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letture critiche del tempo presente

QUELLA TERZA “F” CHE PIACE TANTO AGLI ITALIANI

Il fallimento dei referendum sulla giustizia a causa del mancato raggiungimento del quorum, benché largamente annunciato, anche se non con una percentuale di votanti così bassa, induce ad alcune considerazioni molto serie.

  1. Il referendum è stato sistematicamente boicottato dalla stampa mainstream e dalle principali forze politiche (persino la Lega che ne era tra i promotori ha rinunciato a fare una vera campagna a sostegno), prima con il silenzio e poi, all’ultimo momento, con un invito a votare NO o a disertare le urne (che in pratica suggeriva la seconda opzione).
  2. Non c’è affatto da meravigliarsi, se si è compreso il passaggio storico che si è consumato nel 1992, un golpe bianco, giustizialista e forcaiolo, che serviva a mettere fuori gioco quelle forze politiche che potevano intralciare i piani che erano già scritti e che abbiamo visto dispiegarsi negli anni successivi – con l’euro, con la fine della pur relativa sovranità nazionale italiana, con il ruolo di avanguardia che oggi ha l’Italia nel disegno del Great Reset – e mirava a sostituire il sistema a democrazia liberale, parlamentare e costituzionale con quello a democrazia populistico-plebiscitaria. Tutte le forze politiche attuali sono figlie di quel golpe bianco – a cominciare proprio dalla Lega che esponeva cappi per impiccagione in Parlamento – e la battaglia per la “giustizia giusta”, slogan ripreso per gli attuali referendum, era stata una delle ultime del PSI, condotta insieme ai radicali, ossia della principale forza politica che andava eliminata, non certo per i suoi indubbi errori e difetti, ma perché incompatibile con il progetto da realizzare.
  3. Quel passaggio storico ha consegnato alla magistratura un ruolo politico, che oggi si esplica nel sostegno alla narrazione dell’obbligo vaccinale e del Green Pass. Lo sbarramento nei confronti dei referendum era quindi un atto dovuto da parte della stampa e della classe politica, a protezione e sostegno del suo braccio armato giudiziario.
  4. I referendum e i temi ad essi legati hanno però trovato scarsissima attenzione anche nella cosiddetta controinformazione e nell’area dissidente, con poche eccezioni. Singolarmente, una controinformazione e un “fronte del dissenso”, che con la guerra hanno semplicemente rovesciato la campagna della stampa mainstream, invertendo di ruolo i “buoni” e i “cattivi” e senza turbarsi più di tanto se in tal modo si finiva per sostenere un despota e la sua invasione, non hanno adottato lo stesso metro per i referendum: i media mainstream li hanno ignorati e loro hanno fatto lo stesso, continuando a parlare dei “nazisti in Ucraina” e a chiedere l’immediata beatificazione di Putin, invece che interessarsi di carcerazione preventiva, di separazione delle carriere dei magistrati, di divisione della magistratura in correnti e via dicendo.
  5. Questa tacita consonanza tra media mainstream e controinformazione, tra classe politica al potere e presunta opposizione non è poi casuale, né è difficile da interpretare: prevale nell’uno e nell’altro campo un indirizzo giustizialista e un becero istinto forcaiolo e ci si divide solo su chi debbano essere gli impiccati. Una buona maggioranza degli elettori dei partiti di governo e degli elettori scalpitanti dei partiti o dei costituendi partitini di opposizione, dei giornalisti mainstream e dei giornalisti della “libera e indipendente controinformazione”, dei russofobi e dei russofili, si trova idealmente a proprio agio sotto l’Hotel Raphael, tra coloro che furono brillantemente apostrofati da Bettino Craxi come “lanciatori di rubli”.
  6. Molti non sono andati a votare perché trovavano difficili, complessi, troppo “tecnici” i quesiti referendari. È il risultato di una brutale semplificazione del discorso pubblico che ormai si svolge solo su dicotomie buono/cattivo, bene/male, santo/demonio e di una delega della politica ai “tecnici”, dell’economia o della virologia o del diritto.
  7. Vi è infine l’indubbio logoramento dell’istituto referendario per il suo abuso. Nella crisi della democrazia liberale, parlamentare e costituzionale, nella deriva populistico-plebiscitaria che coinvolge tutti, a cominciare proprio da quelli che urlano contro il “populismo”, non si capiscono più i paletti che i Padri Costituenti avevano apposto allo strumento referendario – il suo carattere solo abrogativo, la raccolta di firme, lo stesso quorum – e che erano volti proprio ad evitare la degenerazione della democrazia liberale, parlamentare e costituzionale in democrazia plebiscitaria. Si è usato – e abusato – del referendum per opporre un indirizzo politico alternativo a quello che si andava affermando nelle urne delle elezioni politiche e in parlamento, per governare attraverso i referendum e per trasformare la democrazia rappresentativa in democrazia diretta. Non si è ottenuta, inevitabilmente, né l’una, né l’altra cosa. La democrazia diretta non si costruisce, infatti, mantenendo l’impianto centralista – una democrazia centralista referendaria non è affatto una democrazia diretta, ma un sistema plebiscitario – ma attuando un vero e radicale autonomismo. La conseguenza di questo sfiancamento dello strumento referendario è che pure nelle rare – inevitabilmente rare – occasioni in cui il referendum sarebbe giustificato, esso fallisce.

Tutto questo conferma che per rendere più civile questo paese non ci sono scorciatoie, ma occorre una lunga marcia – non maoista, ma libertaria e garantista.

P.S. La terza “F” è ovviamente quella che viene dopo Festa e Farina.

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