nelle società primitive. Pertanto, la specie umana deve di nuovo imparare «a dominare razionalmente e politicamente i suoi sogni di cupidigia, di invidia, di pigrizia». Perciò, «alla barriera mitologica dovrà sostituirsi una limitazione politica della crescita industriale». Qui Illich sembrerebbe concordare con la prospettiva dei «limiti della crescita», lanciata proprio in quegli anni dal club di Roma, ma ancora con scarso successo fra le oligarchie dominanti, o addirittura con l’idea successiva della «decrescita». Non è così: egli ritiene che questo tipo di risposta ecologica ricada ancora tutta all’interno della hybris e non sia affatto un rimedio alla nemesi:

«Sarebbe tuttavia sciocco, in questo momento di crisi, fissare le barriere dell’azione umana sulla base di qualche ideologia ecologica a sé stante, che traduca in termini moderni la mitica sacralità della natura. La fabbricazione di un’eco-religione sarebbe la caricatura dell’antica hybris».

Alla luce di questa critica di «una ecologia religiosa», che è poi precisamente quella oggi di moda, si può interpretare senza equivoci il successivo passaggio del ragionamento di Illich. Venuto meno il mito, svanito il senso del sacro, un’azione che voglia «restare umana» deve trovare fondamento etico in un nuovo imperativo. E l’imperativo Illich lo formula così: «agisci in modo che l’effetto della tua azione sia compatibile con la permanenza di una vita autenticamente umana», ossia, concretamente, che essa non si debba ripercuotere negativamente «sui figli dei tuoi figli». È un imperativo etico che ci è ormai familiare, perché è proprio quello assunto dalla ecologia alla Greta – che poi in realtà altro non è che la volgarizzazione e la banalizzazione del «principio responsabilità» del filosofo morale Hans Jonas. Da quanto sopra specificato e da quanto ancora chiariremo, è chiaro che l’assunzione nella attuale religione ecologica di questo imperativo etico proposto da Illich è invece precisamente un tradimento del suo pensiero.

Illich non è certo ingenuo e sa bene che questo imperativo etico si scontra con gli impulsi egoistici. In passato, era la paura del sacro che consentiva di superare o neutralizzare l’egoismo, ma il ricorso al sacro è impensabile nel momento che stiamo vivendo, mentre il ricorso alla fede offre una soluzione solo ai credenti, «ma non può costituire la base di un imperativo etico, perché la fede o c’è o non c’è; e se manca il fedele non può farne colpa a chi non crede». Ciò vale per qualunque tipo di religione, compresa la nuova religione ecologica: l’azione etica non richiede l’imposizione dei «dogmi ecologici ora in voga». E, più in generale, «non è necessario, probabilmente non è attuabile, e certamente non è auspicabile basare la limitazione delle società industriali su un sistema condiviso di idee a sé stanti tendenti al bene comune e fatte rispettare con la forza della polizia». Il che, invece, pare precisamente la strada imboccata dalle oligarchie globaliste oggi dominanti, riunite nel circolo di Davos.

Illich confidava invece nello stesso movente egoistico – un po’ come i liberali e i liberisti classici (ai quali pure non apparteneva di certo): si può dimostrare, scrive, che oltre un certo livello di produzione industriale le utilità marginali non solo non sono distribuite equamente, ma comincia a scemare anche l’efficacia globale. In sostanza, si produce iniquità e un danno generalizzato. Da qui può maturare una diversa consapevolezza che può tradursi in una azione politica, sostenuta da un risveglio etico, che miri a recuperare l’autonomia personale, in quanto essa consente di evitare i danni ormai insostenibili della produzione industriale e di realizzare nel contempo più efficienza e più equità. Nel campo sanitario, ad esempio, «si limiteranno le terapie mediche, perché si vorrà conservare la possibilità e il potere di guarire».

A distanza di quasi mezzo secolo, si può affermare, sconsolatamente, che l’alternativa indicata da Illich non si è affatto realizzata, che la consapevolezza del carattere autodistruttivo dell’organizzazione industriale è ancor meno diffusa di allora, che di fronte ai disastri che sono ancora più drammaticamente evidenti, prevalgono le finte soluzioni che li perpetuano e che riproducono proprio la nemesi.  Eppure, il pensiero di Illich continua ad essere un faro che illumina il cammino da compiere, almeno per quelli che non hanno del tutto perduto il bene della vista.