LA VERA ATTUALITA’ DELLA “LETTERA SCARLATTA”

La lettura diretta de La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne smonta la più diffusa vulgata su questo capolavoro della letteratura americana e mondiale. Purtroppo, la Lettera scarlatta è uno di quei libri di cui si parla molto senza conoscerli, che entrano nell’immaginario collettivo e vengono usati come luoghi comuni, a dispetto della loro reale sostanza e verità.

L’equivoco sta nel leggere La lettera scarlatta, come un romanzo contemporaneo, mentre è un romanzo dell’Ottocento, che poi narra una storia di due secoli addietro. A questo primo equivoco, per tanti lettori dell’Europa continentale, che poco o nulla sanno del mondo puritano – e ciò che credono di sapere è quasi sempre errato – se ne aggiunge un altro che riguarda il suo autore, scambiato per uno scrittore laico, progressista, democratico – il che è anche vero, nella misura in cui lo si poteva essere alla sua epoca e nel suo mondo, ma non sufficiente a connotarne la personalità; considerato un cristiano solo nel senso degli universali valori del cristianesimo, mentre Hawthorne appartiene interamente e verrebbe da dire inesorabilmente alla tradizione puritana del New England, sia per ascendenze familiari – la sua famiglia era una delle più importanti tra quelle degli originari colonizzatori del Massachusetts e i suoi avi si erano distinti, a Salem, per spietata intransigenza nel perseguire dissidenti e streghe – sia per formazione culturale. Questa tradizione, egli la critica radicalmente, è vero, ma pur sempre dall’interno, e se cerca di prendere le distanze da essa e di rinnegarne almeno alcuni elementi è poi condannato a restarne prigioniero, esattamente come i due “eroi” della sua narrazione.

Tema centrale del romanzo non è dunque la condizione femminile, né l’intolleranza, ma è il Peccato, il Male che incombe sull’uomo, cercando di renderlo proprio schiavo, il Male tratteggiato ripetutamente anche nella sua tradizionale personificazione – il Demonio, il Signore dell’Aria, l’Uomo Nero. Tema centrale è, più precisamente, la lotta fra questa entità maligna e il Dio biblico, Dio di giustizia e di misericordia, imperscrutabile nell’una come nell’altra. Ed è una lotta che si combatte nel cuore degli uomini e innanzitutto in quelli dei due protagonisti, gli adulteri, Hester Prynn e il pastore Dimmesdale. Questo combattimento dura per tutta la vita dei due infelici, senza che sia dato conoscerne l’esito finale. Accanto a loro, gli altri due personaggi principali: la bambina Pearl, frutto dell’unione illecita, un esserino ancora indefinito, che ora appare angelicamente innocente, ora sinistramente demoniaco, ma che è ancora al di qua del bene e del male e che, con la sua inquietante chiaroveggenza, ha la funzione di una specie di deus ex machina. E il marito di Hester, tornato in incognita, nascosto per anni sotto le mentite spoglie del medico Roger Chillingworth, ossessionato solo dal suo spietato, raffinato, diabolico progetto di vendetta. In costui, a differenza che in Hester e nel pastore, pare che il conflitto cosmico che ha per posta l’anima dell’uomo si risolva immediatamente a favore del Male: non appena viene a conoscenza del tradimento della moglie, il mite uomo di studi sembra trasformarsi in una vera incarnazione del diavolo. È lui stesso a dichiararlo alla moglie, parlando del pastore che è inquietato dalla sua presenza, nella quale intuisce, sotto le spoglie del medico premuroso, un oscuro “nemico”: “Sì, non si inganna, vi è un demonio al suo fianco, una creatura che una volta ha avuto un cuore umano e che si è trasformata in demonio per torturarlo!”. Tuttavia, anche la realtà umana di Roger Chillingworth è, come vedremo, più complessa.

Certamente, il pastore Dimmesdale è tormentato dalla coscienza del peccato e soprattutto dal non poterlo confessare pubblicamente. In tal senso, egli invidia la posizione di Hester e considera la propria infelicità ancor più terribile di quella della donna, che può almeno portare sul petto la lettera scarlatta, il suo marchio di infamia. Egli è infatti costretto a vivere nella menzogna, nello iato fra la sua immagine pubblica di santità che gli guadagna la stima, l’amore, la devozione della comunità e la sua realtà di peccatore. In questa condizione, gli è precluso proprio l’unico sollievo: un autentico pentimento. Nella sua spietata onestà intellettuale, egli nega, infatti, di fronte ad Hester che cerca di confortarlo, che vi sia traccia di vero pentimento in lui, perché se vi fosse lo avrebbe indotto a gettare la maschera. E però proprio questo tormento e lo stesso fatto della sua vita così pia mostrano che la lotta in lui è ancora aperta, che Dio e il diavolo ancora se lo contendono.

Lo stesso vale per Hester. Hester non è affatto l’eroina dipinta da certe letture “femministe”, non è la donna che rivendica il diritto di vivere la sua passione d’amore contro le convenzioni religiose e sociali. Certamente è una grande figura di donna libera, il che in un romanzo dell’Ottocento è già cosa ben rimarchevole, ma la sua è una libertà interna all’universo culturale al quale appartiene, che è quello del protestantesimo puritano, come del resto accade al suo creatore, a Nathaniel Hawthorne. È libera innanzitutto nell’assumere su di sé la propria colpa e nel considerarla tale solo dinanzi a Dio. Hester trasforma la “lettera scarlatta” – il simbolo centrale di tutta la narrazione, che è in buona misura narrazione allegorica – da marchio di infamia, a cui la condanna la comunità puritana, a segno e memoria che ella stessa si impone sul cuore. Hester è in fondo l’alter-ego dello scrittore e ne condivide i giudizi. Il giudizio sulla comunità puritana e i suoi reggitori, innanzitutto: Hester non accetta la condanna che le è inflitta e non manifesta pentimento, né vergogna, non perché non ammetta il proprio peccato, non perché non ne sia pentita e non se ne vergogni, ma perché non riconosce i giudici che la condannano. A costoro, Hester contesta esattamente l’unica cosa che Cristo non si mostrava disposto a tollerare: l’ipocrisia.

A parte i quattro citati, tutti gli altri personaggi del romanzo, dietro la maschera delle convenzioni sociali, morali e religiose, non hanno vera vita. In loro è assente, perché viene negato e rimosso, proprio quel conflitto tra il bene e il male, fra Dio e il demonio, che rende tragica la condizione di Hester e del pastore, ma che è anche l’elemento irrinunciabile dell’umanità caduta. I puritani de La Lettera scarlatta sono effettivamente disumani, ma non solo e non tanto per la rigidità delle loro regole di vita e delle loro leggi, per l’austerità dei loro costumi, per la mortificazione inflitta ai piaceri dell’esistenza, persino nei giochi dei bambini (la condanna più severa e il ritratto più atroce della comunità puritana da parte di uno dei suoi figli più eminenti, come era lo scrittore, è nelle pagine e nelle frasi che descrivono i bambini, i loro giochi, il loro crudele cinismo), ma piuttosto perché essi pretendono di negare il conflitto che si agita nell’uomo, discriminando nettamente i giusti e i reprobi, anticipando così il giudizio che spetta solo a Dio. Hawthorne non lo scrive e la rivendicazione a sé di una ortodossia è l’ultima delle sue preoccupazioni, ma in fin dei conti il sospetto dell’apostasia grava più sulla comunità che non sulla infelice adultera e sul tormentato pastore, visto che questa comunità nelle persone dei suoi reggitori pretende di sostituirsi al giudizio di Dio e disconosce che l’uomo, l’eletto di Dio, benché già redento, è ancora, nel suo tragitto terreno, simul iustus et peccator.

Simul iustus et peccator è invece una formula teologica che prende corpo e vita nella realtà umana del pastore che, come abbiamo visto, vive proprio in ciò la sua lacerazione, ma anche e soprattutto nella persona di Hester. Anche Hester, dopo la condanna, vive una vita irreprensibile, tutta dedita alla carità e al servizio del prossimo, tanto che con il passare degli anni, comincia persino ad essere ben voluta dai cittadini. Sia in Hester che nel pastore, pare che sia proprio il peccato, o meglio la coscienza drammatica di esso, a creare la possibilità di una autentica redenzione, di una vita nuova e di un processo di “santificazione” (e anche questa, in fondo, è pura ortodossia protestante, che lo scrittore, senza tematizzarla, recepisce e riecheggia nel suo racconto). Alla fine anche in Chillingsworth si generano dal peccato, in lui apparentemente senza luce e schiettamente demoniaco, frutti tutt’altro che oscuri: dopo aver cercato di portare a termine nel modo più atroce e implacabile la sua vendetta, si verrà a sapere che egli ha lasciato una cospicua eredità alla piccola Pearl, ossia al frutto dell’adulterio di sua moglie, consentendole così di vivere agiatamente.

Al culmine della vicenda, Hester e il pastore progettano la fuga, approfittando di una nave spagnola che salpa per Bristol tre giorni dopo. Il tempo, per il pastore, di tenere il suo più alto, infiammato, apprezzato sermone in occasione della solenne festa per l’elezione del nuovo governatore. Ma proprio durante la festa, i due amanti vengono a sapere che su quella nave è pronto a partire anche il loro persecutore, Roger Chillingsworth. Così svanisce il tentativo di sfuggire alla propria sorte, al giudizio, al dolore. Il pastore si decide a confessare pubblicamente la sua colpa, di fronte a tutta la cittadinanza adunata e subito dopo muore. Sinistri presagi non erano mancati: già durante l’incontro nella foresta, nel quale i due amanti avevano creduto di progettare una nuova vita, la piccola Pearl aveva costretto la madre a rimettersi la lettera scarlatta che ella si era strappata via gettandola nel torrente e che era invece rimasta sul prato. La sorella dell’ex governatore, la signora Hibbins, una vecchia che sarà processata e condannata per stregoneria tempo dopo, e che farnetica di suoi convegni con l’”Uomo Nero”, mostra di essere al corrente dell’incontro dei due giovani nella foresta, che lei interpreta come un appuntamento con il demonio del quale si dichiara una seguace. Il pastore, pur tornato rinfrancato e quasi nato a nuova vita dalla foresta, è esposto a una serie di singolari, malvage tentazioni che a fatica riesce a scacciare.

Tornando alla scena finale, durante la festa, prima di morire, il pastore invita la folla a guardare ancora una volta la lettera scarlatta sul petto di Hester, pensando che essa, pur “in tutto il suo misterioso orrore, non è che una pallida ombra del marchio” che egli stesso porta impresso, e che questo marchio a sua volta “non è che un riflesso della stigmata rossa che gli è scolpita nel più profondo del cuore: Vi è qualcuno fra voi che dubiti della giustizia di Dio sui peccatori? Guardi, guardi questa sua tremenda testimonianza”. A questo punto, si strappa violentemente la veste e, scrive l’autore, “la rivelazione fu completa”. Ma, aggiunge, “sarebbe irriverente descrivere qual mistero quel gesto abbia rivelato”. Infine, muore fra le braccia di Hester, che gli chiede che cosa vede con i suoi occhi ormai aperti nell’eternità, se saranno uniti nella loro vita immortale, se il dolore li ha redenti; ma il pastore può solo dirle addio, rimettendo le loro anime alla volontà e alla misericordia di Dio.

Al momento la folla resta muta, percorsa solo da un mormorio di stupore e di paura, ma giorni dopo quando tutti avranno riordinato i loro pensieri, quell’evento straordinario sarà ricondotto alle convenzioni della mentalità dominante. Alcuni diranno di aver visto sul petto del pastore una lettera di fuoco simile a quella portata da Hester, dando però del fenomeno sovrannaturale le più balzane spiegazioni. Altri negheranno che fosse apparso quel simbolo sul petto di Dimmesdale e persino di aver udito le sue parole e che egli avesse detto qualcosa che potesse collegarlo al peccato di Hester. A loro avviso, sentendosi morire, il pastore aveva scelto di esalare l’ultimo respiro nelle braccia di quella peccatrice, facendo quasi della sua stessa morte una parabola. In tal modo, potranno mantenere intatta la venerazione per il compianto pastore e l’immagine di santità di lui.

Hester continuerà la sua vita pia e, incapace di lasciare quella terra dove si era consumato e doveva consumarsi fino alla fine il suo destino, rinuncerà a seguire la figlia in Inghilterra. Seguiterà volontariamente a portare la lettera scarlatta, ma essa, scrive Hawthorne, cesserà di essere il segno del castigo e del disprezzo, agli occhi della gente, per divenire qualcosa che verrà considerato con dolore, con timore ed anche con rispetto. Dopo molti anni Hester verrà sepolta accanto ad una tomba vecchia e abbandonata, ma fra i due sepolcri restava un po’ di spazio “come se le ossa dei due dormienti non avessero il diritto di essere unite per sempre”. E tuttavia una sola pietra sepolcrale li coprirà entrambi. E su quella lastra d’ardesia si staglierà una sorta di divisa, di emblema araldico, simbolo, dice lo scrittore, alla leggenda che abbiamo narrato: una A scarlatta in campo grigio.

Era stato in fondo proprio il marito tradito, Chillingworth ad esprimere una corretta, sebbene parziale chiave di lettura di tutta la tragica vicenda. Alla moglie che lo esortava a perdonare il pastore, per riavere pace con sé stesso, aveva risposto:

“Taci, Hester, taci! Non sta a me perdonare, non ho la facoltà che tu dici. La mia vecchia fede, da tanto tempo dimenticata, si risveglia in me e mi spiega tutte le nostre azioni, tutte le nostre sofferenze. Col primo passo falso tu hai gettato il germe del male, e da quel momento il male è stata un’oscura necessità. Voi, che mi avete offeso, non avete peccato se non per una folle illusione, né io ho assunto per mia volontà la funzione di demone. Questo è il nostro destino. Lasciamo che l’oscuro fiore germogli come può”.

Qui il Male, il Peccato, è una Potenza che, proprio come nel Paolo dei capitoli 6-8 della Lettera ai Romani, grava sull’uomo, lo rende suo servo, senza sottrargli peraltro le responsabilità della caduta.

Ciò che sfuggiva, però, a Roger Chillingsworth, che non trovava più posto nella sua mente disperata, era il fatto che questa Potenza è già sconfitta da Dio, era la possibilità che un altro fiore potesse germogliare, togliendo nutrimento al fiore “oscuro”: il fiore della misericordia di Dio.

La conclusione del racconto, non scioglie il dubbio, come si è visto, sull’esito della lotta tra Dio e l’Avversario nei singoli personaggi o meglio sul “decreto eterno” di Dio nei loro riguardi (secondo la predestinazione calvinista), ma, dopo aver raffigurato con la massima potenza espressiva, la tragica realtà del peccato e del giudizio, lascia aperta questa possibilità di salvezza e di vita eterna.

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Se proprio si volesse ora azzardare una lettura “contemporanea” di questo grande romanzo – che in realtà è di per sé “contemporaneo” ed è sempre attualissimo per i cristiani che restano legati alla parola della Bibbia – ci si potrebbe chiedere se c’è un motivo per cui la roccaforte mondiale del politicamente corretto sia proprio nelle terre in cui si svolge la vicenda narrata da Hawthorne e, in particolare, tra tanti Wasp (bianchi anglosassoni e protestanti) del New England, in una prestigiosissima università, nata dalla donazione del pastore puritano John Harvard, e nelle chiese di confessione calvinista.

L’apertura al “diverso” e la tolleranza nei suoi confronti, che sono elementi centrale dell’ideologia del politically correct, o meglio della sua autorappresentazione, sembrano in effetti agli antipodi del puritanesimo dei padri fondatori del Massachusetts, tanto è vero che il politicamente corretto si è impadronito anche di Hawthorne, contribuendo a quelle letture a mio avviso infedeli di cui si diceva all’inizio. Ma è proprio così? Il politicamente corretto non si risolve forse proprio nel marchiare con una ideale, infamante “lettera scarlatta” tutti coloro che si rifiutano di soggiacere alla pretesa di controllo e di censura sul linguaggio, sui sentimenti e quindi sul pensiero stesso? Certo, la lettera non è più la A dell’adulterio, ma magari la R di “razzismo” o la “O” di omofobia. Ma è diversa la sostanza? E non assomigliano forse ai reggitori della Salem o della Boston del XVII secolo gli odierni custodi della ortodossia di linguaggio, di pensiero e di sentimenti? Non separano altrettanto rigidamente il bene dal male, i giusti dai reprobi, non disconoscono che ogni uomo è nello stesso tempo giusto e peccatore, che la lotta fra il bene e il male non si combatte fra eserciti contrapposti nel mondo, ma nell’animo di ogni individuo e che il giudizio su questa contesa spetta solo a Dio?

No, qualunque cosa pensino, gli uomini e le donne della odierna sinistra liberal e progressista non sono affatto loro gli ideali eredi di Hester Prynn e del pastore Dimmelsdale. In loro rivivono invece le tetre, bigotte autorità puritane e questo spiega forse anche il grande successo del pensiero dominante nel New England e nel mondo protestante cosiddetto “storico”. Invece, Hester Prynn e il reverendo Dimmelsdale rivivono forse nei “ribelli”, nei dissidenti, negli esclusi, nei reprobi dell’ideologia dominante, che la lettera scarlatta loro imposta non la rigettano, ma se la cuciono da sé, mutandone il significato. Ovunque, esistono ancora, ringraziando il Signore, Hester e il Reverendo, certamente peccatori, ma non più dei pretesi giusti. E certamente esistono ancora anche in quelle terre e nel mondo protestante, terre e mondo a cui Hawthorne non cessò mai comunque di appartenere, pur rinnegandoli.

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