LA FINE DELLO STATO DI DIRITTO

Tra i nomi di illustri intellettuali, giuristi e uomini di scienza firmatari della petizione contro il Green Pass vi è quello di Ugo Mattei, Ordinario di diritto civile all’Università di Torino, docente di diritto internazionale e comparato all’Hastings College of the Law dell’Università della California a San Francisco. Mattei ha rilasciato una intervista estremamente significativa a BGS (Buongiorno Süd Tirol) News.  Una intervista che, con tutto il rispetto per l’organo di informazione sudtirolese, meritava di essere ospitata in uno dei maggiori e più diffusi organi di stampa nazionale, se non fosse che questi, con le uniche eccezioni de “La Verità” e, in parte, de “Il Tempo”, hanno ormai decretato l’ostracismo a qualsiasi voce critica, anche quando si tratta di figure del prestigio e della autorevolezza, nei rispettivi campi, di un Mattei, di un Agamben o di un Montagnier.

In questa intervista, Mattei non si limita a evidenziare l’inutilità del Green Pass in vista dei fini dichiarati – «Il Green Pass è inutile e pericoloso, perché illude i vaccinati, che invece possono ugualmente contagiare» – a smascherare il reale e recondito obiettivo di questo strumento – volto «da un lato, introdurre una pressione estorsiva per vaccinarsi, dall’altro ad esercitare forme di controllo» – e neanche si ferma a denunciare i tanti aspetti di incostituzionalità della cosiddetta Certificazione verde, ma, attraverso la critica al Green Pass, svolge un’analisi lucida e spietata sullo stato del diritto e della legalità nel nostro paese.

Mattei identifica innanzitutto ciò che a tanti sfugge: il vulnus originario alla Costituzione e allo Stato di diritto che ha aperto la fase di emergenza, tirandosi dietro tutti i successivi provvedimenti, dal lock down fino appunto al Green Pass: «Lo stato di emergenza, nel sistema costituzionale italiano, non esiste. Ci troviamo in una situazione di totale illegalità, in quanto lo stato di emergenza è previsto da una legge della Protezione Civile soltanto per gli eventi calamitosi». Il giurista dell’Università di Torino smonta anche l’illusione che coltivano molti: è vero che in base a questa legge della Protezione Civile, lo stato di emergenza non potrebbe essere prorogato oltre i due anni e quindi dovrebbe cessare definitivamente il 31 gennaio 2022, ma essendo stato dichiarato in base a una legge ordinaria, basterà l’ennesimo decreto – promulgato anche il giorno prima – per poterlo prorogare ancora, superando il limite attualmente imposto.

«Se non interverranno finalmente gli organi di garanzia non cambierà nulla”, conclude Mattei. Ed è proprio questo il punto centrale della sua disamina:

«La Corte Costituzionale è silente da due anni. Il problema gigantesco è che sono saltati gli organi di garanzia. Questi ultimi si sono allineati al potere politico, perciò le possibilità di adire la Corte sono basse. Inoltre, anche se la Corte intervenisse, non deciderebbe in modo neutrale».

Mattei non sembra dar quindi molto credito alla tesi tranquillizzante secondo cui questa situazione sarebbe solo una parentesi – tesi che ricorda la nota interpretazione “parentetica” del fascismo, di crociana memoria e nella quale però si dimentica che quella “parentesi” durò un ventennio e che il fascismo non ebbe bisogno di sopprimere lo Statuto albertino, la Costituzione liberale – sarebbe solo una temporanea sospensione di determinate garanzie. A suo avviso si tratta invece di un mutamento epocale: siamo fuori dal “periodo della legalità”.

In quale nuova e inquietante epoca siamo allora entrati? Qui bisogna andare forse oltre l’analisi di Mattei – a cui peraltro non si può imputare l’eventuale mancanza, dato che ragiona evidentemente da giurista e non da filosofo. Mattei sostiene che «esiste un progetto di sostituzione del diritto con la tecnologia informatica, intesa come strumento di controllo sociale. Controllare la società attraverso il diritto è molto più complesso e dispendioso rispetto al mezzo informatico, che invece costa poco».

Qui si ferma Mattei, in questa intervista. Tuttavia, la tecnologia informatica è solo, come egli stesso la definisce, uno “strumento di controllo sociale” – e certamente è uno strumento formidabile, ben più potente di ogni altro mezzo di controllo sociale adottato negli anni e nei secoli scorsi. Quale è, però, il nuovo paradigma politico che, sostituendosi a quello moderno dello Stato di diritto, sta adottando o si prepara ad adottare un tale strumento di controllo? A me pare, come ho già avuto modo di dire, che si tratti di un paradigma biopolitico. E sul rapporto tra Stato di diritto e biopolitica, Foucault scrisse negli anni Settanta cose che risultano utili spunti per una chiave di lettura del momento attuale. Mi limito qui ad un brevissimo cenno.

Foucault scriveva che nel paradigma biopolitico si controllano i comportamenti “inoculando” – in senso proprio nelle vaccinazioni e metaforico nella “medicina sociale” – procedure e norme di vita. La biopolitica comporta quindi un ripensamento radicale del concetto di norma: la norma si presume immanente alla vita stessa, con il venir meno delle norme “esterne”, che sono appunto quelle del diritto. Le strutture giuridiche e politico-istituzionali moderne e, in particolare, quelle caratteristiche dello Stato liberale e costituzionale, della democrazia liberale, si trovano svuotate e appaiono inadeguate a fronteggiare questo mutamento della forma e del concetto della politica. La biopolitica, tipicamente, scavalca le mediazioni giuridiche e istituzionali dello Stato liberale e costituzionale.

Queste considerazioni aprono la questione decisiva: come si può fronteggiare tutto questo? Come si può salvaguardare il bene della libertà, se la forma istituzionale e politica che ha avuto questa funzione appare in crisi e forse definitivamente superata? Come si può preservare la sostanza dello Stato di diritto e della Costituzione, se la loro forma è svuotata e inefficace? Pare chiaro che la biopolitica vada affrontata sullo stesso terreno della biopolitica e che non bastino le armi spuntate o “arrugginite” del diritto (rimando al precedente articolo pubblicato in questo blog). Occorre cercare ed elaborare una risposta biopolitica liberale alla biopolitica autoritaria. Una strada – sempre che esista – accidentata e piena di rischi: Bentham, l’ideatore del Panopticon – strumento di controllo sociale antenato delle attuali tecnologie informatiche a cui si riferisce Mattei) – si riteneva un liberale e pensava che la sua invenzione fosse appunto lo strumento di una politica liberale progressista. La storia successiva – la storia delle concrete applicazioni del Panopticon – come venne ricostruita da Foucault in Sorvegliare e punire – non pare che abbia confermato la sua idea o illusione.

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