MEDICINA E BIOPOLITICA: L’ANALISI PREVEGGENTE DI FOUCAULT

Nel 1974, Michel Foucault, in un ciclo di conferenze tenute a Rio de Janeiro, delineò il processo che ha portato la medicina a diventare “medicina sociale” e a trasformarsi, da quel momento, in una strategia biopolitica. I testi di queste conferenze, pubblicati ultimamente da Donzelli, insieme ad altri interessantissimi contributi del filosofo francese, con il titolo Medicina e biopolitica. La salute pubblica e il controllo sociale, forniscono una importante chiave di lettura per la situazione che stiamo vivendo. Mi occuperò, in questo articolo, della prima conferenza.

Foucault interviene sul tema allora molto dibattuto della crisi della medicina e della opposizione fra la medicina ufficiale e l’”antimedicina”. Evidentemente parlare di medicine alternative e addirittura di “antimedicina” non significava, negli anni Settanta, venir assimilati ai “terrapiattisti”, visto la vasta eco che riscuoteva, nel mondo culturale e accademico,  un saggio di Ivan Illich (Nemesi medica. L’espropriazione della salute). Proprio con Illich, tuttavia, polemizza Foucault: il problema, a suo avviso, non è di contrapporre alla medicina una antimedicina, in quanto il modello di sviluppo assunto dalla medicina, a partire dal XVIII secolo, ossia dal momento del suo “decollo”, non lascia libero alcun campo, alcuno spazio, sociale o personale, dalla “medicalizzazione”. Si tratta, piuttosto, di ricostruire questo modello di sviluppo per verificare come lo si possa eventualmente correggere.

La nocività della medicina.

Il primo punto da sottolineare è la distanza tra la scientificità della medicina e i suoi effetti positivi. In altre parole, il fatto che la medicina si sia data uno statuto di scienza non la preserva affatto dal produrre risultati negativi. “La medicina uccide, ha sempre ucciso e ha avuto la coscienza di farlo”, dice Foucault. Una delle sue facoltà è proprio quella di uccidere ed è stato sempre così. Ma, a partire dal suo sviluppo moderno, nel XVIII secolo, vi è stato un cambiamento in questo. Fino ad allora, la medicina uccideva per ignoranza (quella del medico o quella della stessa disciplina medica). La nocività della medicina dipendeva, quindi, dalla sua non scientificità. Ciò che appare invece chiaro all’inizio del XX secolo è che la medicina ora uccide non per ignoranza, ma per il suo sapere, per la sua scientificità. Gli effetti negativi dei farmaci e delle terapie non sono più dovuti, se non in una piccola parte di casi, a errori diagnostici, a imperizia, a cause accidentali, ma alla loro stessa efficacia. Questa, infatti, comporta degli “effetti collaterali”, “alcuni puramente nocivi, altri incontrollati, che obbligano la specie umana a entrare in un campo di probabilità e di rischi, la cui ampiezza non può essere misurata con precisione”. La lotta contro gli agenti infettivi, ad esempio, proprio per la sua efficacia ha prodotto una diminuzione delle difese naturali degli organismi. Gli stessi effetti terapeutici positivi producono “una perturbazione, per non dire una distruzione, dell’ecosistema non solo dell’individuo, ma della intera specie umana”, alterando quella protezione bacillare e virale che rappresenta al contempo un rischio e una protezione per l’organismo.

Foucault intravede con chiarezza anche il pericolo forse più grave che si sta forse oggi pienamente manifestando, ma che non può essere più denunciato se non passando per complottisti e per nemici della scienza: “si ignora a cosa condurranno le manipolazioni genetiche effettuate sul potenziale genetico delle cellule viventi, su dei bacilli o su dei virus”. Il filosofo francese paventa quindi la possibile costruzione di “un’arma biologica assoluta contro l’uomo e la specie umana” e rileva che per questo motivo i laboratori americani avevano chiesto il blocco delle sperimentazioni genetiche. Una richiesta che evidentemente è rimasta inascoltata.

Il pericolo insito nella stessa scientificità ed efficacia della medicina non riguarda, però, solo l’individuo e la sua discendenza, prosegue Foucault, ma la specie umana intera e coinvolge il fenomeno della vita nel suo insieme. La medicina, invadendo ogni campo della società e della vita, trasforma la stessa storia umana in “biostoria”: il sapere diviene pericoloso per la storia stessa e questo, dice Foucault, è uno degli aspetti fondamentali della crisi attuale.

La medicalizzazione universale. La funzione normativa della medicina.

Il secondo punto, del resto strettamente legato al primo, è quella che si può definire la “medicalizzazione indefinita”. La medicina è andata ben al di là del suo campo specifico e tradizionale, la malattia, la domanda del malato, il rapporto tra quest’ultimo e il medico. Essa non risponde più, se non qualche volta, ad una richiesta del malato, ma “si impone all’individuo, malato o meno, con un atto di autorità”. Ovviamente, Foucault non poteva prevedere specificamente l’invenzione della categoria dell’”asintomatico”, ma la sua riflessione andava già in questa direzione. Rilevava, ad esempio, “una politica sistematica e obbligatoria di screening, di localizzazione delle malattie nella popolazione, cui non corrisponde nessuna domanda del malato”. In secondo luogo, affermava, il campo di intervento della medicina non è più limitato alle sole malattie: “oggi la medicina è dotata di un potere autoritario che ha funzioni normalizzatrici che vanno ben oltre l’esistenza delle malattie e la domanda del malato”. Secondo Foucault, è proprio la medicina che ha inventato nel XX secolo “una società della norma e non della legge”. La società non è retta veramente dai codici, ma dalla distinzione permanente tra il normale e l’anormale e sulla “impresa perpetua di ristabilire la normalità”. Pertanto, la società contemporanea è plasmata dalla medicina – intesa come medicina sociale – e non dal diritto. Si tratta, però, dell’esito di un processo incominciato nel XVIII secolo. In tale epoca la medicina conobbe una svolta e si rifondò su quattro pilastri:

  1. La comparsa di una autorità medica, come autorità sociale che può prendere decisioni riguardanti la collettività (un quartiere, una città, una provincia, una intera nazione oggi).
  2. La comparsa di campi di intervento della medicina distinti da quelli della malattia e dei malati.
  3. L’istituzione di un apparato (disciplinare) di medicalizzazione collettiva, l’ospedale (prima gli ospedali erano istituzioni di assistenza ai poveri in attesa della morte).
  4. La nascita di una amministrazione medica, con raccolta dati, statistiche, ecc.

Da qui, progressivamente, la medicina ha allargato in maniera indeterminata il suo intervento, fino al punto che nessun campo della vita le è ormai estraneo ed esterno: “Quel che è diabolico nella situazione attuale è che quando noi vogliamo far ricorso a un campo che riteniamo esterno alla medicina, ci rendiamo conto che è stato medicalizzato.  E quando si vogliono obiettare alla medicina le sue debolezze, i suoi inconvenienti e i suoi effetti nocivi, lo si fa in nome di un sapere medico più completo, più raffinato e più diffuso”. Questo accade, ad esempio, nel campo dell’igiene, dell’alimentazione, della pratica del corpo, delle condizioni di lavoro, degli stili di vita.

L'”economia politica della salute”.

Il terzo punto fondamentale nell’analisi che fa Foucault del modello di sviluppo della medicina riguarda il suo incontro con l’economia, fino alla nascita di una “economia politica della salute”, legata a sua volta alla “medicalizzazione generale”.

“La salute, divenuta un oggetto di consumo che può essere prodotto da laboratori farmaceutici, da medici, ecc. e consumato da altri – i malati veri e quelli potenziali – acquista un’importanza economica e si è introdotta nel mercato. Così il corpo umano è entrato due volte sul mercato: prima di tutto mediante il salario, quando l’uomo ha venduto la propria forza lavoro; poi con l’intermediazione della salute”. “A partire dal momento in cui il corpo umano entra nel mercato per il tramite del consumo di salute, appaiono diversi fenomeni che provocano delle disfunzioni nel sistema della sanità e della medicina contemporanea. Contrariamente a quello che si sarebbe potuto sperare, l’introduzione del corpo umano e della salute nel sistema di consumo e nel mercato non ha elevato in maniera correlativa e proporzionale il livello di salute”.

Foucault rileva, in particolare, che il miglioramento delle condizioni generali di salute – ad esempio la scomparsa o la minore aggressività di determinate malattie, dalla peste alla tubercolosi allo stesso vaiolo – sembra legato molto più al miglioramento delle condizioni igieniche e dell’alimentazione, al reddito e al grado di istruzione, che non agli interventi medici. Ne consegue che “il livello di consumo medico e il livello di salute non sono in relazione diretta”.

Nasce da qui l’ovvia domanda: chi si avvantaggia, dunque, del finanziamento sociale della medicina, dei profitti ricavati dal mercato della salute, se non sono – o almeno non sono in primo luogo – gli stessi malati, reali o virtuali? Questa domanda, secondo il filosofo francese incombeva innanzitutto sui medici, perché apparentemente sembrerebbero loro ad avvantaggiarsi. In realtà non è così: “la remunerazione che percepiscono i medici, per importante che sia in certi paesi, non rappresenta che una parte esigua dei benefici economici derivanti dalla malattia e dalla salute. Quelle che traggono i massimi profitti dalla salute sono le grandi imprese farmaceutiche”. I medici “sono diventati degli intermediari quasi automatici tra l’industria farmaceutica e la domanda del cliente, cioè dei semplici distributori di medicinali e di terapie”.

Una folgorante chiave di lettura

A distanza di quasi quarant’anni da quando furono pronunciate, queste frasi di Foucault ci appaiono davvero come una folgore che illumina improvvisamente a giorno le tenebre in cui siamo precipitati. Non sarebbe corretto attribuire al filosofo francese quella “preveggenza”, che pure ho citato nel titolo (i titoli, si sa, devono accattivarsi l’attenzione…) o delle doti profetiche: Foucault aveva saputo semplicemente leggere con lucidità i processi in atto. Siamo noi che ci siamo persi, che non abbiamo saputo seguirlo nel percorso che ci aveva acutamente indicato. E ne paghiamo amaramente le conseguenze. Non sono necessarie molte parole di commento, perché quelle citate sono di per sé eloquenti – e taglienti come la spada. Mi limito a poche considerazioni finali.

I medici, che Foucault interpellava e chiamava ad una presa di coscienza sul loro ruolo, in fondo, almeno nella loro larga maggioranza hanno risposto: si sono adattati a fare da intermediari tra Big Pharma e i consumatori di “salute”, da distributori automatici di medicine e terapie sulla base di protocolli autoritativi. E si sono accontentati delle briciole dei profitti del grande affare innescato dalla “economia della salute”.

I cittadini, anche loro in una larga maggioranza, hanno accettato la parte dei consumatori finali acritici e passivi del mercato della salute, scambiandolo per la “scienza”, senza ottenerne un reale beneficio, spesso danneggiandosi, certamente esponendosi a quel rischio incontrollato di cui parlava Foucault e adesso prestandosi a fare da cavie a quelle manipolazioni genetiche contro le quali il filosofo lanciava il suo grido di allarme fin dal 1974.

Alla fine, ferma restando la libertà di scelta delle cure e degli stili di vita, che dovrebbe essere inviolabile, non si tratta oggi di opporre alla medicina una antimedicina, non si tratta di “rifiutare o adottare la medicina per se stessa”, ma di averne o recuperarne un concetto critico, che è invece è totalmente smarrito, con conseguenze potenzialmente devastanti. Si tratta di capire che la medicina non procede per asserzioni dogmatiche, “evidenze scientifiche” indiscutibili e autoritative, ma che “fa parte di un sistema storico, che fa parte di un sistema economico e di un sistema di potere, che è necessario mettere in luce i legami tra la medicina, l’economia, il potere e la società”, per ridiscuterne il modello che si è imposto, che è stato imposto.

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