MARX CONTRO MARX: LA SINISTRA POLITICALLY CORRECT

Vorrei sviluppare ulteriormente il discorso sull’ideologia del politicamente corretto, affrontato nel precedente articolo sulla scorta del libro di Eugenio Capozzi, e andando oltre l’analisi, peraltro fondata e utile, di Capozzi.

La tesi che vorrei sostenere e argomentare è che l’ideologia del politicamente corretto nasce anche dal fallimento scientifico e storico del marxismo: non potendo più considerare il marxismo una teoria del crollo (ineluttabile) del capitalismo – e questo sia per le contraddizioni interne all’analisi che Marx svolge nel Capitale, sia per gli esiti del cosiddetto “socialismo reale” – i post-marxisti hanno mutato ciò che voleva essere una critica scientifica della società e dell’economia politica in un’etica, una pedagogia, un catechismo. Pensando così di continuare la stessa lotta con altri mezzi, con mezzi che essi presuppongono più confacenti alla società contemporanea. E ottenendo invece risultati catastroficamente funzionali agli interessi dei poteri dominanti, ivi comprese le grandi organizzazioni criminali.

Le due sinistre di fronte alla globalizzazione (1989-2008)

Una prima questione è la seguente: quando, come e perché si è verificato questo passaggio dall’ideologia al catechismo, che è poi un altro tipo di ideologia? Bisogna certamente risalire agli anni che hanno seguito la caduta del Muro e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, sancendo così il fallimento storico del comunismo “realizzato”. A parte la sparutissima componente di coloro che sono rimasti fedeli al marxismo-leninismo – imputando magari a Gorbaciov o addirittura alla destalinizzazione il crollo dell’URSS e rifiutandosi di cogliere i limiti e i difetti intrinseci a quel modello politico – si può dire che la sinistra si sia allora divisa in due correnti. La prima, ampiamente maggioritaria, costituita dalla cosiddetta “sinistra di governo”, riformista, “blairiana”. La seconda, la sinistra “radicale” o “antagonista”, minoritaria ma capace comunque di azioni incisive almeno mediaticamente (si pensi alle proteste di Seattle e al movimento no-global) e di raggiungere quote di consenso tutt’altro che irrilevanti (Rifondazione Comunista, in Italia, arrivò a toccare il 9%. Per alcuni anni, queste due sinistre si sono divise, combattute e contrapposte, essenzialmente sull’atteggiamento da assumere di fronte al fenomeno epocale che ormai si era nettamente delineato, ossia la globalizzazione economica.

La prima sinistra, quella “riformista” (nulla a che vedere, comunque, con la tradizione, gloriosa, anche se non priva di errori anche catastrofici, del vecchio socialismo riformista) ha sposato quasi con entusiasmo la “narrazione” dominante, dopo l’89-91, quella che vedeva in fondo in quell’evento, “la fine della storia” (Fukuyama), il definitivo trionfo del capitalismo. Non restava che adeguarsi alla completa “liberalizzazione dei mercati”, riservandosi il ruolo, rispetto alla destra liberista, di temperarne gli effetti di più marcata disuguaglianza sociale, provvedendo a una equa redistribuzione della ricchezza prodotta, non tanto o non più attraverso il welfare, ma mediante le stesse logiche del mercato, opportunamente “governate”.

Non si compresero e non si seppero prevedere le conseguenze della globalizzazione, a cominciare dall’irruzione sulla scena mondiale dei paesi “intermedi” fra quelli avanzati e quelli poveri, primi fra tutti Cina e India. Questa irruzione è il primo elemento che contraddice la rappresentazione del mondo delle due sinistre post-1989. Alla sinistra riformista essa mostra che è illusorio pensare che l’Occidente abbia ancora le chiavi per guidare l’automobile, la fuoriserie, del mondo globalizzato: queste chiavi ormai sono sempre più nelle mani degli altri. Alla sinistra radicale “no-global” mostra, invece, che  le disuguaglianze fra l’Occidente e il resto del mondo non solo non crescono, ma si stanno riducendo (fino a crollare dopo il 2007), demolendo uno dei dogmi centrali su cui si regge la sua narrazione.

Né l’una, né l’altra sinistra furono però capaci di cogliere il messaggio. Tra i pochissimi ad avvertire dei rischi che si stavano correndo, credendo di cavalcare la tigre della globalizzazione, ci fu Giulio Tremonti, che scrisse, tra l’altro: «Non è l’Europa che è entrata nella globalizzazione. E’ la globalizzazione che è entrata in Europa. Trovandola impreparata. L’Europa è entrata nella globalizzazione in maniera suicida».

Le sinistre di fronte alla crisi del 2007

Le conseguenze – deindustrializzazione, distruzione di posti di lavoro, abbassamento dei salari reali, smantellamento del welfare, debito pubblico in crescita – furono però evidenti solo con la crisi del 2007. La crisi è stata particolarmente dirompente per i paesi deboli dell’area euro (ossia quasi tutti, eccetto la Germania) che sono entrati da allora nel circolo vizioso della stagnazione.

A questa crisi, entrambe le sinistre, anche se con accentuazioni e con programmi molto diversi, hanno creduto che si potesse rispondere rimettendo in funzione il motore della crescita. Opzione che si scontra con due vincoli che sembrano al momento insormontabili: i vincoli della moneta unica, che la sinistra non mette seriamente in discussione; e quelli posti da uno scenario dell’economia globale, con il drastico ridimensionamento dell’Occidente, che – come ha scritto Ricolfi – sembra suggerire che la questione non sia quando e come tornerà la crescita, ma se potrà mai tornare.

Ricolfi, come ricordavo in un precedente articolo, ne conclude, correttamente, che questa nuova situazione spiazza completamente la sinistra, incapace di pensare se non nell’ottica della crescita: infatti, non ha senso parlare di redistribuzione, se la torta del reddito non  cresce più. La sinistra si avviluppa su se stessa obiettando che la torta non cresce perché non c’è abbastanza redistribuzione, perché le politiche neoliberiste hanno accresciuto le disuguaglianze. Da qui si dovrebbe ripartire, da una politica espansiva che riduca le disuguaglianze e faccia ripartire il motore della crescita. In sostanza: la crescita non c’è perché non c’è abbastanza redistribuzione, ma la redistribuzione non c’è perché si è arrestata la crescita.

Questo corto circuito di pensiero dipende da due errori di valutazione: il primo sta nel credere che la crisi sia stata preceduta da una forte crescita delle disuguaglianze. Ciò è assolutamente errato, come si è detto. L’aumento delle disuguaglianze non è la spiegazione della crisi. Il secondo errore è di sottovalutazione del declino: la sinistra non riesce a pensare in un orizzonte diverso da quello della crescita, come l’abbiano conosciuta nei “trent’anni gloriosi” del dopoguerra, se non – peraltro in una sua frazione minimale – per aderire a una nuova ideologia, quella della “decrescita”.

L’adozione del politicamente corretto come nuova ideologia

Nel frattempo, l’impatto della globalizzazione sulle popolazioni occidentali – classi lavoratrici e ceti medi impoveriti – aveva avuto effetti dirompenti, portando, alla fine, alla crescita dei cosiddetti “populismi”. La sinistra di governo – spiazzata dalla crisi e dai suoi effetti sul proprio tradizionale bacino elettorale –  non solo si è trovata senza un’ideologia come era stata per decenni il marxismo, capace di fornire una interpretazione della realtà economica e sociale e di promettere l’inevitabile successo della propria azione politica, ma si è stata anche abbandonata dal blocco sociale che quella ideologia individuava e ha dovuto fare i conti con la propria manifesta incapacità di costruirne un altro. Non solo falliva il progetto di inglobare nel proprio elettorato i ceti medi, come era già funestamente accaduto lungo il corso della storia novecentesca, ma le stesse classi lavoratrici si orientavano sempre più largamente verso le “ nuove destre”. Quest’ultimo fenomeno era ancora più sconcertante nell’ottica della sinistra radicale e no-global e la colpiva altrettanto duramente: a poco o nulla era servito denunciare i guasti della globalizzazione, dato che le vittime di quel processo sembravano non credere più alle sirene di un cambiamento “rivoluzionario”, alla rappresentazione di “un altro mondo possibile”, ma sembravano avanzare soprattutto una sconcertante richiesta di “protezione” e di “sicurezza”, che le portava a simpatizzare per altri programmi, movimenti e leader politici.

Privata di una ideologia e di una visione del mondo, venuta meno la sua base sociale ed elettorale di riferimento, dove poteva ancora trovare la sua ragion d’essere la sinistra e su che cosa poteva ancora fondare quel sentimento di superiorità morale e intellettuale che l’aveva sempre caratterizzata? Le due sinistre hanno dato una risposta sorprendentemente simile a questa crisi di identità, abbracciando, sia pure con differenti modalità, l’ideologia del politicamente corretto e adottando amorevolmente tutte le minoranze che presumono discriminate e oppresse, ma soprattutto i migranti, eleggendoli a nuovo soggetto sociale di riferimento. La svolta è stata particolarmente sorprendente per la sinistra radicale, che ha dovuto frettolosamente rimuovere l’etichetta no-global, con tutto il corredo di slogan, personaggi e libri-icona (chi si ricorda più, ad esempio, di Naomi Klein e del suo “No logo”?) su cui aveva fondato le sue battaglie negli anni precedenti. Movimenti e gruppi che demonizzavano la globalizzazione hanno sposato ora con entusiasmo la parola d’ordine del “niente muri, niente frontiere”, come se i movimenti migratori attuali non fossero parte di quel “libero” movimento delle merci e dei capitali  che caratterizza l’economia globale, come se i flussi migratori non fossero legati e anzi generati da movimenti di capitali, come se i migranti stessi non vi fossero coinvolti come merci, piuttosto che come esseri umani.

In ogni caso, il politicamente corretto, innanzitutto con la “politica dell’accoglienza”, ha illuso le due sinistre di poter mantenere l’autostima, ha rafforzato la convinzione di essere dalla parte della giustizia e la pretesa di superiorità morale, pur dopo aver disertato le lotte per i diritti dei lavoratori e aver visto i lavoratori stesso orientarsi in numero crescente per i movimenti populisti. Come ha scritto Ricolfi, «proprio perché non si occupava più di operai, braccianti e disoccupati nativi, alla sinistra non è parso vero di avere a disposizione degli “ultimi” di cui farsi paladina». Soprattutto perché questa generosità è praticamente a costo zero.

Ma tutto il politicamente corretto – con le battaglie su diritti dei gay (anzi degli Lgbtqn…), coppie di fatto, quote rosa, aborto, fecondazione assistita, riscaldamento globale, eutanasia, testamento biologico, linguaggio sessista, omofobia, diritti degli animali, ecc. – ha permesso alla sinistra di gestire – o di illudersi di gestire – i propri problemi di identità, confermando e rafforzando la pretesa della propria superiorità morale e quella di incarnare la parte migliore del paese, impegnata in battaglie di civiltà, contro la parte peggiore, incivile, barbarica.

E così la sinistra ha incontrato la sua nemesi: per oltre un secolo, aveva rivendicato, anche con arroganza intellettuale, il rigore scientifico della propria visione del mondo e del proprio progetto politico, aveva preteso che essi si fondassero sull’analisi delle inesorabili leggi della storia e dell’economia, relegando al rango di infantili sognatori o, peggio ancora, di utili idioti del sistema capitalistico e della borghesia tutti coloro che, nella stessa area di sinistra, si rifiutavano di accettare la dottrina ortodossa. Per oltre un secolo aveva predicato che il mondo si trasforma con i fatti e non con le parole, intervenendo nei processi reali e non limitandosi a battaglie ideali sui valori e sui diritti, sempre sbeffeggiando chi invece si muoveva solo o soprattutto a questo livello. Ed ora, ecco il completo capovolgimento: la sinistra, sia nella sua declinazione di governo che in quella antagonista, mette in primissimo piano proprio i diritti – e non i vecchi diritti sociali o quelli della tradizione liberale, ma i “nuovi diritti” – a scapito dei processi economico-sociali; pretende di migliorare il mondo o di evitarne la deriva esercitando un controllo sulle parole, sul linguaggio; si trasforma, quindi, in una specie di “partito radicale di massa” (peraltro con masse sempre più rarefatte) e sostituisce alla vecchia ideologia, un’etica e una pedagogia paternalistiche.

Soprattutto, per ignoranza dei vecchi “testi sacri” – chi legge ancora Il Capitale o L’Ideologia tedesca? – rinuncia a servirsi proprio di quelle categorie marxiane di pensiero che oggi sono ancora utili e vitali. Per esempio, come scrivevo nell’articolo precedente, la nozione marxiana di ideologia, che smaschererebbe il politicamente corretto come costruzione al servizio dei poteri economici dominanti e loro stessi come ancelle di questi poteri.

Liquidando, rimuovendo o dimenticando tutto il pensiero di Marx, senza peraltro sostituirlo con altri autori, con altre categorie di analisi, la sinistra ha gettato il bambino insieme all’acqua sporca.

Le categorie di analisi marxiane che smascherano la sinistra

L’acqua sporca, della quale è stato bene liberarsi, era, come si diceva in apertura, l’idea che il marxismo si potesse risolvere in una “teoria della catastrofe” scientificamente fondata (catastrofe del capitalismo, ovviamente). L’analisi che Marx svolge nel terzo libro del Capitale dà certamente adito a questa interpretazione e tuttavia evidenzia anche le varie e diverse modalità con cui il capitalismo risponde e si adatta alle sue periodiche crisi. Il capitalismo, come è noto, non è crollato e se è sicuramente azzardato e antistorico pensare con Fukuyama che esso rappresenti lo stadio finale e definitivo della storia, è tuttavia vero che nulla oggi lascia pensare che questo crollo si possa realizzare a breve o medio termine. Ma allora è proprio questo aspetto del discorso di Marx – il modo in cui il sistema economico risponde ai fattori di crisi –  che oggi potrebbe fornire alla sinistra delle categorie di interpretazione della realtà, su cui poi iniziare l’opera di ricostruzione di un programma politico e di un blocco sociale. Se non che, come si diceva, la sinistra ha gettato via anche questo “bambino”, insieme all’acqua sporca.

Ma approfondiamo la questione. Ciò che traduce l’analisi marxiana in una teoria del crollo del capitalismo, e che in questo modo ne mina anche la pretesa scientificità e la espone alla falsificazione della storia, è soprattutto la cosiddetta legge della “caduta tendenziale del saggio di profitto”.

Il punto di partenza, per una ricostruzione che sarà qui necessariamente sommaria, è la nota teoria del plus-valore, basata a sua volta su quella del valore-lavoro, che Marx ricava da David Ricardo e riadatta al suo discorso e ai suoi fini (il valore di una merce è dato dalla quantità di lavoro necessaria a produrla). Ipotizziamo, allora, che un operaio lavori 8 ore al giorno. Produrrà un valore equivalente a 8. Il capitalista, però, gli pagherà certamente un salario inferiore al valore prodotto, un salario, poniamo, equivalente a 6. La differenza, 2, della quale si appropria il capitalista, è il plus valore (o, guardando alla cosa da un’altra prospettiva, le 2 ore di lavoro che l’operaio presta senza essere retribuito rappresentano il plus-lavoro dell’operaio, equivalente comunque al plus valore del capitalista).

Marx traduce questo ragionamento in una formula, il cosiddetto “saggio del plusvalore”, ritenendo di aver così smascherato ed espresso “scientificamente” il fenomeno dello sfruttamento del lavoro che consente l’accumulazione del capitale: saggio del plusvalore = plus valore/capitale variabile, dove il capitale variabile è quello impiegato per pagare i salari dei lavoratori. Il saggio del plusvalore esprimerebbe così il tasso di sfruttamento del lavoro.

Se, però, ci chiediamo qual è alla fine l’effettivo guadagno, il profitto, del capitalista, dobbiamo prendere in considerazione un’altra grandezza: il “capitale costante”, ossia quello necessario ai macchinari, alle attrezzature, agli impianti, alla tecnologia necessari al processo produttivo. Abbiamo così la formula del “saggio del profitto”: plusvalore/ capitale variabile + capitale costante.

Le esigenze del mercato e della concorrenza portano evidentemente ad un continuo processo di miglioramento di macchinari e tecnologia, il che significa che il capitale costante tende a crescere e che, di conseguenza, il saggio del profitto tende a calare. Questo è, o sarebbe, “tallone di Achille” del sistema capitalistico: per una sua dinamica interna, per crescere, deve aumentare gli investimenti in capitale costante, ma in tal modo compromette i profitti. In sostanza per avere più profitti si devono fare degli interventi che compromettono i profitti! Marx si rendeva conto del fatto che quella enunciata non era una legge rigorosa e necessaria come le leggi della fisica, ma una “legge tendenziale” e che il sistema capitalistico riusciva ad opporre a questa dinamica autodistruttiva delle “controtendenze” che gli consentivano di contrastare e persino di neutralizzare la tendenza generale e di superare le periodiche crisi. Di queste controtendenze ne enunciò cinque. Ci torneremo alla fine.

La “legge tendenziale” sulla caduta del saggio del profitto è stata lungamente e ampiamente discussa e contestata, anche da economisti di scuola marxista. Lungi dall’essere il “tallone di Achille” del sistema capitalistico, essa è piuttosto il “tallone di Achille” del marxismo. In particolare, è stato evidenziato questo errore concettuale: essa si fonda sull’assunto che quando aumenta la cosiddetta “composizione organica del capitale” – in parole povere quando aumenta il capitale costante – il plusvalore – o meglio il saggio del plus valore – resti costante. In tal modo, si arriverebbe a un saggio del profitto decrescente. Infatti, se saggio del profitto” equivale a plusvalore/ capitale variabile + capitale costante e in questo rapporto aumenta una delle grandezze al denominatore mentre resta fissa quella al numeratore il prodotto finale non può che essere inferiore. Ma che il plusvalore resti fisso, aumentando l’investimento in tecnologia e macchinari, è assai improbabile, in quanto questo investimento si traduce in una maggiore produttività del lavoro (per questo viene effettuato!) e una maggiore produttività del lavoro si traduce in un aumento del plusvalore, a meno che non vengano aumentati in proporzione i salari reali del lavoratori, il che non è molto plausibile. Pertanto, se saggio del profitto” equivale a plusvalore/ capitale variabile + capitale costante, il saggio del profitto non è sottoposto a una progressiva, inevitabile erosione, perché in questo rapporto tendono a crescere sia il numeratore che il denominatore.

Peraltro, lo stesso Marx, in altre pagine della sua opera, riconosce la cosa, ma poi stranamente non la prende in considerazione al momento decisivo e tratta separatamente il saggio del plusvalore e il saggio del profitto, senza rendersi conto che sono due facce indivisibili della stessa realtà. Perché questa incongruenza? Il motivo è che la “legge della caduta tendenziale del saggio del profitto” ha un ruolo cruciale nel sistema marxiano in quanto consente di risolverlo in una teoria del crollo del sistema capitalistico, consente cioè di alimentare la sicurezza, che si pretende scientificamente fondata, in un inevitabile collasso del capitalismo e nell’altrettanto inevitabile avvento del comunismo. Quest’ultimo e la critica al capitalismo che esso presuppone non sarebbero quindi soltanto una scelta etica, ma il necessario risultato del corso storico, il “movimento reale di trasformazione delle cose”.

La sinistra dei nostri tempi, rigettando, come era bene fare, il marxismo come ideologia pseudo-scientifica, è però passata a concepire la propria funzione esattamente come una sorta di missione etico-pedagogica, slegata da qualsiasi analisi delle dinamiche e dei processi reali. Più che criticare e correggere Marx, ha ritenuto di poterlo ignorare, il che non sarebbe gravissimo se non portasse ad ignorare anche i dati di fatto e le questioni che Marx pone e analizza e che spesso appartengono non già alla sua fantasia, ma alla realtà dell’economia industriale.

La sinistra smascherata e svergognata da Marx

Che insieme al capitale costante tenda ad aumentare il plusvalore significa certamente che il capitalismo non è esposto a nessun crollo fatale – e difatti il crollo non c’è stato – ma non vuol dire che esso goda con questo di buona salute – e difatti le crisi si presentano periodicamente. Il capitalismo ha comunque il serissimo problema di dover realizzare una continua “valorizzazione del capitale”, con costi crescenti. L’esito positivo di questa operazione non è mai scontato. Ciò significa che quelle che per Marx sono “controtendenze” alla legge generale rispecchiano dinamiche reali del sistema produttivo, ancor oggi attualissime, e andrebbero riconsiderate con molta attenzione.

Che cosa fa, dunque, il sistema economico per evitare che il crescente investimento in capitale costante, pur aumentando il plus valore, si risolva comunque in una diminuzione del profitto (ossia per evitare che, specie nelle crisi ricorrenti, il plusvalore aumenti meno dei costi in capitale costante, meno dell’aumento della “composizione organica del capitale”)? Secondo Marx vi sono cinque diverse risposte (Il Capitale, libro III, sezione III, capp. 14 e 15):

a)     L’aumento della produttività del lavoro attraverso, appunto, l’aumento dell’investimento in capitale costante. Come abbiamo appena visto, però, questa più che una “controtendenza” alla “legge generale” deve essere considerata come un aspetto essenziale, strutturale, della dinamica produttiva, del processo di accumulazione del capitale e di formazione del plusvalore. Non è una controtendenza alla tendenza generale, ma è un elemento fondamentale di quest’ultima.

b)     L’aumento dell’intensità dello “sfruttamento” del lavoro, che si può realizzare in vari modi: attraverso l’aumento quantitativo delle ore di lavoro o attraverso una velocizzazione e una intensificazione dell’attività lavorativa.

c)     La riduzione dei salari reali

d)     L’”eccedenza relativa di popolazione” che, in altre pagine, Marx definisce anche “esercito industriale di riserva”: l’aumento della potenziale forza-lavoro, ottenuto soprattutto attraverso l’immigrazione di lavoratori che, o restano disoccupati o sono disposti a lavorare in condizioni peggiori rispetto ai lavoratori autoctoni, con meno salari, meno diritti, meno garanzie, “in nero”, e così via. Questo “esercito di riserva” fa concorrenza ai lavoratori autoctoni, deprimendo così il saggio dei salari e contribuendo ad aumentare corrispondentemente il saggio del plus valore. Marx, ai suoi tempi, aveva di fronte soprattutto l’immigrazione irlandese in Inghilterra.

e)     Il commercio estero, che consente ai capitalisti di rifornirsi di materie prime e beni d’uso a un costo minore di quello che dovrebbero sostenere in patria.

Se ora aggiungiamo che nel punto b) e nel punto  c) possono essere compresi tutti i fenomeni e i processi di precarizzazione del lavoro, in quanto hanno globalmente l’effetto di intensificare lo sfruttamento e ridurre i salari reali, che inoltre l’adesione all’euro ha avuto proprio questo scopo e ha sortito precisamente questo effetto, che al punto d) l’eccedenza relativa di popolazione si ottiene oggi soprattutto con l’immigrazione dall’Africa e che questi immigrati sono l’odierno esercito industriale di riserva e che, infine, nel punto e) sono compresi i molteplici aspetti della attuale globalizzazione, a cominciare dalle “delocalizzazioni” della produzione, mentre l’immigrazione di cui sopra, rende più agevole lo sfruttamento delle materie prime e delle risorse dei paesi africani (da parte della Francia nell’area sahariana e sub sahariana, per esempio), spogliando quei paesi di forza lavoro e di risorse umane, abbiamo un quadro pressoché perfetto dell’attuale economia e una formidabile griglia concettuale utile a interpretarla.

Se non che, la sinistra non pare affatto interessata a questo quadro e a questi strumenti di analisi. Essi, in effetti, disturberebbero non poco le certezze nelle quali oggi vive beata, i dogmi che ha adottato a propria insegna. Per esempio il concetto di “sovrapopolazione relativa” o di “esercito industriale di riserva” che rivelerebbe come l’immigrazione di massa sia funzionale agli interessi dei poteri dominanti, consenta loro di superare le crisi e non faccia altro che aumentare il tasso di sfruttamento di tutto il lavoro, migrante e autoctono.

Meglio rifugiarsi in un’etica “umanitaria” fittizia, del tutto avulsa dai processi reali, quindi astratta e funzionale proprio ai poteri dominanti.

Meglio sfilare ai gay pride e aspettare i migranti indossando le magliette rosse, funzionando così da comitato di accoglienza della mafia nigeriana, rendendosi complici dei suoi affari criminali, dalla prostituzione, allo spaccio di droga, al traffico di organi umani.

Non ho alcun dubbio su una cosa: Marx considererebbe il “restiamo umani” una mistificazione ideologica – al pari dell’ideale cavalleresco nella società feudale- utile solo al nudo interesse e al ferreo sistema di dominio della classe dominante. Una fittizia umanità al servizio di una realissima disumanita’. E, almeno in questo, avrebbe perfettamente ragione.

Articolo creato 31

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