SCIASCIA, L’APOLOGO SUL POTERE

Se si chiedesse a qualcuno, si trattasse pure di persona di cultura media o alta, di un “grande lettore”, di un appassionato di letteratura e perfino specificamente di un cultore di Sciascia, quali romanzi dello scrittore siciliano egli ricorda e magari ha anche letto, limitandosi a due o tre titoli, sarebbe sicuramente citato Il giorno della Civetta e molto probabilmente Todo modo o A ciascuno il suo. Qualcuno, più originale, indicherebbe forse Una storia semplice, La scomparsa di Maiorana, I Pugnalatori, Candido. Penso che invece quasi nessuno si ricorderebbe de Il Contesto. Questa rimozione è estremamente significativa. Il Contesto uscì nel 1971, ma, come Sciascia poi rivelò, fu scritto sostanzialmente nel 1969 e tenuto per due anni “nel cassetto”. Per i motivi che cercherò di evidenziare e riassumere, fu assai sgradito all’establishment culturale della sinistra e al PCI. Sulla quarta di copertina di una recente edizione si legge che “venne accolto dalla critica con malcelato imbarazzo”. E’ una espressione a dir poco eufemistica. Napoleone Colajanni sull’Unità, registrando quella che per lui e per il PCI era la “parabola” dell’autore del Giorno della Civetta, si spiegava l’involuzione di Sciascia come “il frutto della rinuncia a combattere la propria battaglia per la Sicilia”, la scelta della “via dell’evasione e della giustificazione metafisica della propria debolezza”.

Successivamente, come vedremo, vi fu una temporanea “riabilitazione” dello scrittore di Racalmuto, ma Il Contesto resta un libro di notevolissimo interesse, a prescindere dalla sua qualità letteraria, proprio per ciò che rivela, in tempi “non sospetti”, sulla personalità e le idee dello scrittore e, di riflesso, sull’atteggiamento del PCI e del mondo culturale ad esso organico. L’interesse sta proprio nel fatto che il romanzo viene scritto e pubblicato ben prima dell’ultima stagione, quella manifestamente “eretica” di Sciascia, e precede di diversi anni anche la definitiva rottura con il PCI. Dopo Il Contesto, nel 1974, Sciascia pubblica infatti Todo Modo. Il libro, come ebbe poi modo di chiarire, non era tanto una critica alla DC, ma alla Chiesa (e anche a se stesso, in quanto, disse, anche se “passo per razionalista, per illuminista, per voltairiano, lo sono solo fino a un certo punto”. E tuttavia Elio Petri ne fece un film “antidemocristiano” (la definizione è sempre di Sciascia) che allo scrittore di Racalmuto non piacque. Il suo malumore fu però espresso un po’ in sordina e l’operazione di “recupero” poté proseguire.

E così, nel 1975, Sciascia ricevette improvvisamente la proposta di Occhetto – allora segretario regionale del PCI – di candidarsi al Consiglio Comunale di Palermo e la accettò. Il ceto intellettuale organico al PCI poteva così derubricare la sferzante parodia de Il Contesto a incidente di percorso ed anzi si provava perfino l’ardita operazione di ricondurla all’ortodossia.  E difatti, nel 1976, un altro regista “impegnato” nei “film di denuncia”, Francesco Rosi, ricavava dal Contesto un altro film, Cadaveri eccellenti, che, pur fedele nella sostanza alla narrazione, edulcorava la polemica nei confronti del PCI – che nel romanzo era il “Partito rivoluzionario internazionale”. La frase di chiusura, pronunciata dal vicesegretario del partito – “non potevamo correre il rischio che scoppiasse una rivoluzione . Non in questo momento” – diventa nel film “la verità non è sempre rivoluzionaria”. Una frase questa, che risaliva a Giancarlo Pajetta, il quale aveva sostenuto che tra verità e rivoluzione avrebbe sempre scelto la rivoluzione. Ad un giornalista che in occasione dell’uscita del film gli chiedeva c cosa avrebbe scelto lui, Sciascia, tra la verità e la rivoluzione, lo scrittore rispondeva: “la verità, è ovvio. Posso dire anche che Il Contesto l’ho scritto in omaggio alla verità”.

In fondo, ciò che allontana definitivamente Sciascia dal PCI (e ciò succederà a partire dalle sue dimissioni da consigliere comunale nel 1977), ciò che lo “condanna” al ruolo di intellettuale disorganico, ciò che lo confina nell’eresia, è l’amore per la verità, anteposto ad ogni altra considerazione. E il punto di non ritorno, il caso che renderà manifesta ed eclatante questa rottura fra il partito, con la sua corte di intellettuali organici disposti a sacrificare la verità sull’altare della strategia politica, e l’intellettuale, che ha scelto invece come suo compito civile quello di testimoniare sempre e comunque la verità, sarà la vicenda del sequestro Moro. L’Affaire Moro è forse la più alta e coraggiosa testimonianza di verità dello scrittore siciliano. Basterebbe citarne solo questo passaggio. Sciascia denuncia l’ipocrisia del “fronte della fermezza” che trasformava Aldo Moro nello “statista” che non era mai stato, gli attribuiva un “senso dello Stato” che non aveva mai avuto, solo per screditare le lettere nelle quali dalla “prigione del popolo”

invitava a percorrere la strada della trattativa e attribuirle a confusione mentale. Un fronte della fermezza che improvvisamente scopriva uno Stato del quale in Italia nessuno aveva avuto contezza fino a quel momento:

“E’ come se un moribondo si alzasse dal letto, balzasse ad attaccarsi al lampadario come Tarzan alle liane, si lanciasse alla finestra saltando, sano e guizzante sulla strada. Lo Stato italiano è resuscitato. Lo Stato italiano è vivo, forte, sicuro e duro. Da un secolo, da più che un secolo, convive con la mafia siciliana, con la camorra napoletano, con il banditismo sardo. Da trent’anni coltiva la corruzione e l’incompetenza, disperde il denaro pubblico in fiumi e rivoli di impunite malversazioni e frodi. Da dieci tranquillamente accetta quella che De Gaulle chiamò – al momento di farla finire – la ‘ricreazione’: scuole occupate e devastate, violenza dei giovani tra loro e verso gli insegnanti. Ma ora, di fronte a Moro prigioniero delle Brigate rosse lo stato italiano si leva forte e solenne. Chi osa dubitare della sua forza, della sua solennità? Nessuno deve avere dubbio e tantomeno Moro, nella ‘prigione del popolo’”.

Alla fine, Sciascia constatava di trovarsi di fronte a “due stalinismi”: quello “consapevole, apertamente violento e spietato delle Brigate rosse” e quello “subdolo e sottile che sulle persone e sui fatti opera come sui palinsensti: raschiando quel che prima vi si leggeva e riscrivendolo per come al momento serve”.

Probabilmente Sciascia si rendeva conto di aver subito anche lui, personalmente, l’azione di questo secondo stalinismo: ciò che negli anni precedenti dal suo punto di vista era stato un laicissimo percorso di testimonianza civile, che non si rinchiudeva nelle amare verità già espresse ne Il Contesto, ma accettava di metterle alla prova dei fatti (fino alla scelta di impegnarsi come consigliere comunale indipendente, eletto nelle liste del PCI) era stato precisamente usato dall’intellighenzia ufficiale per “raschiare” e “riscrivere”. E nell’irrompere della tragedia di Moro, questa intellettualità ortodossa si aspettava evidentemente la prova tangibile del “pentimento” e del riallineamento dello scrittore. A scrivere l’Affaire Moro Sciascia fu in effetti provocato e la provocazione spiega anche i toni di inusitata asprezza, il sarcasmo così sferzante che si ravvisano nel pamphlet. Avevano del resto già suscitato polemiche certe sue dichiarazioni sul terrorismo, volgarmente riassunte con la formula “né con le BR, né con lo Stato”, ma Sciascia si era efficacemente difeso precisando che intendeva riferirsi a “questo Stato” (e un intellettuale comunista come poteva difendere incondizionatamente “questo Stato”?). Ma ecco che, dopo il sequestro di Moro, già il 19 marzo, il direttore di Paese sera, Aniello Coppola, gli si rivolgeva beffardo, chiedendogli se valeva la pena di difenderlo “questo nostro Stato”. E metteva in guardia “dall’eco di suggestioni corrosive provenienti da intellettuali solitari, a cominciare da Leonardo Sciascia, da tempo arrivato alla conclusione che questo Stato sia da buttare”. E lo sfidava: “in giornate terribili come quelle che stiamo vivendo qualche intellettuale abituato a pontificare sugli umori segreti della coscienza pubblica tace. Perché questo silenzio?”.

Sciascia allora non tacque. Innanzitutto rispose direttamente ad Aniello Coppola: “Con mezzi terroristici, polemizzando col mio silenzio, vogliono che io dica o che bisogna difendere questo stato così come è o che hanno ragione le Brigate Rosse. Tutta la mia vita, tutto quello che ho pensato e scritto, dicono che non posso stare dalla parte delle Brigate Rosse. E in quanto a riconoscermi nello Stato come è […] continuo a dire di no… Il fatto è che questa specie di terrorismo verbale è stato battezzato nella stessa parrocchia in cui è stata battezzata quello che spara: la parrocchia dello stalinismo innestatosi con indefettibile continuità sul fascismo e sul nazismo”.

Ma non bastava, ovviamente. E così scrisse l’Affaire Moro.

Sarebbe troppo lungo e anche superfluo citare i passaggi successivi della crisi fra Sciascia e la “Cupola” culturale dominante o “sovrastante” (per usare un’espressione di Marcello Veneziani), dalla rottura con Guttuso, con Calvino e con la Einaudi, alla candidatura con il Partito Radicale, alle critiche alla gestione dei pentiti di Mafia, alla polemica sui “professionisti dell’antimafia”. Ciò che va sottolineato è che la stessa “Cupola” ha tentato con Sciascia una operazione analoga a quella effettuata nei confronti di Aldo Moro sequestrato dalle BR. Come il leader democristiano fu elevato al rango di “statista” , ma per dire che poi aveva perso il senno, così Sciascia venne trattato da allora in poi come uno scrittore di encomiabile impegno civile, che aveva denunciato le collusioni tra mafia e potere democristiano, ma che poi a un certo punto aveva similmente perduto il senno. E i più volgari si spingevano perfino ad alludere alla malattia che effettivamente afflisse lo scrittore diversi anni prima che fosse precisamente diagnosticata. Ciò che però rischiava e rischia di far franare questa narrazione è proprio Il Contesto, salvo considerarlo il primo sintomo dell’”impazzimento”. Ma come giustificare poi il fatto che se ne fosse tratto uno dei più celebri film “di denuncia” e che questo lo avesse fatto proprio il regista de Le mani sulla città? Meglio rimuovere del tutto il romanzo dalla biografia letteraria di Sciascia o almeno relegarlo in secondo piano, meglio “raschiare e riscrivere”, anzi raschiare soltanto.

Occorre, invece, tornare proprio a Il Contesto e considerarlo uno snodo fondamentale. La vicenda narrata, ricordiamolo, è questa: in un paese imprecisato, ma che allude ovviamente all’Italia, si verifica l’omicidio di un magistrato. Viene incaricato delle indagini l’esperto investigatore Rogas. Nel giro di pochi giorni altri quattro magistrati vengono uccisi. Rogas segue la pista degli imputati condannati in processi a cui avevano preso parte i giudici in questione e cerca di individuare soprattutto coloro la cui colpevolezza sembrava infondata o non sufficientemente provata. Sembra trovare la traccia giusta che lo porta a un farmacista, un tal Cres, che aveva dovuto scontare cinque anni di carcere con l’accusa di aver tentato di avvelenare la moglie. In realtà, si era trattato di un complotto ordito dalla moglie stessa, che poi era improvvisamente e misteriosamente sparita, per liberarsi del marito. Cres aveva quindi deciso di vendicarsi, eliminando i magistrati coinvolti a vario titolo nella sua condanna. Ma proprio mentre sta giungendo alla verità, Rogas riceve l’intimazione dei suoi superiori: abbandoni quella pista, si volga piuttosto all’altra, quella dei delitti di matrice terroristica, si tolga dalla testa quel Cres. E la matrice del terrorismo rosso pre accreditata dall’ennesimo delitto di un magistrato: stavolta dei testimoni avrebbero visto due ragazzi fuggire in motocicletta e “dalla capigliatura e dall’abbigliamento” si poteva dedurre che “erano giovani di un certo tipo, di una certa tendenza”. Ma Rogas matura il sospetto che si tratti di agenti e che la scena sia servita a un depistaggio. E che i gruppi terroristici, estranei comunque ai delitti in questione, siano un’invenzione delle “alte sfere” o quantomeno siano da queste strumentalizzati. La sua inchiesta, che ormai prosegue per curiosità umana e non più per dovere professionale, lo ha ormai portato ad entrare in un mondo insospettato. Un mondo in cui si muovono Galano, uno scrittore rivoluzionario, Narco, il ricco proprietario di una catena di grandi magazzini che finanzia improbabili gruppi di ”neoanarchici evangelici” e lo stesso ministro degli Interni, che Rogas sorprende nel salotto di Narco, dove è ospite pure Galano.

E’ lo stesso ministro di polizia, del resto, che gli svela il gioco: certo che frequenta i Galano e i Narco, ammette, e nei loro confronti alterna e dosa minaccia e protezione,  perché Galano e Narco e i gruppi, i “gruppuscoli”, che a loro fanno capo, gli fanno comodo. Si tratta di gestire il potere (l’”uovo” di oggi, nelle parole del capo della polizia) e di prepararsi agli scenari di domani (la “gallina” della rivoluzione). “Voi sapete quale è la situazione politica, della politica, per così dire, istituzionalizzata. Si può condensare in una  battuta: il mio partito che malgoverna da trent’anni, ha avuto ora la rivelazione che si malgovernerebbe meglio insieme al Partito Rivoluzionario Internazionale e specialmente se su quella poltrona venisse ad accomodarsi il signor Amar”. Amar è il segretario del Partito Rivoluzionario Internazionale (il PCI nella parodia). E in effetti, la visione di Amar che fa sparare sugli operai, sui contadini, sugli studenti, confessa il ministro, è seducente. Ma per il momento è un sogno. “Il signor Amar non è un imbecille: sa benissimo che io su quella poltrona ci sto meglio di lui; e ci sto meglio nel senso che tutti stanno meglio mentre ci sto io, il signor Amar compreso”. Non è ancora arrivato il momento, perché il paese non è arrivato ancora a disprezzare il partito di Amar quanto il suo, ed è il disprezzo consente di arrivare al potere. Ma si è comunque su quella strada: gli uomini di Amar stanno facendo di tutto per meritarlo quel disprezzo e lo avranno.

Ma se il disprezzo porta al potere, è poi l’iniquità che lo legittima. Lui e gli uomini del suo partito – ovviamente la DC nella parodia sciasciana – per costituzione o per contingenza – sono solo blandamente iniqui. Amar e il Partito Rivoluzionario Internazionale – lascia intendere – saranno invece più drasticamente iniqui. E così soddisferanno i tanti che hanno sete di iniquità, a cominciare dalle stesse forze dell’ordine, dagli stessi dipendenti del suo ministero. Poi, rivolgendosi, a Rogas, gli dice, per “confortarlo” che quel che sta facendo “risponde pienamente ai desideri del signor Amar”. “E che cosa sto facendo”, risponde Rogas. “Non lo sa?”, dice il ministro con ironico stupore, “continui, continuate… A dar fastidio  ai “gruppuscoli”: fin dove potete spingervi. Perquisizioni, fermi, arresti. Sempre, naturalmente, col consenso dei giudici… ne hanno ammazzato un altro ieri sera, perciò non vi negheranno niente”.

Rogas non segue l’invito, ma continua con la sua personale indagine. Si reca dal Presidente della Corte Suprema, Riches, convinto che sia lui, inevitabilmente, la prossima vittima di Cres, ma, prima dell’incontro, scopre che Riches è parte del complotto volto a depistare le indagini. Nel colloquio che finalmente ha luogo, Riches gli fornisce una sua singolare, cinica, allucinante idea della giustizia, che esclude la possibilità dell’errore giudiziario, è indifferente alla colpevolezza o innocenza dell’imputato e tende soltanto ad affermare se stessa, il proprio potere quasi sacrale.

Rogas è ormai convinto non solo della colpevolezza di Cres, ma del complotto che tende a coprire il vero assassino e ad addossare la colpa ai cosiddetti “gruppuscoli”, in una “strategia della tensione” volta a favorire il compromesso di potere tra il partito di governo e il Partito Rivoluzionario Internazionale. E a questo obiettivo strategico gli stessi gruppuscoli sono quindi funzionali, la contestazione, violenta o no del regime, è funzionale al suo consolidamento.

Rogas si risolve a recarsi da Amar, il segretario del Partito Rivoluzionario Internazionale per svelargli il complotto, forse anche e soprattutto per capire fino a che punto Amar fosse coinvolto. In fondo Rogas, aveva “il culto dell’opposizione” e rispettava il Partito Rivoluzionario.

Prima dell’incontro con Amar, prudentemente, rivela tutto a Cusan, uno “scrittore impegnato” (probabile alter-ego dello stesso Sciascia).

Il sorprendente finale della vicenda si apre a più interpretazioni e soluzioni, ma il senso della narrazione è consegnato alle battute finali del dialogo fra lo scrittore Cusan e il vicesegretario del Partito Rivoluzionario Internazionale. Quest’ultimo fornisce la sua versione, la versione ufficiale, degli ultimi tragici accadimenti e alle domande di uno sbigottito Cusan, risponde che doveva “prevalere la Ragion di Stato, come ai tempi di Richelieu”, e che in quel caso essa coincideva con la Ragion di Partito.

“Ma la Ragion di Partito…Voi…la menzogna, la verità: insomma”. Cusan quasi balbettava.

“Siamo realisti, signor Cusan. Non potevamo correre il rischio che scoppiasse una rivoluzione”. E aggiunse “non in questo momento”.

“Capisco”, disse Cusan, “non in questo momento”.

In una nota, sorta di post-fazione, Sciascia ci tiene a chiarire che la vicenda si svolge in un paese “del tutto immaginario; un paese dove non avevano più corso le idee, dove i principi – ancora proclamati e conclamati – venivano quotidianamente irrisi […] dove soltanto il potere per il potere contava”. Certamente si poteva pensare all’Italia, si poteva pensare anche alla Sicilia, ma ciò che aveva scritto era nella sostanza “un apologo sul potere nel mondo, sul potere che sempre più digrada nella impenetrabile forma di una concatenazione che approssimativamente possiamo dire mafiosa”.

Qualche anno dopo, quando si sarà ormai rivelato il carattere profetico del suo romanzo, Sciascia scriverà che esso era “la cronaca di una desertificazione ideologica e ideale che in Italia era solo agli inizi”, la premonizione di un potere mostruoso che “mette tutto e tutti insieme, intesse tutto. Assimila tutto. Anche l’opposizione, anche la contestazione”.

Quel potere mostruoso – lo “stalinismo” come categoria perenne della politica – che doveva manifestarsi in varie forme e sotto diverse maschere negli anni successivi e fino ad oggi, unendo forze e uomini di governo e di sistema con forze e uomini dell’opposizione, della protesta e della contestazione “nell’impenetrabile forma di una concatenazione che approssimativamente possiamo dire mafiosa”. Un potere che inevitabilmente crea una frattura nel ceto intellettuale, tra i molti che gli sono “organici”, anche qui in varie forme e sotto varie maschere, dalle più volgari e dichiarate alle più subdole e raffinate, e i pochissimi “disorganici” che, anteponendo la verità alla ragion di stato e di partito, non possono che scontare la loro eresia con l’emarginazione e, quando questa non è possibile, con la diffamazione.

La storia personale e letteraria di Sciascia altro in fondo non è che l’apologo sul potere da lui raccontato e vissuto.

La bella biografia di Collura, ampiamente utilizzata per questo articolo
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