IL FANTASMA DEL “LODO MORO”: lA STRAGE DI BOLOGNA E LA PISTA PALESTINESE

La strage di Bologna: una ferita perenne

Una vecchia storia, sepolta nell'”inferno della Prima Repubblica” è quella del “lodo Moro”, dei rapporti di governi e servizi italiani con il terrorismo palestinese. E a questa storia potrebbe inquietantemente intrecciarsi anche quella della più terribile fra le stragi della storia italiana, la strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Un fatto che, oltre che per le sue terribili dimensioni (85 morti e 200 feriti), anche per altri motivi costituisce una ferita nel nostro animo che non può rimarginarsi. Perché è una strage fuori tempo massimo, visto che la “strategia della tensione” era finita già da alcuni anni; perché è una strage che, a differenza di altre, non è rimasta impunita, ma ha trovato un esito giudiziario assai poco convincente, con dei condannati – Fioravanti e Mambro – che continuano a dichiararsi innocenti, pur non avendo più alcun motivo per mentire, visto che si sono meritati già vari ergastoli per altri delitti, delitti che invece hanno sempre rivendicato; perché, infine, quella strage si consumò in un luogo che è familiare a gran parte di noi: tutti prima o poi siamo passati per quella stazione e parecchi lo hanno fatto o dovevano farlo proprio quell’estate, in quei giorni, alcuni addirittura quella stessa mattina. In tal senso, siamo tutti dei sopravvissuti e ci portiamo dietro la condanna alla memoria e al rimorso che appartiene ai sopravvissuti. E il dovere di capire. Un libro molto ben documentato che potrebbe aiutare a capire è quello scritto da Valerio Cutolilli e Rosario Priore (il magistrato di Ustica: I segreti di Bologna, edito da Chiareletter). Se non che, questo volume, dopo le sciatte e doverose recensioni, è stato subito dimenticato. Lo segnalo a chi non lo avesse letto e provo a farne una personalissima sintesi.

I missili terra-aria di Ortona, tre autonomi e uno strano studente palestinese

Priore e Cutolilli iniziano efficacemente la loro narrazione con un fatto – apparentemente banale – avvenuto nella notte fra il 7 e l’8 novembre 1979, ad Ortona, sul litorale abruzzese. Una pattuglia di carabinieri ferma un furgone con tre giovani romani. I tre dichiarano di essere turisti diretti alle Tremiti. Motivazione plausibile della loro presenza a Ortona, se non fosse che a novembre sono sospesi i collegamenti marittimi fra il porto abruzzese e le Tremiti. Gli accertamenti rivelano subito che i tre appartengono all’Autonomia Operaia e la perquisizione del furgone fa scoprire, nascosti in una cassa di legno, addirittura tre missili terra-aria. Si tratta degli Strela, o Sam-7, di fabbricazione sovietica, capaci di centrare un obiettivo in volo all’altezza di 2000 metri. L’URSS li fornisce a paesi e movimenti politici amici, ma non si tratta certo di armi usate dagli autonomi e nemmeno dalle BR. Il mistero comincia a squarciarsi, grazie a un numero telefonico – un’utenza bolognese – trovato addosso a uno dei tre giovani. E’ lo stesso numero che qualcuno ha chiamato poche ore prima dall’agenzia marittima Fratino. E questo qualcuno è un trafficante di armi, un siriano appena giunto ad Ortona, con l’imbarcazione libanese Sidon. Ma a chi appartiene l’utenza bolognese, che collega il trafficante di armi ai tre autonomi trovati in possesso dei missili? Si tratta di uno “studente” palestinese, Abu Anzeh Saleh, residente da nove anni a Bologna. Di esami ne ha dato uno solo, ma nei suoi confronti sono stati emanati più volte decreti di espulsione, poi regolarmente ritrattati o disattesi. Sembra che qualcuno si muova per proteggerlo e consentirgli di restare in Italia. Saleh è un militante del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), capeggiato da George Habash, una formazione marxista, che propugna la lotta armata e organizza azioni terroristiche, che critica “da sinistra” Arafat, ma che comunque fa parte dell’O.L.P.. Saleh finisce in carcere, stavolta, insieme ai tre giovani autonomi.L’episodio passa pressoché inosservato, almeno agli occhi dell’opinione pubblica, ma manda in fibrillazione il servizio segreto militare. In realtà, eravamo di fronte a un drammatico crocevia della nostra storia, che segnava la fine del cosiddetto “lodo Moro” e preparava – forse – la terribile strage dell’estate successiva.

“Stefano d’Arabia”, la “diplomazia parallela” in Medio Oriente e le origini del ”lodo Moro”

Dall’agenda di Saleh risultano i suoi contatti con un certo “Stefano”. Si tratta del colonnello Stefano Giovannone, capocentro del Sismi a Beirut. Da quasi dieci anni, Giovannone è il referente di una “diplomazia parallela e segreta” in Medio Oriente, il che gli è valso il soprannome di “Stefano d’Arabia”. E’ l’anello di contatto fra servizi segreti e politica ed è stato l’uomo di fiducia di Aldo Moro, che nelle sue lettere dal carcere delle BR ne aveva invocato l’intervento. Giovannone è a Beirut dal 1972 e da quel  momento risponde da un lato a Moro e dall’altro direttamente al capo del Sid, Vito Miceli, scavalcando, sia nel rapporto politico che in quello spionistico, qualunque altro soggetto, compreso l’ambasciatore italiano in Libano.E’ però nell’anno successivo, il 1973, che questa “diplomazia parallela e segreta” trova il suo sbocco nel cosiddetto “lodo Moro”. Il 5 settembre 1973 vengono arrestati ad Ostia cinque fedayyin palestinesi e vengono scoperti dei missili Strela, simili a quelli che anni dopo saranno trovati ad Ortona. L’arresto dei terroristi, che pare stessero progettando un attacco all’aereo della premier israeliana Golda Meir, provoca la reazione furiosa dell’OLP che minaccia azioni di rappresaglia contro l’Italia. Il governo Rumor accoglie la proposta avanzata dall’OLP in una riunione segreta al Cairo: liberazione dei detenuti in cambio della sospensione delle azioni terroristiche sul territorio italiano. Per scarcerare i detenuti, come in altre occasioni, ci si servirà della cosiddetta “legge Valpreda”, che concede agli imputati la libertà provvisoria. I primi due fedayyin vengono così ricondotti in Libia, ai primi di novembre del 1973, a bordo di un aereo dell’aeronautica italiana, usato anche da Gladio, l’Argo 16.Qualche settimana dopo, l’Argo 16 precipita con i quattro uomini dell’equipaggio. Ufficialmente si parla di incidente e il processo a carico di Asa Leven, all’epoca responsabile del Mossad a Roma, si concluderà con un’assoluzione. Tuttavia, sia Cossiga che Paolo Emilio Taviani hanno alluso a un sabotaggio organizzato dagli israeliani, in risposta alla liberazione dei terroristi palestinesi e come avvertimento all’Italia per la politica filoaraba.Reazioni – e ancora più gravi – ci sono anche nel mondo del terrorismo palestinese. Il gruppo dissidente di Ahmed Abdel Ghaffour per sabotare l’accordo fra Italia e OLP organizza il 17 dicembre 1973 – proprio mentre si stanno processando gli altri membri del commando di Ostia –  l’attacco di Fiumicino a un Boeing della Pan Am e il dirottamento di un aereo della Lufthansa. Ci sono 34 morti, tra cui 6 italiani. Si è poi scoperto che il mandante dell’azione era Gheddafi, capofila del cosiddetto “fronte del rifiuto” e deciso ad appoggiare i gruppi estremisti palestinesi e a sabotare il dialogo fra Arafat e l’Europa. In realtà, Arafat conduce una sorta di doppio gioco: da un lato, veste un abito moderato per stringere rapporti con l’Italia e con altre nazioni europee, per accreditarsi all’ONU (si prepara il discorso alle Nazioni Unite del 13 novembre 1974) e presso ambienti politici statunitensi; dall’altro lato, si guarda bene dallo sconfessare o combattere la dissidenza interna, a cominciare dal FPLP, che continua a far parte dell’OLP e che comunque torna utile al gioco spregiudicato del leader di Al Fatah.Dopo l’attentato di Fiumicino, i tre fedayn rimasti in carcere vengono rilasciati e consegnati a Gheddafi, nel massimo riserbo. Soprattutto, si stringe un accordo complessivo che durerà per anni e che farà effettivamente cessare le azioni del terrorismo palestinese in Italia. In cambio, l’Italia sarà utilizzata come base logistica per il traffico di armi, per il movimento di uomini e per le azioni terroristiche in altri paesi. Quando qualche terrorista verrà “malauguratamente” fermato dalle forze di polizia saranno usati gli strumenti legali, come la legge Valpreda o l’istituto della grazia, per lasciarlo andare.

Come funzionava e che cosa era il “lodo Moro”

Un caso esemplare di applicazione del patto è quello del marzo 1976: tre terroristi arabi vengono perquisiti a Fiumicino. Sono trovati con pistole e con una bomba a mano. Vengono condannati per direttissima a sette anni per detenzione, introduzione abusiva e porto illegale di armi. “Stranamente” rinunciano all’appello, sicché la sentenza passa subito in giudicato. In tal modo il Presidente Leone può intervenire, concedendo la grazia ai tre, che abbandonano il paese su un velivolo militare. Fino ai fatti di Ortona, nulla trapelerà e nulla si metterà di traverso all’accordo. Per questo, ufficialmente il “lodo Moro” non è mai esistito.Non bisogna dare, peraltro, una lettura riduttiva del “lodo Moro”. Non si tratta solo di opportunismo, ma dello sbocco di una tendenza filoaraba ben radicata nella politica italiana, che ha degli illustri precedenti in Mattei, La Pira, Gronchi, che è da sempre presente e dominante nella sinistra democristiana e che dopo la guerra dei Sei Giorni ha coinvolto anche il PCI e il PSI. Nel Sid il “partito arabo” fa capo proprio a Miceli, uomo di fiducia di Moro. Questa corrente si rafforza ulteriormente dopo lo choc petrolifero del 1973 e con la crescente dipendenza italiana dal petrolio libico e dal gas algerino.Se questi fossero i termini della questione e non vi fossero altre gravissime implicazioni, in fondo il lodo Moro si potrebbe anche ricondurre a una spregiudicata ma accorta espressione della ragion di stato e alla traduzione a livello di intelligence di una determinata strategia politica, anche questa lucida per quanto discutibile.Disgraziatamente, anche prima del tragico e ancora oscuro epilogo della strage di Bologna e pur senza voler considerare ciò che eticamente non si può invece ignorare – ossia il prezzo in vite umane pagato da altri paesi, vittima di attentati che utilizzavano l’Italia come base logistica – il lodo Moro ha avuto risvolti inquietanti e francamente inammissibili, da qualunque punto di vista, anche per la vita civile della nostra nazione e nel periodo nel quale esso “funzionò” (1974-79).

I rapporti fra terrorismo palestinese e BR: la nemesi del lodo Moro

Proprio il rapimento a via Fani del promotore politico del patto lascia emergere questi risvolti, che  si traducono poi in una nemesi di cui cade vittima lo stesso Aldo Moro. I servizi italiani, nell’imminenza dell’azione di via Fani, avevano ricevuto, attraverso il solito Giovannone, una soffiata proveniente dal FPLP su una gravissima azione terroristica che era in preparazione e che era stata definita in una non precisata località europea, durante un summit fra diversi gruppi terroristici. Il fatto è che il FPLP opera in sinergia con altri gruppi terroristici di estrema sinistra, fra cui le “nostre” BR, e che però con questa “soffiata” – che non avrà purtroppo risultati pratici – intende ribadire la propria “fedeltà” al lodo Moro. E’ per questo che il leader DC – che nella sua prigionia, contrariamente a quanto si dice da più parti, resta lucidissimo – chiede l’intervento di Giovannone: sa bene che i fedayyin palestinesi possono fare da mediatori con i loro compagni delle BR. L’intervento palestinese, come riferisce tra l’altro Oreste Scalzone, leader dell’Autonomia Operaia, ci sarebbe stato effettivamente, ma si sarebbe arenato dietro il fermo rifiuto delle BR stesse.
Il caso Moro lascia così trapelare i rapporti organici esistenti fra terrorismo palestinese e terrorismo “rosso” italiano, con scambio di informazioni e di armi e con una complessiva sinergia organizzativa e logistica. Tutto ciò sarà confermato e provato più tardi grazie alle rivelazioni di Patrizio Peci, il “pentito” delle BR. Peci, nel 1980, dichiara che due mesi prima dei fatti di Ortona, da cui siamo partiti, le BR hanno fatto sbarcare in Italia l’arsenale ricevuto dai fedayyin palestinesi in Libano. Moretti in persona ha effettuato il viaggio, caricando esplosivi, bombe a mano, fucili e mitragliatori. Le armi sarebbero state divise fra BR e OLP (ma in seguito si scoprirà che parte di esse erano destinate anche ad altri gruppi terroristici europei). In seguito a queste rivelazioni, sarà scoperto in Barbagia uno dei depositi di armi.Ma, a questo punto, la questione del “lodo Moro” acquista una ben diversa portata: agevolando il terrorismo palestinese, dal 1974 al delitto Moro, e credendo di preservare così il proprio territorio, l’Italia – o almeno i settori politici e militari che promuovono e poi salvaguardano il patto – finiscono indirettamente per agevolare anche le azioni delle BR. L’impunità concessa ai palestinesi ha finito per armare le BR. E si noti che è proprio nel periodo in questione che si assiste alla crescita esponenziale della capacità d’azione della lotta armata di matrice “rossa”.

Il nuovo scenario internazionale e la crisi del lodo Moro

Il lodo Moro va in crisi per il mutare dello scenario internazionale che si verifica nel 1979 e per i riflessi di questo cambiamento sulla scena politica italiana. Negli anni precedenti, gli USA – con amministrazioni indebolite dal Vietnam e dal Watergate e alle prese con l’instabilità economica e monetaria che subentra ai “trenta gloriosi anni” del boom del dopoguerra – hanno lasciato all’Italia inusitati margini di manovra nello scacchiere Mediterraneo. Alla fine del decennio, tuttavia, gli USA e la Nato tornano attivamente in campo, intesi a contrastare e neutralizzare la superiorità strategica militare dell’URSS in Europa e la sua crescente influenza politica in Medio Oriente. L’Italia è chiamata a un brusco cambio di rotta: la questione su cui si gioca la partita della superiorità strategica in Europa è quella degli euromissili, che dovranno essere dislocati proprio in Italia, e l’uomo che deve realizzare la svolta è Francesco Cossiga, tornato al governo come primo ministro dopo la momentanea crisi della sua carriera politica conseguente all’uccisione di Moro. Nel mirino degli americani non c’è solo l’URSS, ma ci sono soprattutto i suoi alleati arabi, a cominciare da Gheddafi che si è pericolosamente avvicinato a Mosca e che ovviamente continua a sostenere i gruppi armati palestinesi, specie quelli più radicali come il FPLP, a sua volta finanziato e armato dai sovietici.Questo contesto internazionale pone le premesse per la fine del lodo Moro; i fatti di Ortona, richiamati all’inizio, acquistano così una portata cruciale, perché da un lato rivelano l’esistenza del patto, dall’altro ne segnano la fine. Dopo l’arresto di Saleh, uomo di punta del FPLP in Italia, i palestinesi si muovono come di consueto, senza percepire il mutamento del clima. Il 12 gennaio 1980, visto che la detenzione del loro uomo si prolunga e i missili non vengono restituiti, Abu Sharif, dirigente del FPLP e “addetto stampa” in Italia, rilascia un’intervista a “Paese sera”, nella quale ricorda o rivela che da anni il territorio italiano viene usato per il trasporto di armi, chiede la restituzione delle stesse e minaccia rappresaglie in caso contrario. Riceverà, però, la risposta più autorevole possibile: lo stesso giorno una nota ufficiale della Presidenza del Consiglio nega qualsiasi accordo fra l’Italia e il terrorismo palestinese per il trasporto di armi, afferma addirittura che l’Italia non avrebbe alcun rapporto con il FPLP e ipotizza che i missili di Ortona stessero entrando in Italia, piuttosto che lasciare il territorio nazionale, il che aggraverebbe la posizione di Saleh. Il lodo Moro viene così sconfessato agli occhi di chi ne era partecipe o ne era al corrente, mentre a tutti gli altri si dichiara che non è mai esistito.Dieci giorni dopo gli imputati di Ortona vengono condannati. Il vecchio capo del Sid, Vito Miceli, esce allora allo scoperto, con una intervista all’Espresso, nella quale autorizza il giornalista a porre tra virgolette l’esistenza dell’accordo con i fedayn per scongiurare il rischio di attentati. Il suo tentativo non serve a nulla, se non a confermare l’esistenza del patto: Cossiga è irremovibile. Tuttavia, questi non ha ancora vinto la sua partita, destinata a riportare l’Italia saldamente nel campo occidentale e filoamericano, perché deve ancora affrontare un duro scontro politico in occasione del congresso del suo partito. La sua linea politica è contestata all’interno della DC, sia sul piano internazionale che su quello delle alleanze nazionali, da uno schieramento che comprende sia Andreotti che la sinistra di De Mita e Zaccagnini. Questo schieramento vuole il proseguimento della politica filoaraba e, sul piano interno, la ripresa dell’intesa con il PCI, a scapito del PSI di Craxi, che invece Cossiga considera alleato privilegiato. Con Cossiga si schierano invece sia Forlani che Donat-Cattin, le cui mozioni convergono su un “preambolo” che contiene una conventio ad excludendum dei comunisti e allude quindi anche al riallineamento internazionale. L’adesione al preambolo dei dorotei risulta decisiva: Zaccagnini è costretto a dimettersi, Piccoli e Forlani diventano segretario e presidente del partito e Cossiga può formare un secondo governo, più forte del primo. Parallelamente anche Craxi può così conservare la segreteria e rafforzare la sua linea politica.

La rottura del lodo Moro e le reazioni di Gheddafi e dei palestinesi

Il secondo governo Cossiga (DC-PSI-PRI), nato nell’aprile del 1980, prende decisamente le distanze da Gheddafi e conferma la rottura del lodo Moro con i palestinesi. Giovannone è allarmato: avverte che il FPLP ha intenzione di compiere un attentato dimostrativo che resterà senza rivendicazione, ma che dovrà giungere al governo italiano come un inequivocabile segnale. L’assenza di rivendicazione è volta a evitare che l’iniziativa venga bloccata da Arafat (impossibile ipotizzare che egli resti all’oscuro di quanto si prepara), il quale non potrebbe consentire una azione sanguinaria contro l’Italia esplicitamente riconducibile a una qualche frazione dell’OLP, in quanto ciò rischierebbe di compromettere la sua linea diplomatica (ricordo che la strage di Bologna non è mai stata rivendicata). D’altra parte, Arafat tiene all’unità palestinese anche più che alle sue manovre diplomatiche. La non rivendicazione rappresenta dunque la linea di compromesso fra il FPLP e il capo di Al Fatah.Habash, leader del FPLP, non perde tempo e contatta il più noto terrorista internazionale, il venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, meglio noto come “Carlos, lo sciacallo”.Poco più di un mese prima della strage della stazione di Bologna, l’Italia è funestata da un’altra tragedia, quella di Ustica. A distanza di tanti anni, la spiegazione più plausibile è che quella notte si volesse abbattere l’aereo che trasportava il leader libico e che il DC9 sia stato fatalmente colpito in un’azione volta a neutralizzare i due caccia libici che avrebbero dovuto scortare l’aereo di Gheddafi. I velivoli libici, d’altra parte, sembrano ancora in grado di utilizzare i “corridoi segreti” che l’Italia aveva loro lasciato negli anni precedenti. Il DC9 di Ustica è così vittima paradossalmente tanto del lodo Moro che della sua rottura.Dopo la strage di Ustica, nel luglio del 1980, è altissimo nei servizi segreti l’allarme per un imminente grave attentato che a questo punto sarebbe insieme avvertimento per la denuncia del lodo Moro e rappresaglia per la tentata liquidazione di Gheddafi. L’11 luglio è il capo della polizia in persona ad avvertire del pericolo, come mostra un documento pubblicato nel libro di Priore e Cutonilli. Una nota del Sismi rivela poi che il servizio segreto si aspetta un’azione imminente del FPLP, mentre Silvio Di Napoli, un dirigente del Sismi stesso, rivelerà al giudice Mastelloni di essere venuto a conoscenza a suo tempo di un incontro fra il FPLP e Carlos per dare attuazione alla rappresaglia contro l’Italia.

L’enigma della strage

Questo scenario rende quindi plausibile la pista palestinese nella strage di Bologna. Mancano, tuttavia, gli elementi fattuali di prova. A questo punto, infatti, l’attenta e puntuale ricostruzione di Priore e Cutolilli deve necessariamente perdersi nei mille meandri misteriosi che vengono fuori dall’indagine giudiziaria: dai soliti e molteplici depistaggi, agli svariati elementi enigmatici, che non si risolvono né accettando le spiegazioni ufficiali dei protagonisti o dei soggetti comunque coinvolti, né provando a darne una lettura opposta che possa avvalorare una pista diversa. Ne cito solo uno fra i tanti, che vale per tutti, e rimando per il resto all’ultimo capitolo del libro citato.Nel 2000 Carlos, in un’intervista al “Messaggero”, fa una sibillina allusione alla strage di Bologna: la mattina del 2 agosto 1980 nel capoluogo emiliano ci sarebbe stato un suo uomo – secondo quanto asserisce, non autore dell’attentato alla stazione, ma destinato a organizzarne altri. Sarebbe sceso da un treno in corsa, sapendosi pedinato, e senza valigia avrebbe lasciato la stazione poco prima dell’esplosione. La rivelazione di Carlos pare, in realtà, un messaggio cifrato e forse un avvertimento. Nulla di più se ne riesce a ricavare, finché nel 2005, attraverso un percorso tortuoso, salta fuori l’identità dell’”uomo senza valigia”: si tratterebbe di Thomas Kram, che nelle carte della Stasi, il servizio segreto della DDR, risulta da anni militante del gruppo terroristico di Carlos e, in particolare, esperto di esplosivi. Kram, la sera del 1° agosto, ha preso alloggio all’hotel Centrale di Bologna. Interrogato, dà questa ricostruzione dei suoi movimenti: giunto a Chiasso quello stesso giorno, poco dopo mezzogiorno, precisamente alle 12.08, come risulta anche dagli atti della commissione Mitrokhin, sarebbe stato trattenuto per ore dalla polizia di frontiera, fino a giungere con molto ritardo a Milano dove aveva un appuntamento con una ragazza austriaca, che lo aveva invitato in Italia; così, non era più riuscito a rintracciare la donna. Naufragata l’avventura amorosa, aveva deciso di proseguire per Firenze per andare a trovare dei suoi amici. Temendo però di arrivare troppo tardi e di non riuscire a trovare un albergo, aveva deciso, a tarda sera, di scendere a Bologna e pernottare lì. La sua spiegazione della presenza nel capoluogo emiliano il giorno della strage, sebbene legata a una serie di circostanze piuttosto singolari, sembra reggere. Sono due blogger, però, a scoprire una falla decisiva in questa ricostruzione, dovuta a un errore contenuto nella stessa relazione Mitrokhin: Kram, in realtà, è giunto a Chiasso alle 10.30 e non a mezzogiorno ed è stato trattenuto poco tempo dalla polizia di frontiera. L’orario delle 12.08 non si riferisce al suo arrivo a Chiasso, ma è l’orario del treno per Milano su cui è salito. A Milano, Kram ci è arrivato alle 14 e non in serata, per cui, anche dopo il mancato appuntamento con la ragazza, avrebbe avuto a disposizione diverse ore per giungere a Firenze. L’alibi non tiene più. Lo stesso Kram successivamente cambia la sua versione, dichiarando al magistrato di essersi registrato all’Hotel Centrale di Bologna nel pomeriggio e non a tarda notte. Ma qui il mistero si infittisce, perché la magistratura nel 1980 ordinò subito di controllare i registri degli alberghi per verificare se qualche sospetto fosse giunto in città nei giorni precedenti. Il nome di Kram non saltò fuori perché nei registri dell’albergo il suo arrivo, come poi si è scoperto, risulta annotato a penna dopo la mezzanotte e quindi inserito tra quelli del 2 agosto. A questo punto, o Kram ha mentito nella sua seconda versione e resta il mistero su perché lo abbia fatto, o qualcuno ha manomesso il registro. Vi sono ancora altre falle nel suo racconto e ne cito solo due: gli amici che doveva raggiungere a Firenze sono rimasti sempre sconosciuti. Egli poi sostiene di aver raggiunto il capoluogo toscano, il 2 agosto, a bordo di un bus, perché la stazione ferroviaria era ovviamente inutilizzabile, ma si dà il caso che non vi fossero collegamenti di pullman fra Bologna e Firenze.Un altro mistero è questo: Kram era un soggetto noto alla nostra polizia e doveva essere pedinato sul suolo italiano, ma di questo pedinamento – a cui peraltro allude anche Carlos, come abbiamo visto – non si è mai saputo nulla. E tuttavia, se il suo alibi fa acqua da tutte le parti e la sua ricostruzione è ben poco plausibile e vistosamente contraddittoria, altrettanto poco plausibile è anche l’ipotesi del suo coinvolgimento nella strage. E’ singolare, infatti, che un terrorista in procinto di compiere un simile attentato si registri tranquillamente in albergo con il suo nome, essendo peraltro anche esperto nella fabbricazione di documenti falsi.

Al quadro delineato fin qui, va aggiunta la notizia di questi giorni – un altro indizio per la cosiddetta “pista palestinese”: i rapporti fra un giudice dell’inchiesta e il dirigente del FPLP in Italia. Rimando alla documentata ricostruzione dell’ agenzia Adn Kronos

https://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2020/07/23/strage-bologna-giudice-inchiesta-frequentava-capo-palestinesi-fplp-italia_X2ok0NqvcCSDpm5RAacNhI.html?fbclid=IwAR0pxGPhV-aTlIClScwL4JXf_9lDQkmiNcicf1g4tNkUWr0Q8HUu-d0slpg


conclusione

L’enigma della strage di Bologna resta dunque irrisolto, mentre è invece chiaro il contesto storico immediatamente precedente, con la stipula del patto definito “lodo Moro”, verso il 1973, e la sua rottura pochi mesi prima delle stragi di Ustica e di Bologna. Chiari sono anche significati e implicazioni del “lodo Moro”. Chiarissimo, purtroppo, è il muro opposto dalla disinformazione, dall’inquinamento delle prove, dalla retorica delle commemorazioni ufficiali. Ne abbiamo avuto prova, come ogni anno, anche nei giorni scorsi.

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