CREDEVATE CHE FOSSE UN LANCIAFIAMME INVECE ERA UNA PISTOLA AD ACQUA

Come alcuni già sanno – ma molti altri no – il Tar ha recentemente annullato un’ordinanza della Regione Campania, accogliendo il ricorso di alcuni docenti – fra cui il sottoscritto – di qualche dirigente e collaboratore scolastico e condannando la regione al pagamento delle spese.

La vicenda merita di essere sottolineata perché attesta alcune cose molto importanti:

  1. I cittadini non possono essere obbligati a nessun trattamento sanitario – diagnostico (tamponi, test), terapeutico o profilattico (vaccini) da provvedimenti amministrativi (come nella fattispecie un’ordinanza regionale)
  2. I governatori regionali – De Luca, ma non solo lui – tendono ad attribuirsi poteri che travalicano le loro effettive competenze, sfornando in modo compulsivo ordinanze illegittime.
  3. Molto spesso, le misure prese a presunta tutela della salute pubblica, dai governatori (ma anche da altre autorità), formalmente in base al principio di precauzione, non si fondano in realtà su alcuna analisi scientificamente oggettiva dei dati di rischio.

Purtroppo, gli abusi di potere di cui ai suddetti punti 1-2-3 sono resi possibili dai cittadini stessi, che attribuiscono alle presunte “regole”, emanate dalle diverse “autorità”, una legittimità e quasi un valore sacrale che esse evidentemente non hanno e si affrettano ad obbedirvi acriticamente, nei casi peggiori, ritenendo di adempiere a un dovere civico (e rovesciando letteralmente la realtà, perché dovere civico sarebbe invece non avallare con la propria compiacenza gli abusi di potere) e in altri casi per lo spauracchio di fantomatiche multe.

Veniamo dunque alla vicenda in questione. In vista dell’avvio dell’anno scolastico, De Luca emanava a settembre 2020 l’ordinanza 70 con la quale pretendeva di sottoporre a test sierologico obbligatorio e poi ad eventuale tampone tutto il personale scolastico, benché lo stesso Ministero avesse già stabilito che il test doveva intendersi su base volontaria.

Nonostante la palese inutilità del provvedimento – a prescindere dalla sua illegittimità – come misura di prevenzione del rischio sanitario (inutilità peraltro mostrata clamorosamente dallo stesso De Luca, che solo un paio di settimane dopo la fine del suddetto screening disponeva la chiusura delle scuole in presenza, chiusura che sarebbe durata per mesi e, in alcuni casi come quello delle superiori di Avellino, per tutto l’anno scolastico), la stragrande maggioranza degli operatori scolastici si affrettava a sottoporsi al test, evidentemente per un malinteso senso del dovere e anche per il timore della ventilata sanzione e per le pressioni esercitate in alcuni casi, a quanto si dice, da singoli dirigenti scolastici (gravati dall’ordinanza regionale della pericolosa responsabilità di dover raccogliere l’elenco degli ottemperanti e dei refrattari, in sospetta violazione della normativa sulla privacy).

Uno sparuto, ma significativo gruppo di docenti, dirigenti e collaboratori scolastici decideva invece di resistere all’abuso e – oltre a chiedere alle rispettive Asl ulteriori informazioni sul trattamento sanitario in questione – in base al diritto al consenso informato – informazioni che le Asl non hanno peraltro mai fornito – presentava ricorso al Tar.

Nelle prime udienze, la Regione cercava di salvarsi in calcio d’angolo, dichiarando che l’ordinanza aveva ormai cessato i suoi effetti – visto che si era in DaD. Giustificazione che sarebbe stata poi respinta dal Tar, anche con la motivazione che uno dei ricorrenti aveva comunque in corso un provvedimento disciplinare per essersi rifiutato di sottoporsi al test sierologico. Posso aggiungere – questione che non poteva ovviamente essere presa in considerazione dal Tar perché non riguardava i ricorrenti – che mi sono stati segnalati nei mesi scorsi vari casi di insegnanti convocati dalle scuole per una supplenza, ai quali è stata chiesta l’effettuazione del tampone come condizione per il conferimento dell’incarico (a chi mi ha chiesto consiglio, ho detto di opporre resistenza a tale abuso e le scuole in questione hanno regolarmente desistito, ma presumo che in tanti altri casi le cose siano andate diversamente).

Si arrivava, infine, lo scorso 16 giugno alla sentenza del Tar che accoglieva il ricorso, annullando l’ordinanza 70. Nelle motivazioni vi sono, tra l’altro, alcuni passaggi molto interessanti.

È vero, dice il Tar, che il D.L. 19/2020 ha rimesso alle Regioni la possibilità di emanare misure più “restrittive”, ma solo quando “si rendano necessarie e siano giustificate da specifiche situazioni sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario a livello locale, su cui possono provvedere, tuttavia, soltanto in via di urgenza e nelle more dell’adozione dei nuovi D.P.C.M. in materia”. Peraltro nel caso specifico, scrivono i giudici, “la sottoposizione a screening obbligatorio del personale scolastico docente e non docente e, più in generale, l’imposizione di accertamenti sanitari non figurano tra le prescrizioni di cui all’art. 1, comma 2, del D.L. n. 19/2020 che, secondo la richiamata disposizione, avrebbero potuto essere “aggravate” dalle Regioni; tanto, si aggiunge, coerentemente con l’afferenza della materia, per i motivi che si illustreranno in seguito, alla potestà legislativa dello Stato”.

Pertanto, le ordinanze compulsivamente emanate con provvedimenti più restrittivi di quelli adottati a livello nazionale, sono illegittime a) quando non intervengano “nelle more” dei nuovi Dpcm. Illegittima è quindi, ad esempio, l’ordinanza sull’obbligo delle mascherine all’aperto che addirittura segue immediatamente la misura adottata dal Ministero della Salute (altro che “more”: qui le more sono solo i frutti di bosco di stagione!)

Sono illegittime, inoltre, quando b) non dimostrano le circostanze di aggravamento del rischio e c) riguardano l’imposizione di trattamenti sanitari che esulano dalle competenze della Regione. Ma su questi due ulteriori punti la sentenza fornisce ulteriori e illuminanti specificazioni.

Riguardo, infatti, alla sussistenza di “specifiche situazioni sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario”, il Tar ricorda l’orientamento espresso in materia dal Consiglio di Stato (Sez. I, parere n. 735/2020), secondo cui tali situazioni “non devono solo essere enunciate ma anche dimostrate”. Fa poi riferimento alla Comunicazione della Commissione Europea del 2 febbraio 2000, che vale la pena di riportare ampiamente, perché oltremodo significativa. La Commissione Europea “ha fornito indirizzi in merito alle condizioni di applicazione del principio di precauzione, individuandole nelle due seguenti: a) la sussistenza di indicazioni ricavate da una valutazione scientifica oggettiva che consentano di dedurre ragionevolmente l’esistenza di un rischio per l’ambiente o la salute umana; b) una situazione di incertezza scientifica oggettiva che riguardi l’entità o la gestione del rischio, tale per cui non possano determinarsene con esattezza la portata e gli

effetti. Nella prospettiva della Commissione Europea, l’azione precauzionale è pertanto giustificata solo quando vi sia stata l’identificazione degli effetti potenzialmente negativi (rischio) sulla base di dati scientifici, seri, oggettivi e disponibili, nonché di un ragionamento rigorosamente logico e, tuttavia, permanga un’ampia incertezza scientifica sulla “portata” del suddetto rischio (par. 5.1.3). La Commissione Europea ha poi aggiunto che “Nel caso in cui si ritenga necessario agire, le misure basate sul principio di precauzione dovrebbero essere, tra l’altro: – proporzionali rispetto al livello prescelto di protezione, – non discriminatorie nella loro applicazione, – coerenti con misure analoghe già adottate, – basate su un esame dei potenziali vantaggi e oneri dell’azione o dell’inazione (compresa, ove ciò sia possibile e adeguato, un’analisi economica costi/benefici), – soggette a revisione, alla luce dei nuovi dati scientifici, e – in grado di attribuire la responsabilità per la produzione delle prove scientifiche necessarie per una più completa valutazione del rischio” (par. 6).

Su questa base, il Tar conclude che l’ordinanza n. 70 si discosta da tali principi, perché “non specifica quali dati statistici ed epidemiologici o evidenze scientifiche siano stati utilizzati per corroborare l’avversata scelta amministrativa”.

Ma qui il problema – che rende poi emblematica la vicenda – è che a discostarsi da tali principi non pare essere solo l’ordinanza 70, ma molte altre ordinanze regionali e non solo quelle della Regione Campania, e non solo le ordinanze regionali, ma tanti provvedimenti di altre autorità – dai sindaci allo stesso governo centrale! Se il caso è esploso per l’ordinanza 70 e non per altri provvedimenti è evidentemente perché qui – come per fortuna in altri singoli casi – ci sono stati dei cittadini che non hanno chinato la testa.

Riguardo poi alla disposta obbligatorietà dello screening attuato mediante test sierologico e tampone, il Tar evidenzia che si tratta certamente di accertamenti diagnostici e che in materia di accertamenti e trattamenti sanitari – udite, udite – “non è sostenibile una imposizione con regolamentazione affidata a provvedimenti amministrativi, ostandovi la riserva di legge ai sensi: dell’art. 1 della L. n. 180/1978, secondo cui “gli accertamenti e i trattamenti sanitari sono volontari” […]dell’art. 33 della L. n. 833/1978, a tenore del quale “Gli accertamenti ed i trattamenti sanitari sono di norma volontari”

Entrambe le leggi richiamate specificano che i trattamenti sanitari possono essere disposti in modo obbligatorio solo quando ciò è espressamente previsto da leggi dello Stato, secondo l’articolo 32 della Costituzione, e comunque nel rispetto della dignità della persona, visto che secondo il dettato costituzionale la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

In tal modo, il Tar stabilisce un principio che si dovrebbe far valere in modo universale, visto che non esiste alcuna legge che obblighi al tampone o al test sierologico – salvo che per gli spostamenti oltre i confini nazionali: “Alla luce di tali previsioni, in assenza di contrarie previsioni legislative, resta in ogni caso subordinato al libero consenso dell’interessato l’accertamento sanitario tramite tampone o test sierologico”.

Si può dire, in conclusione, che stavolta abbiamo trovato a Napoli il famoso giudice che si cerca solitamente a Berlino, secondo il noto motto. E che, tuttavia, non sarebbe neanche necessario scomodare il Tar se i cittadini fossero più consapevoli dei propri diritti, dei limiti che la legge impone alle diverse autorità, se capissero che il rispetto delle “regole” non può e non deve valere nei riguardi di quelle che sono illegittime – oltre che insensate – e che in questi casi è dovere civico non già obbedire alla norma illegittima, ma opporvi resistenza. Perché se non si comprende questo, l’”uomo del dovere”, come scriveva Bonhoeffer sotto il regime nazista, “finisce regolarmente per servire il demonio”

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