Categorie
letture critiche del tempo presente

Il «cambiamento climatico», ideologia dei potenti del mondo

Da tempo pare che l’ecologismo – o almeno l’ecologismo propagandato dai media – si sia trasformato in una sorta di religione penitenziale apocalittica (più esattamente, millenaristica) che ci chiama tutti ad una confessione di colpa e ad una espiazione, in vista di una catastrofe finale talora annunciata anche con precisi riferimenti cronologici (come è tipico della letteratura apocalittica). Nell’ultimo periodo e in questi giorni di calura estiva il monito al pentimento e all’autoflagellazione si è fatto più pressante, prima per la crisi energetica, che si pretende legata alla guerra in Ucraina, ed ora per la siccità e per la tragedia della Marmolada. I dogmi indiscutibili di questa religione ecologista sono gli stessi che negli anni scorsi recitava la sua sacerdotessa Greta: c’è un grave mutamento climatico, in forma di riscaldamento globale; questo mutamento climatico provoca calamità ed è una minaccia per la stessa vita sul pianeta; esso è provocato dall’uomo, e specificamente dall’uomo occidentale, dalle sue attività dissennate di produzione e di consumo, dai suoi stili di vita.

Non mi avventuro in una discussione strettamente scientifica dei suddetti dogmi, per la quale non ho specifiche competenze, ma rilevo alcuni elementi che invece è nella mia piena facoltà evidenziare.

Il primo: la storia e in particolare la storia del clima conosce l’alternarsi di epoche di riscaldamento e di raffreddamento globale, del tutto indipendenti dalla azione e dalla stessa presenza dell’uomo sul pianeta, all’interno delle quali vi sono dei periodi, molto più brevi (dell’arco di qualche secolo) che talora accentuano, talora sembrano invece invertire la tendenza generale. Dalla fine della cosiddetta era glaciale siamo in una epoca di riscaldamento globale, ma all’interno di questa era che copre milioni di anni, abbiamo conosciuto, in tempi storici, una alternanza di periodi caldi e periodi freddi. Un periodo di relativo raffreddamento si è verificato a partire dal XIV secolo (quando ancora si coltivava la vite nelle isole britanniche) ed è durato tre o quattro secoli. Attualmente siamo in una fase di relativo riscaldamento all’interno del riscaldamento globale seguito alla grande glaciazione, una fase che è incominciata nel Settecento e quindi ben prima che l’industrializzazione potesse far sentire i suoi eventuali effetti sul clima.

Secondo dato: benché la questione sia quantomeno controversa – non solo per il dato storico appena citato, ma nell’ambito della stessa ricerca scientifica – non è consentito il confronto e il dibattito sul terzo dogma, quello decisivo, ossia il presunto fattore antropico del mutamento climatico. Chi si azzarda a metterlo in discussione, viene immediatamente tacitato come «nemico della scienza». La religione ecologista, esattamente come quella sanitaria e come quella dei «nuovi diritti» gender, è una religione massimamente intollerante.

Terzo e ultimo elemento di riflessione: la lotta al cambiamento climatico è stata lanciata mediaticamente da una ragazzina svedese, che ha sollevato un vasto movimento di protesta soprattutto giovanile. Le manifestazioni promosse da Greta intendevano mettere sotto accusa i governi, i poteri mondiali, come se si trattasse di un nuovo movimento di contestazione anti-sistema. È quindi singolare che tutti i media, a cominciare da quelli più strettamente legati ai poteri forti, tutti i governi (o quasi) e poi soprattutto l’ONU – con l’Agenda 2030 – abbiano fatto propria la battaglia di Greta. Ancora più singolare è che il massimo centro di raccordo di questi poteri globali e di elaborazione delle loro strategie – ossia il Wef, il Forum di Davos – abbia assunto la lotta al cambiamento climatico come punto centrale della propria agenda. E infine è veramente sorprendente che la più potente organizzazione militare o politico-militare del mondo, la Nato, nel ridefinire il proprio ruolo e le proprie strategie, come ha fatto qualche settimana fa nel meeting di Madrid e nel «Nuovo Concetto Strategico», abbia individuato nel cambiamento climatico uno dei “nemici” da combattere. Il cambiamento climatico, si legge infatti nel documento Nato, è «una sfida decisiva del nostro tempo, con un profondo impatto sulla sicurezza degli Alleati. È un moltiplicatore di crisi e minacce. Può esacerbare conflitti, fragilità e la competizione geopolitica». L’aumento della temperatura agisce addirittura «sconvolgendo le nostre società, minando la nostra sicurezza e minacciando la vita e i mezzi di sussistenza dei nostri cittadini». E, infine, l’affermazione più singolare «il cambiamento climatico influisce anche sul modo in cui operano le nostre forze armate».

Questa entusiastica condivisione da parte dei massimi poteri mediatici, economici, politici e militari della battaglia ecologista contro il riscaldamento globale, lascia legittimamente sospettare che il «fenomeno Greta» sia stato non solo manipolato e strumentalizzato, ma addirittura artificiosamente costruito. Tuttavia, i motivi per cui il centro di potere delle «élite globaliste» e la più potente organizzazione militare del mondo abbiano sposato questa lotta climatica appare un mistero a cui non si devono dare risposte sbrigative e riduttive.

La soluzione più scontata è anche quella che occorre evitare: che per questi poteri, l’ecologismo a Greta sia solo un orpello, una maschera filantropica, l’ipocrita espressione di una preoccupazione per le sorti del pianeta e dell’umanità che viene ostentata in una specie di lavacro dei propri peccati e a copertura dei misfatti che si continuano e si continueranno a perpetrare, non solo nel campo ambientale. Penso invece che la cosa vada presa molto più sul serio e che questo ecologismo del mutamento climatico non sia una semplice copertura ma un potente strumento ideologico al servizio dei concreti obiettivi sia economici, sia geopolitici e militari del Wef e della Nato.

Per l’una e per l’altra organizzazione la battaglia ecologista è utile a quella ridefinizione dell’assetto di potere economico e geopolitico a cui si sta lavorando. Nel caso del Wef, ossia delle oligarchie economico-finanziarie, la «sostenibilità ecologica» è uno dei fondamentali parametri che consentono di distinguere – di separare e discriminare – un capitalismo «buono», da un capitalismo «cattivo», ove la connotazione etica è, questa sì, del tutto strumentale, perché la reale linea di demarcazione è tra il capitalismo vincente e quello perdente. Il parametro ecologico, detto più chiaramente, rende vincenti i grandi gruppi che sono radunati nel Forum di Davos – i suoi «partner strategici» – in quanto essi hanno le risorse per adeguarsi a tale misura. In fondo, la «transizione ecologica» a livello delle grandi imprese funziona come per le famiglie e per i singoli individui: la ristrutturazione ecologica della propria casa, l’acquisto di una nuova auto non inquinante, l’adozione di determinati stili di vita e consumi sono cose molto più agevoli per chi abbia un reddito medio-alto, meno praticabili invece per i più indigenti.

Il Wef sta promuovendo una radicale ristrutturazione del sistema capitalistico che intende chiudere definitivamente la fase della cosiddetta «globalizzazione neoliberista». Tanta parte della sedicente opposizione al sistema è ben lungi dal comprendere questo passaggio cruciale che si sta compiendo e difatti continua a recitare le sue litanie esorcistiche contro le élite neoliberiste e contro il neoliberismo in genere. In tal modo, assume come proprio nemico immaginario quello che è precisamente lo stesso nemico delle élite globaliste e del sistema che crede di combattere. Nel suo manifesto programmatico – The Great Reset – Schwab scriveva infatti che la pandemia «is likely to sound the death knell of the neoliberalism». Questo corpo di idee e di politiche, aggiunge l’uomo di Davos, era già in declino, ma il Covid 19 gli ha inferto il «colpo di grazia». Il modello di capitalismo che il Wef promuove non è assolutamente quello neoliberista – il capitalismo che si può definire degli shareholders – ma è un capitalismo fondato – esattamente al contrario di quello neoliberista – su uno strutturale intervento dello Stato e delle istituzioni sovranazionali – governance globale, big government – e su alti livelli di prelievo fiscale. Non meno Stato e meno tasse, ma al contrario più Stato e più tasse. Non è socialismo, anche se ha molti punti in comune con esso, ma è il capitalismo degli stakeholders. Per Schwab un acronimo, ESG, è il metro di misura (yardstick) di questo capitalismo degli stakeholders e, detto più direttamente, è il parametro per decidere chi sta dentro e chi sta fuori, chi è vincente e chi perdente. Che cosa significa l’acronimo? La prima lettera fa riferimento proprio all’ecologia: environment. Le altre lettere rispettivamente alla sostenibilità sociale e alla governance.

Non bisogna credere che questo capitalismo ESG sia promosso solo con una battaglia di idee. Gli strumenti sono molto più concreti ed efficaci. I grandi gruppi finanziari hanno ormai adottato una sorta di sistema a premio/punizione per incentivare le «compagnie ESG» ed emarginare le altre. Il principale gigante finanziario, Blackrock, è largamente in grado di determinare la vita e la morte delle imprese sul mercato attraverso una struttura di investimento chiamata proprio ESG, che sceglie appunto “vincitori” o “perdenti” in base alla serietà con cui l’azienda è in linea col parametro ESG. Nel 2013, la principale banca di Wall Street, Morgan Stanley, ha creato il proprio Institute for Sustainable Investing, ampliato nel 2015 quando Morgan Stanley è entrato a far parte del comitato direttivo della Partnership for Carbon Accounting Financials (PCAF), un organismo del quale fanno parte WEF, WWF, ONU, UNICEF.

Per un approfondimento di queste tematiche rinvio alle mie videolezioni Letture critiche del tempo presente, in particolare al terzo e quarto ciclo.

In definitiva, l’ecologismo “gretino” va inquadrato nella attuale fase di scontro all’interno del sistema capitalistico ed è una potente arma che i gruppi vincenti stanno utilizzando contro quelli perdenti.

Passiamo ora alla Nato. Il discorso è analogo, solo che in questo caso l’ecologismo del mutamento climatico viene messo al servizio di un conflitto geopolitico.

La Nato, nel Nuovo Concetto Strategico si impegna a «combattere il cambiamento climatico, riducendo le emissioni di gas serra, migliorando l’efficienza energetica, investendo nella transizione verso fonti di energia pulita e utilizzando le tecnologie verdi».

E il Wef ha subito salutato con viva soddisfazione l’ingresso della Alleanza Atlantica nel club «gretino»: «per la prima volta», si legge sul sito del Forum di Davos, il mutamento climatico viene riconosciuto come una «decisiva sfida del nostro tempo», mentre Stoltenberg, segretario generale Nato, ha annunciato  un impegno scandito da una precisa tabella di marcia: i paesi membri dovrebbero impegnarsi a ridurre le emissioni di gas almeno del 45% entro il 2030, per arrivare ad «emissioni zero» nel 2050.

Ancora una volta bisogna evitare di derubricare tutto questo a una mera verniciatura: si tratta invece di un modo per colpire i rivali strategici, ossia i paesi che fondano la propria potenza economica sulle fonti di energia non rinnovabili e ad alto impatto ambientale, ossia su carbone, petrolio e gas naturale, perché ne sono produttori (Russia) o perché ne sono acquirenti e la loro crescita economica ne dipende imprescindibilmente (Cina). Si può obiettare che questo vale anche per gli USA, che rientrano in entrambe le categorie, e per molti paesi europei, che rientrano nella seconda. Anche in questo caso, una analogia aiuta a capire ed è proprio quella con i grandi gruppi industriali. Pure i gruppi del capitalismo vincente, di cui parlavamo prima, inquinano (è ovvio), ma possono permettersi la riduzione delle loro emissioni inquinanti e una parziale riconversione ecologica delle loro produzioni, ossia possono adeguarsi ai parametri ESG. I gruppi perdenti, invce, non possono farlo, senza perdere quote di mercato decisive alla loro sopravvivenza. La stessa cosa vale per gli Stati o almeno questo pare il calcolo che fanno il governo USA e quello di altri paesi Nato o aspiranti Nato: possono permettersi una «transizione ecologica» molto più di quanto non possano fare Cina o Russia (ma anche India o Brasile)

Il problema è che in questo caso potrebbero esserci dei perdenti nel blocco che ritiene di adottare una strategia vincente e l’Italia è seriamente candidata ad essere uno dei principali perdenti tra gli eventuali vincenti.