L’ASSASSINIO DEL FILOSOFO GIOVANNI GENTILE: UN BARBARICO ATTO FONDATIVO


Spesso viene ricordato e deprecato come atto barbarico l’episodio di piazzale Loreto, con l’esposizione al pubblico scempio dei cadaveri del Duce, di Claretta Petacci e di altri gerarchi del fascismo. Questo almeno da una parte dell’opinione pubblica, perché invece l’opposta fazione politica talora evoca invece quelle scene per indirizzare un macabro augurio e una minaccia agli avversari politici più detestati (e si tratta pure di quella parte politica che lancia campagne anti-odio con relative commissioni). C’è però un atto barbarico a mio avviso ben più grave e sinistramente importante, sia per il personaggio che ne fu vittima, sia perché, mentre piazzale Loreto può essere considerato l’atto conclusivo di una tragica e sordida storia (che era stata incominciata peraltro dal fascismo e ciò non va dimenticato) – non senza purtroppo lo strascico di vendette postume successive alla Liberazione – il delitto a cui alludo è invece in tutto e per tutto un terribile atto fondativo, è il presagio e l’annuncio di una egemonia culturale della sinistra comunista esercitata con intolleranza e spirito settario, volta all’emarginazione delle voci anticonformiste. Si tratta dell’uccisione del filosofo Giovanni Gentile il 15 aprile del 1944 ad opera di un commando dei Gap, formazione partigiana emanazione del PCI. A Marcello Veneziani va il merito – nel suo splendido Imperdonabili – di aver non solo ricordato la vicenda, ma di averle assegnato il suo reale e sinistro significato.

Veneziani cita la ricerca di Luciano Mecacci che ruota intorno a tre domande di fondo: chi uccise materialmente il filosofo? Chi ordinò il delitto? Per quali ragioni si decise di eliminare Gentile?

La risposta alla prima domanda è di gran lunga la più facile e anche la meno importante: Mecacci ritiene che l’autore materiale dell’omicidio non sia stato, come vuole invece la versione canonica, Bruno Fanciullacci, ma un altro partigiano, Giuseppe Martini, una figura minore. In ogni caso il delitto fu sicuramente eseguito dai Gap. Ma chi furono i mandanti? Qui la questione si complica perché Mecacci non tralascia nessuna ipotesi e parla di una “concatenazione di decisioni strategiche” che coinvolsero i soggetti più diversi, non esclusi i servizi segreti britannici e americani, i fascisti intransigenti e gli immancabili massoni. Tuttavia, è fuori discussione che il PCI fu “il principale attore dell’organizzazione materiale dell’attentato”, che, d’altronde, rivendicò apertamente.

Veneziani propone una “sintesi più calzante”, che a me pare la più utile soprattutto perché introduce la risposta alla terza domanda – perché e per quali scopi fu ucciso Gentile – che è quella veramente cruciale: il mandante dell’omicidio fu l’”Intellettuale collettivo”, che è la definizione che Gramsci aveva dato del partito comunista, ma è anche, più specificamente, il gruppo di dirigenti, intellettuali organici, professori che costituiva l’intellighenzia del PCI. Le parole usate da costoro, dopo la morte di Gentile, sono brutalmente, miseramente significative e lasciano intravedere, alla luce della storia successiva, i motivi profondi del delitto. A cominciare dalle frasi del segretario del PCI che rivendicò con orgoglio l’esecuzione. Togliatti definì Gentile “canaglia e camorrista, immondo e corruttore, bandito e bestione”. Fingendo di dimenticare che Lenin nella monografia su Marx, che proprio lui, Togliatti, aveva fatto pubblicare in Italia, citava il solo Gentile come interprete filosofico del pensatore di Treviri. Vanno poi ricordate le parole spregevoli che usarono nei confronti del filosofo dell’attualismo una serie di personaggi che erano in forte debito intellettuale con lui: Antonio Banfi (che fino a poco prima era impegnato a chiedergli e ottenerne favori), Concetto Marchesi, Eugenio Curiel, Giorgio Spini, Eugenio Garin. Per non parlare di Bianchi Bandinelli che di Gentile era stato amico e che aveva accompagnato Hitler nella sua visita in Italia, e di tanti altri, come Cesare Luporini, che furono quantomeno reticenti su quella brutale esecuzione di un uomo che era la più viva intelligenza filosofica italiana di quel momento e forse del secolo, una personalità che direttamente o indirettamente avevano avuto come maestro. Ma ora bisognava scegliere e chi non sceglieva il PCI, chi non accettava il ruolo di “intellettuale organico”, invece di far “carriera”, invece di continuare a pubblicare con Einaudi e con altre case editrici facenti parte dell’”Intellettuale collettivo”, invece di ottenere cattedre e riconoscimenti, sarebbe finito emarginato e rimosso. Come accadde a molti, da Volpe a Papini, a Soffici, a Pellizzi.

“L’uccisione di Gentile”, conclude Veneziani, “la denigrazione postuma, la rimozione della memoria, fu il peccato originale su cui si fondò il sistema ideologico-mafioso italiano, fu il parametro per misurare gli ammessi e gli esclusi, in accademia e non solo, fu il preambolo alle omertà successive e alle perduranti miserie partigiane della cultura italiana”.

Fu insomma un barbarico atto fondativo, che ancora segna profondamente la cultura italiana.

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