BREVE PROFILO STORICO DEL CONFLITTO ARABO-ISRAELIANO E DELLA “QUESTIONE PALESTINESE”

PREMESSA: ANTISEMITISMO E MANIPOLAZIONE DELLA STORIA

Secondo una ricerca di Euromedia, il 6% degli italiani ha convinzioni antisemite. Secondo Eurispes sarebbero addirittura il 15,6%, molto più presenti a sinistra (23%) che a destra. In particolare, questi italiani negano del tutto la shoah o sostengono che i numeri degli ebrei deportati siano stati molto gonfiati.

Quando poi si passa a indagare sui motivi scatenanti del pregiudizio antisemita – con buona pace di chi ritiene che antisionismo e antisemitismo siano cose completamente diverse – si trova al primo posto l’ostilità alla politica israeliana e, in particolare, l’idea che gli israeliani starebbero commettendo un “genocidio” ai danni del “popolo palestinese”.

Ecco perché è vano ed illusorio pensare di poter combattere l’antisemitismo limitandosi alle rievocazioni dei lager nazisti e alle testimonianze dei sopravvissuti, come invece si fa regolarmente in occasione della Giornata della Memoria e nelle scuole. Sarebbe necessaria una corretta informazione, innanzitutto storica, sullo Stato di Israele, sul conflitto arabo-israeliano, sulla “questione palestinese”. Accade, invece, che proprio la scuola, attraverso i manuali scolastici (sia pure con gradazioni diverse tutti i testi che nel corso degli anni ho esaminato e anche adottato – e sono tanti – presentavano in modo quantomeno parziale, talora francamente fazioso le vicende e le questioni di cui sopra) e temo anche per opera di taluni insegnanti, alquanto ideologicamente condizionati, contribuisca indirettamente e sia pure involontariamente al radicamento dell’antisemitismo, fornendo ricostruzioni non corrette se non addirittura partigiane di questa vicenda storica e dell’attuale situazione in Medio Oriente. E così, trascorsa la giornata della Memoria, onorati gli ormai pochi sopravvissuti e i sei milioni di ebrei morti, dal 28 gennaio si ricomincia a diffamare gli ebrei vivi dello stato di Israele, magari giungendo a paragonarli ai nazisti…

LE ORIGINI: LA MILLENARIA PRESENZA EBRAICA IN PALESTINA, IL SIONISMO, LA POLITICA BRITANNICA DURANTE LA PRIMA GUERRA MONDIALE

Fino allo scoppio della Prima guerra mondiale, la Palestina e tutta l’area medio-orientale erano, ormai da secoli, sotto il dominio dell’Impero Ottomano. Questo è un primo dato storico da sottolineare di fronte a chi ritiene che il “colonialismo europeo” sia un fattore della “rabbia islamica”: i paesi arabi mediorientali, a differenza ad esempio dei paesi africani o della stessa Algeria, non hanno una lunga storia di dominio coloniale occidentale. La loro storia “coloniale” incomincia solo con la fine della Prima guerra mondiale, si svolge nel modo che vedremo e si esaurisce quasi immediatamente (è il caso dell’Iraq) o dura pochissimi anni e comunque non nelle forme del vecchio colonialismo.

L’Impero Turco entra in guerra a fianco degli Imperi centrali (Germania e Austria-Ungheria) e contro l’Intesa (Francia, Gran Bretagna e Russia) alla fine di ottobre del 1914. In questo modo il Medio Oriente diventa teatro di importanti operazioni belliche e soprattutto di strategie politiche per il dopoguerra. La Gran Bretagna, in previsione della disgregazione del dominio ottomano, è molto attiva nella cura dei propri interessi in quell’area strategica del globo e intreccia rapporti con tutti i soggetti in campo. Si può dire che dal 1916 alla fine della guerra, giochi le sue carte su tre diversi tavoli, in attesa dei futuri sviluppi. La “dichiarazione Balfour”, spesso citata nella propaganda antisionista/antisemita, è solo uno di questi tavoli e non è il più importante.

Incominciamo, comunque, da questa. Il 2 novembre del 1917, il Ministro degli esteri britannico Balfour scrive al rappresentante del movimento sionista in Gran Bretagna, lord Rotschild, per comunicargli il contenuto di una dichiarazione di “simpatia per le aspirazioni del movimento sionista” che era stata approvata dal governo inglese. Il governo di Sua Maestà vedeva con favore “la costituzione in Palestina di un focolare nazionale (National home) per il popolo ebraico” e si sarebbe adoperato per favorire il conseguimento di tale obiettivo, senza peraltro pregiudicare i diritti civili e religiosi delle popolazioni non ebraiche. La dichiarazione seguiva ad una tenace opera di pressione effettuata per due anni dal vero leader sionista britannico, Chaim Weizmann, un chimico che aveva dato tra l’altro con una sua scoperta applicabile alla produzione di proiettili per artiglieria un rilevante contributo allo sforzo bellico. Il governo inglese pensava non solo di ricambiare Weizmann per il favore, ma soprattutto di guadagnarsi il consenso del movimento sionista, attivo anche negli USA. Bisogna ricordare che gli USA non erano ancora entrati direttamente in guerra, anche se sostenevano concretamente francesi e inglesi attraverso la cosiddetta “legge affitti e prestiti”. Il movimento sionista poteva quindi giocare un suo ruolo nell’orientare l’amministrazione statunitense a un impegno sempre più stretto a fianco della Gran Bretagna, impegno reso ancor più necessario dalla critica situazione russa (siamo a qualche giorno dalla rivoluzione bolscevica, che avrà luogo il 7 novembre e che porterà a marzo la Russia a ritirarsi dalla guerra). La dichiarazione Balfour nasce innanzitutto da questo contesto di motivi contingenti, sebbene importanti, e al momento non profila un progetto a più lungo termine, né un impegno vincolante della Gran Bretagna, come le vicende successive chiariranno in modo incontrovertibile. E’ anche vero, tuttavia, che essa, recepita successivamente negli accordi che istituiranno il mandato britannico in Palestina, accordi approvati da tutti i paesi della Società delle Nazioni nel 1922, darà un fondamento giuridico ai diritti del popolo ebraico alla costituzione di uno Stato in quella regione.

D’altra parte, non è certo la dichiarazione Balfour che stabilisce un legame fra il popolo ebraico e la terra di Palestina. Vale la pena di precisare che “Palestina” è il nome che i Romani dettero a questa terra, dopo la repressione della seconda rivolta giudaica nel II secolo e.v. e per cancellare l’identità ebraica, un nome che, in spregio agli ebrei ribelli, voleva richiamare i loro tradizionali nemici, i Filistei, Né questi ultimi, né il termine Palestina hanno nulla che vedere con le popolazioni arabe, all’epoca nomadi e seminomadi e tantomeno con l’islam che ancora non esisteva. Il legame fra il popolo ebraico e la terra poi chiamata Palestina risaliva all’epoca dell’antico Israele e non si era mai veramente interrotto nel corso dei millenni. La dispersione provocata dai Romani e la crescente diaspora non ha comunque mai interrotto la continuità di presenza ebraica nella regione. In particolare, furono ricreate grandi comunità a Gerusalemme ed a Tiberiade nel IX secolo, e nell’XI  nacquero delle comunita’ ebraiche a Rafa, Gaza, Ascalona, Giaffa e Cesarea. Gli ebrei hanno continuato la loro esistenza in Palestina all’epoca dell’invasione dei Turchi Selgiuchidi, sotto gli stati crociati e durante la dominazione Ottomana.

La popolazione ebraica si era già notevolmente incrementata prima del 1917 e a partire almeno dal 1882, per effetto della emigrazione di ebrei dell’Europa Orientale in fuga dai pogrom. Il crescente consenso al progetto sionista di uno stato ebraico derivò, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, innanzitutto dalle persecuzioni violente in Russia, ma anche dalla crescente insicurezza in cui vivevano gli ebrei nel resto dell’Europa di fronte alla violenta recrudescenza antisemita (il primo teorico dell’antisemitismo e della “razza ariana” è il francese Gobineau con l’ Essai sur l’inégalité des races humaines, 1853-54, seguito a fine secolo dall’inglese Chamberlain), un clima che porta tra l’altro all’Affaire Dreyfus in Francia (il caso scoppia nel 1894 e si trascina per oltre un decennio) e al celebre falso denominato I protocolli dei savi di Sion (come vedremo, rilanciato negli ultimi decenni dall’antisionismo arabo)La stessa dichiarazione Balfour è in parte un effetto di questo contesto storico e non è certo essa il fattore del sionismo e dell’emigrazione ebraica in Palestina. Un contesto storico che segna la fine e il tradimento di quella “promessa” dell’Illuminismo occidentale alla quale la stragrande maggioranza degli ebrei della diaspora aveva creduto con convinzione: che si potesse restare ebrei, per tradizione, cultura ed eventualmente per fede religiosa, diventando tuttavia cittadini a tutti gli effetti del paese in cui si risiedeva ormai da svariate generazioni e in un regime di uguaglianza rispetto a tutti gli altri cittadini di quel paese. Non è un caso che a metà dell’Ottocento, quando questa promessa sembra ancora realizzabile se non addirittura già in buona parte effettiva, le idee di Herzl, fondatore del sionismo, abbiano ancora scarsissimo seguito e che invece quelle idee conquistino larghissimo favore qualche decennio dopo.

In ogni caso, quando proclama la dichiarazione Balfour, il governo britannico ha già preso altri accordi con altri soggetti in gioco, accordi potenzialmente in contraddizione tra loro e con l’impegno in favore del sionismo. Nell’ottobre del 1916, il governo inglese rappresentato da Sir Mark Sykes stipula un’intesa segreto con il governo francese rappresentato da Francois-George Picot. Il Medio Oriente viene suddiviso in tre aree, diversamente colorate sulla carta dell’accordo. Nella zona rossa, più o meno corrispondente all’attuale Iraq, gli inglesi si riservavano il diritto di insediare il tipo di amministrazione e controllo che avrebbero voluto. La stessa prerogativa spettava alla Francia nella zona blu, che comprendeva gli attuali paesi della Siria e del Libano più la Cilicia. La “Palestina”, segnata in marrone, era indicata come soggetta a una non meglio precisata “amministrazione internazionale”. Da notare che questa area marrone comprendeva anche la Transgiordania (attuale regno di Giordania) e le alture del Golan e coincideva almeno nominalmente con il territorio in cui il governo inglese si sarebbe poi impegnato, un anno dopo, a favorire la nascita di uno stato ebraico.

Al momento, però, con la guerra ancora in corso, il tavolo di gioco più importante per la Gran Bretagna era un altro ancora e coinvolgeva le popolazioni arabe, o meglio quelli che erano ritenuti i loro più autorevoli rappresentanti: si trattava della dinastia hascemita del deserto, che aveva il controllo, per conto dell’Impero Ottomano, dei luoghi santi della Mecca e quindi rappresentava la massima autorità religiosa di nomina ottomana nel mondo arabo. Il disegno britannico era questo: staccare gli hascemiti e, in particolare, lo “sceriffo” della Mecca Hussein, dai Turchi, metterli a capo di una rivolta nazionalista araba contro il dominio ottomano e renderseli così alleati nella guerra che la Gran Bretagna conduceva dall’Egitto contro gli stessi Turchi e che puntava come obiettivo finale alla conquista di Gerusalemme e Damasco. Una strategia indubbiamente lucida, tanto più che il Sultano, istigato dai tedeschi, aveva a sua volta lanciato ai suoi sudditi arabi un appello al jihad contro inglesi e francesi. Gli inglesi promisero così ad Hussein che avrebbero sostenuto la rivolta araba anti-ottomana con denaro, grano e fucili e sir Mac Mahon, alto commissario in Egitto, nell’ottobre 1915 si impegnava a sostenere l’indipendenza degli arabi nei confini richiesti dallo sceriffo della Mecca, eccetto quelle parti della Siria per cui aveva manifestato interesse la Francia ed eccetto le provincie di Baghdad e Bassora nelle quali ci si riservava di insediare un’amministrazione anglo-araba. Mac Mahon sostenne poi di non aver intenzionalmente citato la Palestina, tra i territori su cui avrebbe dovuto costituirsi il futuro stato arabo. Ciò nonostante, Hussein ritenne che la Gran Bretagna si fosse impegnata in tal senso.

Sulla base di questi accordi Hussein lanciò alle popolazioni arabe l’appello alla rivolta contro i Turchi e formò un esercito arabo capeggiato da suo figlio, Feysal. Le tribù arabe e soprattutto beduine, d’altra parte, raccolsero l’esortazione degli hascemiti limitatamente e con riserve: in genere scendevano in campo solo in presenza di argomenti molto convincenti (il denaro, il grano e le armi, di cui aveva parlato Mc Mahon) e il loro comportamento restava in molti casi ambiguo. Molto spesso, uno stesso sceicco veniva pagato sia dagli inglesi che dai turchi…Chi riuscì a destreggiarsi abilmente in questo mondo infido delle tribù, fu, come è noto, un leggendario archeologo di Oxford, prestato alla guerra e ai servizi di spionaggio: Lawrence d’Arabia.

Se limitiamo il discorso all’area della Palestina, dobbiamo quindi rilevare che essa, tra il 1915 e il 1917, è fatta oggetto di tre diversi accordi, rispettivamente con gli hascemiti (almeno secondo l’interpretazione di questi ultimi), con la Francia e con il movimento sionista e che ciascuno di questi tre accordi prevede una cosa diversa! Non c’è molto da scandalizzarsi, peraltro: la Gran Bretagna ha come obiettivo più immediato quello di vincere la guerra, come obiettivo strategico la difesa dei propri interessi in Medio Oriente e deve tener conto della fluidità e della incertezza della situazione.

IL PERIODO DEL MANDATO IN PALESTINA: LA POLITICA BRITANNICA NEI CONFRONTI DI EBREI ED ARABI

Sconfitti i turchi, grazie innanzitutto alla guerra parallela e irregolare condotta dal Colonnello Lawrence, il figlio di Hussein, l’emiro Faysal, insedia un governo arabo a Damasco e rivendica per sé e per la propria dinastia la sovranità su un regno della “Grande Siria”, che comprenda anche l’area della Palestina. Qui vanno fatte alcune osservazioni, mentre di solito se ne fa solo una, e cioè che questa rivendicazione smaschererebbe l’”inganno” britannico ai danni degli arabi. Certamente, la Gran Bretagna mostra di non voler affatto assecondare le aspirazioni di Faysal. Queste aspirazioni, del resto, tradivano esse stesse la lettera degli accordi stipulati con il governo inglese attraverso Mac Mahon, in quanto si estendevano a zone della Siria che erano previste di pertinenza francese. La violazione degli impegni, in sostanza, non è solo britannica, ma è reciproca e su di essa, peraltro, è davvero futile esercitare giudizi moralistici. Qui ognuno fa il proprio gioco e, peraltro, gli inglesi si preoccuperanno ben presto di “risarcire”, nel modo che vedremo, Hussein, Faysal e la loro casata.

Un’altra importante considerazione, sempre taciuta, è che Faysal e Hussein non parlano mai di una “nazione palestinese” né di un regno o stato palestinese, ma di una causa nazionale araba e di un “regno di Siria”, nel quale regno di Siria è inglobata anche la Palestina. Gli abitanti arabi di questa regione sono considerati semplicemente arabi o, più precisamente, “siriani del sud”. Del resto, ancora il 31 maggio 1956, dinanzi al Consiglio di sicurezza dell’ONU, il futuro dirigente dell’OLP Ahmed Shoukeiry, dichiarò testualmente che “è di pubblica conoscenza che la Palestina non è altro che la Siria del Sud”. E’ quindi bene tener presente che, quando in questa vicenda storica si parla di rivendicazioni arabe o di progetti di stati arabi, in nessun caso e in nessun modo si fa riferimento a rivendicazioni e progetti che riguardino una specifica “nazione araba palestinese”, per il semplice motivo che l’esistenza di una tale entità è bellamente ignorata dagli stessi leader e portavoce del nazionalismo arabo! Come vedremo, la “nazione palestinese” è una costruzione, un’idea o un’invenzione molto recente.

Altro aspetto regolarmente ignorato: Faysal, che interviene anche al Congresso di pace di Parigi a sostegno delle rivendicazioni arabe e sue personali, riconosce pubblicamente e ufficialmente le aspirazioni sioniste, dichiarando testualmente che “fra i due nazionalismi non vi sia incompatibilità”. Nel gennaio 1919 giunge persino a firmare un accordo con il leader sionista Weizmann, accordo con il quale concede la Palestina al movimento sionista, a condizione che fossero contemporaneamente adempiute le promesse britanniche per un regno arabo, aggiungendo, cautelativamente, che se questo non fosse accaduto non avrebbe rispettato una sola parola di quanto convenuto con Weizmann. Pertanto, anche Faysal, al momento il maggiore rappresentante della causa araba, gioca spregiudicatamente su più tavoli, per raggiungere il proprio obiettivo.

Da parte britannica, più che un esplicito diniego delle rivendicazioni hascemite, vi è un prendere tempo: il governo inglese è ben lieto di accogliere la proposta statunitense di una commissione internazionale che si rechi in loco a raccogliere pareri e rivendicazioni e a studiare soluzioni. Questa commissione, a cui gli inglesi si guardano bene dal partecipare, si conclude con un prevedibile nulla di fatto, ma la dilazione dei tempi di decisione determina una radicalizzazione del nazionalismo arabo, che gli hascemiti continuano a fomentare e a strumentalizzare, ma che sempre più largamente sfugge loro di mano. Un congresso arabo riunitosi a Damasco, rivendica la costituzione di un Regno indipendente di Siria che comprenda anche Libano e Palestina e si dichiara violentemente contrario alle “pretese dei sionisti” e “a qualunque immigrazione sionista in qualunque parte del nostro paese, in quanto non riconosciamo loro alcun titolo e li consideriamo invece un grave pericolo per il nostro popolo dal punto di vista nazionale, politico ed economico”. Si trattava di una sorta di dichiarazione di indipendenza che non fu riconosciuta dagli inglesi e dai francesi e che rinnegava la disponibilità degli hascemiti a trattare con il sionismo. I francesi, che vedevano minacciati i territori loro assegnati negli accordi Sykes-Picot (gli unici che riconoscevano e gli unici che gli stessi inglesi non avrebbero potuto facilmente violare), il 20 luglio 1920, intervennero militarmente contro un improvvisato esercito di volontari arabi, sconfiggendolo in modo definitivo ed occupando la Siria, che avrebbero amministrato fino alla seconda guerra mondiale nella forma del mandato.

E’ una svolta decisiva, perché da questo momento in poi, il nazionalismo arabo, soffocato dai francesi in Siria, si orienta sulla Palestina e su Gerusalemme, si scontra direttamente con gli ebrei e con il movimento sionista e vede emergere come leader degli arabi palestinesi, al posto degli ormai screditati hascemiti, l’inquietante figura del muftì di Gerusalemme, che si chiama anche lui Hussein, e sarà filonazista e stretto alleato di Hitler, a cui proporrà la sua collaborazione al progetto di genocidio degli ebrei.

Questo passaggio cruciale ha però notevolissimi effetti anche sulla politica britannica che da questo momento, pur conservando oscillazioni e contraddizioni, segue una chiara direttrice filoarabaViene così di fatto rinnegata la dichiarazione Balfour, nonostante essa venga incorporata nella risoluzione della Società delle Nazioni, che riconosce il mandato britannico sulla Palestina, impegnando in tal modo la Gran Bretagna a promuovere la costituzione di uno stato ebraico.

E’ una leggenda assolutamente falsa storicamente per quanto diffusissima che la Gran Bretagna nel periodo del suo mandato in Palestina abbia favorito gli ebrei a scapito degli arabi. I fatti dimostrano che per molti versi è vero il contrario e se gli arabi possono, solo in parte a ragione, accusare gli inglesi di aver tradito le promesse fatte a Faysal, gli ebrei potrebbero a maggior ragione accusarli di aver tradito la dichiarazione Balfour, con la rilevante differenza che per effetto della risoluzione della Società delle Nazioni, la dichiarazione Balfour non era più un impegno unilaterale del governo inglese, e non era neanche un accordo fra due parti come quello fra Mc Mahon e Faysal, ma era un impegno assunto dall’Inghilterra su mandato della comunità internazionale.

Innanzitutto, il territorio mandatario di Palestina viene mutilato, sicché si restringe drasticamente l’area ove dovrebbe sorgere lo Stato ebraico. Nel 1923, infatti, la Transgiordania, ossia l’attuale regno di Giordania, che era parte integrante della Palestina del mandato, viene staccata da questa e data all’emiro Abdullah che è un altro hascemita e precisamente un altro figlio di Hussein e fratello quindi di Faysal. A Faysal, nel frattempo, era stato già dato il regno dell’Iraq (1921). In tal modo, l’Inghilterra intende risarcire gli hascemiti e tenerli legati a sé come propri partner privilegiati nel teatro mediorientale. Sempre nel 1923, le alture del Golan – ben note a tutti – che erano – attenzione – parte integrante pur esse del territorio mandatario della Palestina, vengono cedute al mandato francese della Siria. Quando si parla delle alture del Golan come “territorio occupato” illegittimamente da Israele nel 1967 e abusivamente sottratto alla Siria, bisognerebbe allora ricordare che ben prima questo territorio era stato sottratto al mandato di Palestina, e quindi allo Stato ebraico previsto dalla dichiarazione Balfour, e altrettanto arbitrariamente e abusivamente ceduto alla Siria. Ma chi lo ricorda mai?

Altre questioni immancabilmente sollevate dalla propaganda araba e filo palestinese sono quelle delle terre “sottratte” dagli ebrei ai contadini arabi durante il mandato britannico e dell’immigrazione ebraica nello stesso periodo. Vediamo la realtà storica.

Riguardo alle terre, esse non furono mai depredate o saccheggiate, ma comprate con regolari contratti e pagate generalmente al di sopra di quello che era in quel momento il loro stimabile valore di mercato. E’ vero che gli esponenti del nazionalismo arabo lanciavano proclami che diffidavano gli arabi dal cedere le terre agli ebrei, ma è altrettanto vero che tanto le famiglie della “feudalità” palestinese, quanto le comunità dei villaggi se ne infischiavano altamente di questi moniti e proclami e cercavano di lucrare sulla vendita di terre che spesso erano incolte e che ritenevano poco produttive (i coloni ebrei avrebbero dimostrato il contrario). Dunque, l’insediamento sionista si realizza in stretta collaborazione con gli arabi e l’idea di ebrei che hanno spogliato gli arabi di case e terre, almeno riguardo al periodo che precede il 1948, è puramente fantastica. Gli investimenti ebraici hanno anzi rivitalizzato l’economia locale, a tutto vantaggio della stessa comunità araba. E’ chiaro che questo processo di trasferimento di terre ha contribuito a compromettere l’obiettivo arabo di impedire la nascita di uno stato ebraico, ma questo è un errore storico che gli arabi devono imputare solo a se stessi (e non è l’ultimo di una lunga serie) e non certo alle autorità britanniche, che anzi intervengono con ripetute ordinanze (1920-21, 1929, 1932, 1940), cercando di limitare drasticamente l’acquisto di terre da parte degli ebrei e di ridurre sempre più l’estensione del focolare nazionale promesso. Ma i proprietari e i contadini arabi non tengono in maggior conto queste ordinanze dei proclami dei loro leader nazionalisti e antisionisti.

Riguardo poi all’immigrazione ebraica, regolarmente denunciata dagli arabi come se si trattasse di una sorta di invasione straniera e di un complotto (“giudeo-massonico”), orchestrato dalla potenza mandataria, abbiamo visto che questa emigrazione incomincia ben prima della Dichiarazione Balfour e del mandato britannico, tra il 1882 e il 1903, quando si verifica la prima grande aliya, per i motivi già richiamati (i pogrom in Europa Orientale e la crescente insicurezza in Europa Occidentale). Con la seconda aliya, che giunge fino al 1914 la popolazione ebraica palestinese è già passata da circa 25.000 unità a circa 85.000. Alla fine degli anni Venti, il numero degli ebrei sarà più che raddoppiato, sfiorando ormai le 200.000 unità. A questo punto il ritmo dell’immigrazione cala considerevolmente fino al 1932, per poi conoscere un’impennata fra il 1933 e il 1935, in seguito alla presa del potere del nazismo. Dal 1922 al 1935 la popolazione ebraica in Palestina passa dal 9 al 27 % del totale. Devo avvertire che i dati demografici sono piuttosto incerti e le ricostruzioni sono condizionate dal conflitto israelo-palestinese. Tuttavia, ho scelto di citarli e di citare quelli riportati da una fonte sicuramente seria, ma certamente non sospetta di ostilità al mondo arabo, né di pregiudizi filoisraeliani  (Mc Carthy, The Population of Palestine, Columbia University press, 1990).

Certamente, fino alla metà degli anni Trenta l’immigrazione ebraica è un fenomeno rilevante, ma si tratta di un processo che non viene affatto favorito dall’autorità britannica e che anzi si svolge largamente in contrasto con le sue volontà e deliberazioni. Questa immigrazione sarebbe stata presumibilmente più ampia, se non fosse stata ostacolata dalla Gran Bretagna, già negli anni di cui sopra e certamente dopo. Fin dal 1922 il primo Libro bianco inaugura, infatti, una serie di misure destinate a limitare drasticamente fino a bloccarla l’immigrazione ebraica in Palestina e a rendere inoperante la portata della Dichiarazione Balfour. Nel 1930, la dichiarazione Balfour è di fatto annullata dall’ennesimo Libro bianco, quello di lord Passfield, segretario alle Colonie. Questo documento era tanto sbilanciato in senso filoarabo e antisionista che il governo Mac Donald si vide costretto dalle pressioni dell’opposizione, ma anche di esponenti del suo partito a rimediare con una lettera dove affermava che il governo britannico non aveva alcuna intenzione di fermare o proibire l’immigrazione degli ebrei. Si trattava di una mera dichiarazione astratta e comunque di un documento che non aveva lo stesso valore del Libro bianco, eppure fu sufficiente ad attizzare ulteriormente il nazionalismo arabo, già protagonista di gravi incidenti nel 1929, quando il  mufti di Palestina aveva arringato la folla a Gerusalemme e ne erano seguiti scontri, con la morte di 133 ebrei e 87 arabi. La vecchia comunità ebraica di Hebron era stata del tutto annientata. Fra il 1936 e il 1939 si succedono le azioni terroristiche arabe tanto contro gli inglesi che contro gli insediamenti ebraici e le rappresaglie britanniche sono molto dure.

Tuttavia, di fronte alla rabbia araba la Gran Bretagna non mostra solo il bastone, ma anche e soprattutto la carota. E’ proprio alla fine di questo periodo insurrezionale che si registra l’ultimo Libro bianco che impone agli ebrei restrizioni gravissime e che hanno una portata assolutamente tragica, se si pensa alla loro situazione in un’Europa che si appresta ad essere in larghissima parte occupata dai nazisti. Si fissa un tetto di 15.000 nuovi arrivi all’anno per 5 anni, dopo di che l’ulteriore immigrazione sarebbe stata soggetta al placet della maggioranza araba, ossia sarebbe stata impossibile. L’acquisto di terre sarebbe stato drasticamente limitato e in alcune regioni semplicemente vietato. Incredibilmente, questo Libro bianco non fu rifiutato solo dagli ebrei, come era ovvio, ma anche dagli arabi.

La politica britannica va letta non solo come tentativo di sedare l’animosità araba, ma soprattutto alla luce della nuova situazione internazionale. L’avvento del fascismo e del nazismo, con la propaganda e la politica filo-araba di Mussolini prima e di Hitler poi, la strategia di alleanza fra pangermanesimo e panarabismo in funzione antibritannica, l’aperto filo nazismo del muftì di Palestina e le sue intese con Hitler, non fanno altro che orientare in modo più deciso in direzione degli arabi una Gran Bretagna timorosa di perdere le sue posizioni in Medio Oriente. Il calcolo britannico è cinico ma semplice: gli ebrei non hanno alternative, non possono che restare legati al carro inglese, mentre occorre sottrarre gli arabi all’influenza tedesca e nazista.

Questa linea politica, peraltro criticata non solo dall’opposizione laburista ma anche e soprattutto da  Churchill, si rivelerà fallimentare e miope e contribuirà indirettamente ad accrescere il numero di vittime della shoah. Il Libro bianco del 1939 fu infatti applicato rigorosamente e le navi di profughi giunte in prossimità dei porti palestinesi furono bloccate. Questa situazione non cambiò nemmeno dopo la fine della guerra e dopo che tutto il mondo aveva ormai saputo dell’orrore del genocidio degli ebrei. Il caso più famoso, ma non certo l’unico, si verificò nel 1947 e fu quello dell’Exodus, che era riuscito a raggiungere il porto di Giaffa. Qui fu impedito ai suoi 4500 passeggeri l’ingresso in Palestina ed essi furono rispediti in Francia da dove sarebbero finiti in degli appositi campi di concentramento in Germania.

La situazione palestinese era ormai ingestibile per la Gran Bretagna, che non solo non aveva minimamente sedato l’ostilità araba nei suoi confronti, ma si era inimicata anche la popolazione ebraica e il movimento sionista. Nonostante tutto, il leader israeliano (sionista e laburista) Ben Gurion tenne un atteggiamento molto responsabile, facendo appello, durante la guerra, a che si combattesse a fianco dell’Inghilterra contro il nazismo, come se il Libro bianconon esistesse. D’altra parte Ben Gurion disse anche che bisognava opporsi al Libro bianco in Palestina, come se la guerra non esistesse, mentre in dissenso con la sua linea si formavano e agivano formazioni ebraiche, prime fra tutte l’Irgun del futuro ministro Begin, che conducevano azioni di guerriglia contro gli inglesi.

LA FINE DEL MANDATO INGLESE E LA RISOLUZIONE 181 DELL’ONU

Alla fine del periodo del mandato, la Gran Bretagna lasciava dunque una situazione esplosiva con nazionalisti arabi e sionisti che si combattevano fra loro e combattevano entrambi, nello stesso tempo, gli inglesi. E’ in queste condizioni che lord Bevin sottopose il problema del mandato palestinese all’assemblea ONU nel febbraio 1947. Non è detto che il governo inglese fosse convinto della necessità di lasciare definitivamente la Palestina. E’ più probabile che sperasse in un prevedibile insuccesso dell’ONU stessa che avrebbe lasciato libera la Gran Bretagna di ritornare in Palestina e stavolta con le mani libere. L’assemblea aveva del resto bisogno di una maggioranza di due terzi difficile allora da ipotizzare. E invece il 29 novembre 1947, fu deliberata a sorpresa la spartizione della Palestina, con la nascita dello Stato ebraico, nonostante l’ostilità araba e il boicottaggio della commissione ONU da parte degli stessi inglesi della commissione. La nascita di quel “focolare nazionale ebraico”, solo teoricamente annunciato nella dichiarazione Balfour, rimasta inoperante fino a quel momento e disattesa innanzitutto dalla Gran Bretagna stessa, avveniva quindi con un voto a larga maggioranza dell’Assemblea delle Nazioni Unite.

Tutta la vicenda qui ricostruita mostra quindi come sia assolutamente falso sul piano storico sostenere che lo Stato di Israele sia nato in seguito alla dichiarazione Balfour e grazie al sostegno britannico. E’ vero, invece, che esso è nato a dispetto della politica britannica e che questa politica, almeno negli anni Trenta, ha ripetuto in Palestina gli stessi errori compiuti in Europa contro Hitler. La repressione delle rivolte arabe e le rappresaglie immancabilmente seguite all’uccisione di soldati e civili britannici non devono ingannare, perché gli inglesi le hanno considerate in quel periodo soltanto delle inevitabili misure militari che non modificavano e anzi paradossalmente rafforzavano quella linea politica di risposta alle rivendicazioni del nazionalismo arabo che era essenzialmente di appeasement. In tal senso, il Libro bianco del 1939 è un po’ il corrispettivo in Palestina e nei confronti degli arabi dell’accordo di Monaco dell’anno prima.

Ma esaminiamo, almeno nelle tappe fondamentali e nei passaggi cruciali, la storia successiva alla risoluzione ONU che decretava la nascita dello Stato di Israele.

La famosa risoluzione 181 dell’ONU, del 1947, prevedeva la creazione di uno Stato ebraico e di uno Stato arabo in Palestina, mentre la città di Gerusalemme avrebbe dovuto costituirsi come “corpus separatum” “sotto uno speciale regime internazionale” e la diretta amministrazione delle Nazioni Unite. Venivano anche definiti i confini fra i due Stati che si sarebbero legati in una unione economica. Si trattava, quindi, di quella soluzione dei “due popoli, due stati” che successivamente diventerà un refrain di varie proposte di pace e un luogo comune nelle dichiarazioni dei politici di tutto il mondo. Ma chi rifiutò la risoluzione 181 delle Nazioni Unite? Gli arabi, non gli ebrei! Questi ultimi, sebbene i confini del previsto stato di Israele lo rendessero praticamente indifendibile militarmente, accolsero con entusiasmo la deliberazione dell’ONU. Gli arabi, invece, la osteggiarono non solo a parole, ma incominciando immediatamente azioni militari contro i quartieri ebraici delle grandi città e allestendo un “Esercito arabo di liberazione”. Sono le premesse della prima guerra arabo-israeliana, che si concluderà solo nel 1949. Prima di occuparcene, una considerazione importante sul testo della risoluzione 181. In esso si parla di Stato “arabo”, non di stato “palestinese”. Il termine “Palestina”, come avveniva da secoli, continua a designare solo la regione geografica, e non una nazione arabo-palestinese della cui esistenza non vi è ancora alcuna coscienza. A riprova incontrovertibile di ciò, si possono citare le espressioni che troviamo più volte nel testo: “Stato arabo palestinese” e “Stato ebraico palestinese”. Entrambi gli stati, non solo quello arabo, ma anche quello ebraico, sono definiti “palestinesi”, in riferimento all’area geografica dove dovrebbero sorgere. Gli arabi che risiedono in Palestina sono ancora considerati semplicemente arabi (se non addirittura “siriani del Sud) e non costituiscono una particolare nazione del più vasto mondo arabo.

LA NASCITA DELLO STATO DI ISRAELE E LA PRIMA GUERRA ARABO-ISRAELIANA

Nella primavera del 1948 la situazione degli ebrei in Palestina pare disperata: le truppe irregolari arabe hanno tagliato le grandi vie di comunicazione, isolando gli insediamenti ebraici; le colonne di rifornimenti vengono sistematicamente decimate da imboscate; sembra scontato che lo stato di Israele o non riuscirà affatto a nascere o sarà immediatamente stroncato dalla guerriglia araba in Palestina e dall’accerchiamento degli altri stati arabi.

Gli unici a credere nella possibilità di Israele sono i dirigenti politici e militari dell’insediamento ebraico in Palestina, da Ben Gurion a Yadin, capo della Haganah, l’organizzazione paramilitare ebraica che si era formata nel periodo del mandato britannico. In poche settimane viene realizzata una offensiva che ottiene dei sorprendenti successi, liberando molte vie di comunicazione e prendendo città come Tiberiade, Haifa e Giaffa. Pesano sia la migliore organizzazione delle forze ebraiche, a fronte della confusione e dei dissidi che regnano in quelle arabe, sia l’arrivo di forniture militari dalla Cecoslovacchia. E’ così che il 14 maggio 1948 può essere proclamata a Tel Aviv la costituzione dello Stato di Israele.

La situazione di Israele resta però molto critica. Subito dopo la proclamazione, i paesi arabi – Egitto, Siria, Transgiordania, Libano e Iraq – entrano ufficialmente in guerra contro il neonato stato di Israele e la loro superiorità in armi e uomini appare schiacciante. Prima di seguire l’imprevisto capovolgimento della situazione è il caso di sottolineare un dato di fatto: il piano ONU di costituzione in Palestina di due Stati (1947) viene rifiutato dagli arabi e il primo conflitto arabo-israeliano (1948-49) viene scatenato sempre dagli arabi con obiettivo la distruzione della presenza ebraica in Palestina.

La ricostruzione storica mostra inoltre che, contrariamente a certe convinzioni piuttosto diffuse ma assolutamente false, lo Stato di Israele non venne costituito su terre che potevano definirsi arabe, né sul piano etnico e demografico, né su quello politico-istituzionale, ma in una regione nella quale vi era già una cospicua presenza ebraica e che politicamente non era mai stata governata dagli arabi e bensì dai Turchi prima e poi dagli Inglesi e dove non era mai esistito uno Stato arabo indipendente.

In breve tempo la superiorità araba si rivelerà puramente teorica e le sorti del conflitto subiranno un completo capovolgimento. Tra i vari fattori che contribuiscono a questo risultato vale la pena di sottolinearne alcuni che non sono puramente tecnici o logistici, ma hanno a che fare con la questione di fondo che stiamo cercando di analizzare. L’esercito israeliano certamente si mostra subito ben più organizzato, compatto e disciplinato degli eserciti arabi, ma ciò non è dovuto o non è dovuto principalmente a fattori, per così dire, “culturali”. I soldati arabi – molti di loro sono poveri contadini egiziani e iracheni – sono poco combattivi, sono indisciplinati e si sbandano facilmente poiché non hanno nessuno zelo per una causa che non sentono propria e per la quale non sono disposti a dare la vita. Emerge inoltre quella che era stata e che sarà una costante delle guerre arabe: le gelosie, le rivalità e i contrasti fra i vari leader. Questi non concordano affatto sugli obiettivi: solo il Mufti di Gerusalemme intende realizzare uno Stato arabo indipendente in Palestina, cacciando gli ebrei (qualche anno prima ne aveva del resto progettato lo sterminio, alleandosi con Hitler, le cui truppe, per fortuna, in Palestina non riuscirono mai ad arrivare). Abdallah, il re di Giordania, fratello di Faysal e figlio di Hussein, vorrebbe conquistare la Cisgiordania e Gerusalemme e tenersele e, per raggiungere l’obiettivo, è anche disposto ad accordarsi con gli ebrei. I siriani, come al solito, sognano di inglobare la regione costituendo una “Grande Siria”. I leader degli altri paesi, Egitto, Arabia, Iraq, non hanno alcun interesse concreto alla guerra e sono mossi solo dall’ideologia panaraba e dalla pressione di settori della loro popolazione, come i Fratelli Musulmani in Egitto.

La guerra dura comunque alcuni mesi e, anche questo va sottolineato, costa agli israeliani che non l’hanno voluta, né incominciata, 6000 morti (un centesimo della popolazione, l’equivalente di 600.000 morti nella attuale popolazione italiana), tra i quali 2000 civili. Alla fine, gli armistizi stipulati con i diversi paesi arabi, assegnano ad Israele un territorio più esteso rispetto a quello previsto dalla risoluzione ONU. Questa è una delle consuete accuse lanciate contro Israele, ma è un’accusa davvero singolare. Nessuno si era infatti mai scandalizzato in precedenza quando un paese, attaccato militarmente da altri stati, dopo averli vittoriosamente respinti, si era annesso dei territori oltre i confini precedenti. Anzi, in verità nessuno si era scandalizzato per l’annessione di territori del nemico sconfitto, neanche nel caso in cui la guerra non si potesse definire difensiva. E’ il caso, per stare a ciò che ci riguarda direttamente, della definitiva annessione del territorio tedesco dell’Alto-Adige/Sud-Tirolo all’Italia dopo la prima guerra mondiale. Ma per Israele, evidentemente valgono metri di misura unici e irripetibili. La storia dell’antisionismo è stata del resto sempre costellata di tali double standard e il double standard nei giudizi sui popoli è considerato dall’ONU un indicatore di razzismo…In ogni caso, nel 1949, le condizioni di armistizio furono discusse con le delegazioni arabe e da queste sottoscritte.

E’ indubbiamente vero che l’unico accordo che poteva preludere a una pace duratura era quello fra Israele e il re della Transgiordania, l’hashemita Abdallah. Questi era l’unico leader arabo a non essere condizionato da pregiudizi ideologici e a guardare soltanto – in modo se si vuole anche cinico – al proprio interesse. Proprio per questo, tuttavia, poteva raggiungere una vera intesa con l’antagonista. Abdallah è l’unico arabo che trae profitto dalla guerra. Ottiene il controllo della Cisgiordania e della città vecchia di Gerusalemme, con i relativi luoghi santi delle tre religioni. Vale la pena di sottolineare anche questo: nel 1949 non sorge alcuno stato arabo indipendente in Palestina, non perché Israele occupi il territorio che l’ONU aveva assegnato a questo Stato (Israele ne occupa solo una porzione minore), ma perché il sovrano arabo della Transgiordania annette il territorio dall’altra parte del fiume Giordano, che avrebbe dovuto costituire buona parte dello stato arabo-palestinese (per intenderci, quello che oggi costituisce i “Territori Palestinesi”, in parte ceduti all’amministrazione palestinese da Israele, che li aveva occupati, come vedremo, nel 1967). Analogamente, la città di Gerusalemme non resta sotto l’amministrazione internazionale, perché è sempre il sovrano giordano che la occupa, almeno nei quartieri che sono il reale oggetto di contesa (quelli della città storica, con la “spianata delle moschee” o Monte del Tempio, il Muro del Pianto, Monte degli Ulivi e il Santo Sepolcro).

Abdallah dopo essersi annesso la Cisgiordania e aver cambiato il nome del suo paese in “Regno di Giordania”, nel 1950 sigla un progetto di accordo di pace con gli israeliani. Viene così bandito dal mondo arabo e, il 20 luglio 1951, viene assassinato sulla spianata delle moschee da un seguace del Muftì di Gerusalemme Al-Husseini, il leader palestinese che anni prima si era alleato con Hitler. Questa vicenda, quasi mai ricordata, ha minato fin dalle origini le prospettive di pace fra arabi e israeliani. Va pure segnalato che l’atto di nascita della “questione palestinese” è legato proprio alla politica di pace di Abdallah: è contro la politica di Abdallah che l’Egitto forma a Gaza un “governo palestinese” seguito da un “Consiglio nazionale palestinese”. Le rivendicazioni della “nazione palestinese” vengono così inaugurate con un atto tipico del problema che ne segnerà sempre la storia: il loro uso strumentale da parte dei governi arabi.

IL PROBLEMA DEI PROFUGHI, GERUSALEMME, L’ANTISEMITISMO ARABO: GLI OSTACOLI INSORMONTABILI SULLA VIA DELLA PACE.

La questione che si è messa regolarmente di traverso sulle prospettive di pace è quella dei profughi palestinesi. Un vero censimento non è mai stato fatto e le cifre fornite dalle due parti sono ampiamente discordanti. Un ragionamento induttivo, sui dati di partenza della Amministrazione britannica, porta alla cifra di 600.000 profughi. Di questi 200.000 si stanziano in Cisgiordania e 180.000 a Gaza, 100.000 in Libano, 70.000 in Siria, 50-60.000 in Transgiordania, piccoli gruppi in altri paesi.

Quali sono le cause del fenomeno? La guerra è ovviamente un fattore, ma non sufficiente a spiegarlo, perché le fughe si verificarono e in modo massiccio anche da zone dove non si era affatto combattuto. Gli israeliani hanno sostenuto che furono i governi arabi a spingere la popolazione a spostarsi prima ancora dell’arrivo degli israeliani. In realtà, salvo casi circoscritti, come quello di Haifa, sembra che il fenomeno sia stato in gran parte spontaneo, una fuga preventiva suscitata dalla paura di rappresaglie e alimentata anche da voci fantasiose. Decisivo fu il fatto che i notabili locali, gli effendi, abbandonassero i loro villaggi: la popolazione, in una organizzazione tribale, non poteva che imitarli.

Da allora, i rappresentanti palestinesi e i governi arabi hanno sempre gettato sul tavolo delle trattative di pace la richiesta del rientro di tutti i profughi (oltretutto in un numero anche ben superiore a quello reale). Considerazioni umanitarie potevano sicuramente indurre Israele a una maggiore disponibilità (Ben Gurion offrì l’accoglienza di 100.000 profughi), ma acconsentire alla richiesta così come veniva formulata equivaleva ad un suicidio per Israele. Si sarebbe trattato di ospitare centinaia di migliaia di profughi che odiavano Israele e che, secondo le stesse autorità arabe (sono innumerevoli le dichiarazioni in proposito), avrebbero dovuto solo lavorare alla distruzione dello stato ebraico.

Il problema dei rifugiati, sebbene reale e drammatico, è stato quindi usato dai leader arabi in modo strumentale, non come condizione per un accordo di pace, ma per mettere un ostacolo insormontabile sulla strada di quell’accordo.

Sarebbe anche il caso di segnalare che, contemporaneamente, centinaia di migliaia di ebrei venivano cacciati dai paesi arabi e, tra l’altro, non poterono stabilirsi, come invece accadde alla maggior parte dei profughi palestinese, a poca distanza dalla loro residenza e in una terra culturalmente e linguisticamente omogenea a quella d’origine. Ma di questi altri profughi non si parla mai.

L’altra questione sulla quale non è mai stato raggiunto neanche un preliminare di accordo è quella di Gerusalemme. Solo dopo la spartizione della città con Abdallah gli stati arabi si decisero ad accettare l’internazionalizzazione , ma era ormai troppo tardi. Seguiremo più avanti le vicende di Gerusalemme negli anni successivi, segnalando comunque fin da ora che essa rimase completamente fuori dai tanto esaltati accordi di Oslo.

Infine, un altro fattore – quasi mai citato – che rende estremamente problematica la pace è la diffusione dell’antisemitismo nel mondo arabo. Tutti gli elementi, gli stereotipi, i materiali della secolare costruzione antigiudaica, a partire dal secondo dopoguerra, ma in parte già nel periodo del Mandato, si trasferiscono dall’Europa cristiana che li aveva inventati e dalla Germania che con il nazismo li aveva portati alle sue estreme e orribili conseguenze al mondo arabo-islamico. I Protocolli dei Savi di Sion, per esempio, furono tradotti in arabo fin dagli anni Venti e da allora conobbero ripetute ristampe; sono citati nello Statuto di Hamas, che pure la sinistra occidentale sembra a volte scambiare per un movimento di liberazione; il Mein Kampf fu una sorta di vademecum degli ufficiali egiziani. Quella distinzione fra antisionismo e antisemitismo, divenuta così cara negli ultimi decenni alla sinistra occidentale, cade del tutto quando si esamina il fenomeno antisemita nel mondo arabo: non si fa mai alcuna differenza fra sionismo ed ebraismo e di conseguenza l’antisionismo arabo si traduce regolarmente e costantemente in antisemitismo. Ciò è provato da una massa ingente e significativa di documenti e testimonianze.

LA GUERRA DEI “SEI GIORNI”

La guerra del 1967 è considerata da molti la colpa fondamentale di Israele ed è quella che ha determinato una drammatica rottura, mai più ricomposta, fra Israele e buona parte della sinistra occidentale. La vulgata su questa vicenda è però largamente deformata, con la rimozione di alcuni elementi e la manipolazione di altri.

Innanzitutto bisogna tener conto del fatto che dalla metà del decennio precedente aveva fatto irruzione sulla scena un personaggio che l’avrebbe negativamente condizionata fino alla sua scomparsa nel 1970: Nasser. Questi, calandosi nel ruolo di guida – demagogica – del panarabismo, radicalizza, innanzitutto verbalmente, ma anche praticamente, la contrapposizione ad Israele (e anche l’antisemitismo arabo). L’accesso allo stretto di Aqaba e quindi al porto israeliano di Eilat – unico sbocco petrolifero e marittimo dello stato ebraico verso il Golfo Persico, l’Oceano Indiano, l’Asia e l’Africa orientale, era stato già seriamente ostacolato dagli egiziani in epoca pre-nasseriana, in barba alle convenzioni internazionali e alle intimazioni dell’ONU. Nasser giunge a bloccarlo del tutto, bloccando anche il transito attraverso il canale di Suez alle navi provenienti da Israele o lì dirette. Dopo la guerra del 1956 – sulla quale per brevità sorvolo in quanto non alterò nella sostanza la situazione preesistente – la tensione aumenta in misura crescente, sia per la propaganda nasseriana, sia per le azioni terroristiche di feddayn da Gaza e dalla Cisgiordania. Israele vive la psicosi dell’assedio e sembra isolata sul piano internazionale: nella crisi del 1956 sia USA che URSS sono infatti intervenuti a bloccare gli israeliani, la cui azione militare era stata istigata da francesi e britannici in seguito alla nazionalizzazione del canale di Suez. Nasser si è poi legato all’URSS da cui riceve aiuti finanziari e militari.

Un incidente come tanti altri – l’abbattimento sopra il lago di Tiberiade di sei Mig siriani che avevano sconfinato – dà l’esca alla più violenta campagna antiisraeliana del leader egiziano. La distruzione dello stato ebraico viene minacciata ogni giorno e truppe egiziane si schierano nel Sinai, in risposta a una presunta mobilitazione e concentrazione di forze di Tsahal – l’esercito israeliano – che in realtà l’ONU stessa smentisce. Forte del consenso nel mondo arabo e dell’appoggio sovietico, a fronte dell’isolamento israeliano, Nasser sembra intenzionato a scatenare la guerra. In realtà, è probabile che il rais non intenda iniziare subito una offensiva militare, ma che voglia logorare lentamente l’antagonista, e attaccarlo poi al momento più opportuno. Israele non può accettare questo lento strangolamento e questa vita in clima da assedio, né può rassegnarsi al blocco di Aqaba. Alla fine, il governo israeliano decide di effettuare un’azione militare preventiva e risolutiva. All’alba del 5 giugno 1967, annientata l’aviazione egiziana, Tsahal travolge le difese egiziane nel Sinai avanzando fino al mar Rosso e al canale di Suez. Dovrebbe trattarsi di un attacco a sorpresa teso ad allentare la morsa egiziana, a forzare il blocco di Aqaba e a neutralizzare eventuali idee di guerra di Nasser, ma il comportamento della Giordania muta completamente i termini della questione. Ecco un importante elemento costantemente rimosso: Israele prese effettivamente l’iniziativa di una offensiva contro l’Egitto nel contesto che si è visto, ma Israele nel 1967 non attaccò la Giordania ma fu da questa attaccato, benchè avesse rassicurato il sovrano hashemita. Hussein fu male informato e venne istigato da Nasser, che del resto controllava di fatto le forze armate giordane. La controffensiva israeliana piegò facilmente le truppe della monarchia hashemita. E’ questa la prima origine della occupazione israeliana di Gerusalemme est e della Cisgiordania. Intanto, nonostante le esitazioni del governo israeliano, la pressione dei kibbutzim della zona – bersagliati da un incessante bombardamento – e dei militari convince Israele ad attaccare la Siria, occupando le alture del Golan, cruciale postazione strategica, che, come abbiamo visto, appartenevano originariamente non alla Siria, ma al territorio del mandato britannico in Palestina.

Si tratta, per Israele, di trasformare il successo militare, ancora più clamoroso di quelli precedenti, in una vittoria diplomatica. Un primo risultato viene raggiunto subito: l’appoggio sovietico a Egitto e Siria, convince gli USA a guardare finalmente ad Israele come al proprio principale alleato in Medio Oriente. Si tratta di una svolta di enorme importanza.

Nella storia spesso mal raccontata della guerra dei Sei giorni si inserisce quella della famosa risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza, regolarmente e maldestramente citata. Secondo la vulgata filopalestinese, la risoluzione imporrebbe a Israele di abbandonare tutti i territori occupati e non avendolo fatto, Israele si sarebbe posto fuori dalla legalità internazionale. Inoltre riconoscerebbe ai palestinesi il diritto ad un proprio stato. Ma è proprio così? No, di certo. Basterebbe capire che una risoluzione così sbilanciata in senso antiisraeliano avrebbe sicuramente incontrato il veto degli USA e probabilmente anche di Francia e Gran Bretagna (e difatti un progetto sovietico di risoluzione era stato subito bloccato).

In realtà, la risoluzione viene formulata volutamente in termini ambigui. Il testo arabo e quello ebraico sono sensibilmente diversi e diversi da quello inglese. Quest’ultimo, intenzionalmente, non chiede il ritiro dai territori occupati, ma genericamente da territori (from territories). Gli israeliani possono quindi sostenere di non aver violato la risoluzione, quando hanno liberato prima il Sinai e poi Gaza. Ma il punto cruciale è ancora un altro. La risoluzione pone due condizioni fondamentali, una, rivolta alle rivendicazione arabe, l’altra a quelle israeliane; il ritiro “da territori” è solo l’una delle due. L’altra riguarda la sicurezza di Israele e la cessazione dell’assedio, a cui si allude chiaramente, sebbene indirettamente, quando si parla di “frontiere sicure e riconosciute” (che attenzione non vengono fatte coincidere con quelle del 1948) e di libertà di navigazione.  Inoltre viene citato, ma genericamente, il problema dei profughi e posto il principio dell’inviolabilità del territorio degli Stati della regione. Infine, i palestinesi vengono citati solo nell’accenno al problema dei profughi ma il testo non parla mai di uno stato palestinese.

In sostanza, se gli arabi potevano accusare Israele di non ottemperare alla risoluzione, non ritirandosi da territori occupati, altrettanto poteva fare lo stato ebraico nei confronti degli arabi, viste le azioni di terrorismo e di guerriglia che continuano negli anni successivi e anzi si intensificano. E tuttavia, in Occidente hanno quasi sempre e solo trovato spazio le ragioni dei palestinesi, quando si è parlato di questa famosa e famigerata risoluzione. Che poi, guarda caso, fu respinta dall’OLP.

DALLA GUERRA DEL KIPPUR AGLI ACCORDI DI CAMP DAVID

Da una guerra all’altra, da quella dei “Sei giorni” a quella del Kippur, passano solo sei anni, ma cambia profondamente lo scenario. Scompare nel 1970 Nasser, che nonostante la disfatta, aveva seguitato nei suoi proclami panarabisti e nella sua feroce campagna antisionista (e antisemita). Il suo successore, Sadat, viene ritenuto una figura minore, quasi grigia. Grande errore di valutazione. Si rivelerà l’unico leader arabo della storia del conflitto capace di operare costruttivamente, ottenendo dei notevolissimi risultati.

Può quindi sembrare paradossale che Sadat sia responsabile sia di una guerra offensiva contro Israele, sia del più importante accordo di pace con lo stato ebraico. In realtà, c’è un filo di coerenza fra l’una e l’altra cosa. Sadat vuole portare l’Egitto fuori da un impasse logorante – una condizione che non era né di pace, né di guerra. Il suo disegno è chiaro: sganciare il paese dall’URSS, riportarlo nel campo occidentale, abbandonare l’ideologia panaraba, raggiungere un modus vivendi duraturo con Israele se realisticamente ci si deve rassegnare a conviverci. Il progetto viene realizzato, ma gli costerà l’ostracismo del mondo arabo e alla fine persino la vita. E’ significativo che i due leader arabi che hanno seriamente cercato la pace con Israele – Abdallah di Giordania e Sadat – siano entrambi finiti assassinati dai loro connazionali.

Sadat cerca subito degli abboccamenti con Israele, ma Israele – il governo laburista – colpevolmente li ignora, non assegnando alcun credito al successore di Nasser e non rendendosi conto della svolta in atto in Egitto. Sadat allora decide la guerra, di concerto con i falchi siriani, e trascinandosi dietro, come al solito, la Giordania. La guerra è concepita come una istantia crucis: o Israele sarà stavolta annientato – scenario altamente improbabile – o perderà comunque la convinzione della propria invulnerabilità, che ha pericolosamente sviluppato dopo il 1949 e soprattutto dopo il 1967 – e accetterà di trattare. Questo obiettivo viene sostanzialmente raggiunto. Israele si fa cogliere di sorpresa – e questo aprirà una aspra polemica interna – e per la prima volta rischia seriamente la disfatta militare. Alla fine, la controffensiva ottiene risultati ancora più brillanti si può dire di quelli delle guerre precedenti, ma su ogni altro piano il bilancio della guerra di Kippur è negativo. Innanzitutto Israele si scopre di nuovo vulnerabile e rischia di ritornare alla sindrome dell’assedio che aveva preceduto la guerra dei Sei Giorni. Sul piano diplomatico è chiaro che padroni del gioco non sono i due contendenti, ma le due superpotenze che infatti impediscono a Tsahal di andare fino in fondo nella controffensiva. Si capisce, inoltre, che gli arabi, se continuano ad essere manifestamente inferiori sul piano militare e tecnologico hanno un’arma temibilissima e dal potere ricattatorio nei confronti degli alleati occidentali dello stato ebraico: il petrolio.

Manca ancora un presupposto al decollo di vere trattative di pace tra egiziani e israeliani: il cambio di maggioranza politica in Israele. La vecchia leadership laburista e sionista è un interlocutore inadeguato per Sadat. La pace verrà invece stipulata dal governo di destra di Begin, l’uomo che nel periodo del mandato aveva organizzato la guerriglia ebraica. E’ solo apparentemente un paradosso: Begin e il suo partito sono meno legati all’ideologia sionista e inoltre la loro priorità è l’annessione della Giudea e Samaria, ossia dei “territori occupati”, ma proprio per questo hanno poco interesse a mantenere l’occupazione del Sinai e cercano piuttosto sicurezza su quella frontiera e negli accessi e sbocchi marittimi. Le trattative saranno comunque lunghe e faticose, anche dopo il sorprendente annuncio di Sadat: il rais “per ottenere la pace e risparmiare la vita anche di un solo soldato egiziano” si dichiara disposto ad andare “anche in capo al mondo, anche alla Knesset di Gerusalemme”. Difficilmente nella storia di questo conflitto si può trovare un altro leader capace di un gesto e di una iniziativa di pari audacia, lungimiranza, realismo, apertura mentale. Le accoglienze a Sadat in Israele sono entusiastiche. La strada resta però difficile, soprattutto perché Sadat è comprensibilmente preoccupato delle reazioni nel mondo arabo e teme l’isolamento. Si è infatti subito costituito un “fronte del rifiuto”, sostenuto dai sovietici e formato da Siria, Libia, Iraq, Algeria, ala sinistra dell’OLP, mentre Giordania e Arabia Saudita tacciono e solo Marocco e Tunisia appoggiano l’iniziativa. Sadat deve pretendere da Israele il ritiro dai territori occupati e il riconoscimento dell’autodeterminazione palestinese. Le posizioni restano dunque lontane. E’ a questo punto che la situazione si sblocca per intervento di un altro fondamentale attore: gli USA. Il Presidente Carter, che non ha poi goduto di buona fama e ha concluso il suo mandato in modo poco glorioso, in questa occasione mostra una pronta intelligenza del momento: c’è l’occasione di riportare gli USA in Medio Oriente in una posizione di assoluta centralità, strappando definitivamente l’Egitto dal campo sovietico e facendo dei due paesi che si avviano a stipulare la pace, un sicuro bastione alleato nell’area.

In tredici lunghi giorni, nel settembre del 1978, si giunge così agli accordi di Camp David. Israele restituisce il Sinai all’Egitto. L’Egitto si impegna a stipulare un trattato di pace e a stabilire normali reazioni diplomatiche con Israele. Israele si impegna a concedere alla popolazione palestinese di Gaza e della Cisgiordania, prima self-autonomy and self government e poi, dopo cinque anni, self-governing authority.

Gli accordi di Camp David sono un fatto storico di grande rilevanza, sicuramente gli accordi più importanti nella storia del conflitto (ben più importanti degli accordi di Oslo).

Le conseguenze principali sono due: 1. Il conseguimento della pace fra Israele e il più importante paese arabo, quello che era quindi stato anche il principale nemico dello Stato ebraico. Questo risultato non è stato mai più messo in discussione. E’ un dato che viene troppe volte incredibilmente sottovalutato. 2. E’ ormai posta in modo ineludibile la “questione palestinese” e con essa anche le premesse – 15 anni prima di Oslo – per l’”autonomia” dei “Territori”.

LE ORIGINI DELLA QUESTIONE PALESTINESE

A dispetto delle costruzioni ideologiche successive e delle fantasiose manipolazioni della storia che attribuiscono antichissime origini alla “nazione palestinese”, sul piano storico si può affermare che una coscienza nazionale palestinese sia nata solo nei campi profughi, a partire dagli anni Cinquanta del Novecento e che si sia realmente affermata solo a partire dal decennio successivo (l’OLP nasce nel 1964). Prima di allora, non vi era mai stata alcuna idea di una specificità e peculiarità palestinese nel contesto della ben più grande “nazione araba”. Ancora nel 1956, Ahmed Shouheiry, che anni dopo diventerà un esponente anche estremista della “causa palestinese”, affermava all’ONU che “è di pubblica conoscenza che la Palestina non è altro che la Siria del Sud”. Si è anche visto come il re della TransGiordania, paese che aveva una metà della popolazione di origini palestinesi – avesse approfittato della prima guerra con Israele, per mettere le mani sui territori al di là del Giordano, impedendo la creazione dello Stato arabo indipendente di Palestina previsto dalla risoluzione 181.

Beninteso, ciò non toglie legittimità alle rivendicazioni palestinesi di autodeterminazione: se si segue il modello di nazione rousseauiano-mazziniano – e non quello romantico-tedesco basato sul Volk, la comunità naturale di sangue – si può dire che tutte le nazioni sono costruzioni storiche e in quanto tali sono “inventate”. Spesso, la scoperta o il recupero di “radici”, memorie storiche, simbologie, lingua, tradizioni letterarie e culturali segue e non precede questa “invenzione”.  Ciò che però è ideologico e spesso pericoloso è rimuovere la coscienza di questa operazione e trasformare una costruzione storica in una realtà atemporale, anche con evidenti falsificazioni della storia. E’ pericoloso perché porta quasi inevitabilmente a scontrarsi con altre “nazionalità” che a loro volta vantano radici e origini antichissime – in questo caso il popolo ebraico, in questo caso pure con molte ragioni. L’antichità di una nazione non è dunque un fattore decisivo – ma neanche va considerato irrilevante – e però non deve divenire oggetto di manipolazioni.

Non si può disconoscere il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi, sebbene resti del tutto aperta la questione del territorio su cui dovrebbe sorgere un loro stato. Il problema più grave è tuttavia un altro: la “coscienza nazionale palestinese” nasce in aperto conflitto con lo Stato ebraico, anzi è in effetti suscitata proprio da questo conflitto, e disconosce il diritto all’esistenza di Israele.

La Carta nazionale palestinese, che è una sorta di Costituzione dell’OLP, redatta nel 1964 ed emendata nel 1968, afferma molto chiaramente che  “La Palestina è la patria del popolo arabo palestinese” (articolo 1), che dovrà essere totalmente liberata dall’occupazione israeliana e la lotta armata è la sola via per la liberazione della Palestina con le armi (articoli 9 e 21). Agli ebrei viene negato lo status di popolo e di nazione (articolo 20), essendo l’ebraismo solo una religione, per cui non esiste un loro diritto all’indipendenza come nazione. Viene anche negato qualsiasi legame storico e spirituale degli ebrei con la Palestina. Gli ebrei sono cittadini degli stati a cui appartengono. Il sionismo è dunque una ideologia razzista, fascista e colonialista e l’occupazione della Palestina con la costituzione dello Stato di Israele sono del tutto illegali. Lo Stato di Israele deve essere distrutto (articolo 22).

Va sottolineato che, sebbene Arafat, in occasione degli accordi di Oslo, si sia pubblicamente impegnato a cancellare o emendare alcuni punti di questo documento, un nuovo testo non è mai stato redatto e dunque la Carta Nazionale Palestinese sopra citata è ancora formalmente in vigore ed è impegnativa per i militanti dell’OLP.

Alle formulazioni della “Costituzione palestinese” segue purtroppo la prassi: gli attacchi terroristici dei feddayn si intensificano e diventano sistematici dopo la guerra dei Sei Giorni, che indubbiamente radicalizza ulteriormente i palestinesi.

Sono azioni che partono dai campi profughi della Giordania e che portano l’esercito di Israele a reagire con ripetuti sconfinamenti. Nel settembre del 1970, il re di Giordania, che teme una destabilizzazione del suo paese, pressato dalla componente beduina della sua popolazione (l’altra metà del suo popolo è appunto palestinese), insofferente di profughi che sono stanziati in armi all’interno del Regno, non ne rispettano le leggi e non pagano tasse, passa all’azione con grande brutalità e smantella i campi palestinesi, costringendoli a ripiegare in Libano. E’ il cosiddetto Settembre nero.

Negli anni successivi la questione palestinese si drammatizza ulteriormente anche in virtù di questa contraddizione: frustrati nelle loro aspirazioni, sconfitti ripetutamente sul piano logistico e militare, mal tollerati o strumentalizzati nel mondo arabo, i palestinesi dell’OLP intraprendono tuttavia con notevole successo un’offensiva diplomatica, che apre ad Arafat le porte dell’ONU (1974), consente di stabilire legami politici, economici e militari col blocco sovietico, di acquisire consenso nel Terzo Mondo e accreditarsi anche presso i paesi occidentali. Riguardo a quest’ultimo e decisivo punto – decisivo perché la questione palestinese non avrebbe mai avuto la forza che ha avuto senza il favore di molti governi europei e in particolare delle sinistre occidentali – l’abilità di Arafat consiste nel riuscire a distinguersi dai radicali del “fronte del rifiuto” accreditando un’immagine moderata di sé. Gli israeliani, o la loro maggioranza, sostengono invece che questa aura di moderatismo sia finta e che quella di Arafat sia solo doppiezza e ambiguità. Alcuni fatti, come quello già richiamato della mai avvenuta modifica della Carta Palestinese, darebbero loro ragione.

Valutazioni così divergenti sulla figura del leader palestinese si possono peraltro meglio interpretare se si coglie l’elemento essenziale della sua strategia, dopo la guerra del Kippur (detta anche “teoria delle tappe”): cominciare a insediare una qualche forma di stato palestinese su un qualunque pezzo di territorio, mantenendo comunque fermo l’obiettivo finale che, se hanno un senso quelle formulazioni, resta quello fissato nella Carta nazionale palestinese. Una tattica moderata, dunque, per l’obiettivo strategico più radicale.

In secondo luogo bisogna tener conto della forte opposizione interna nell’OLP a qualsiasi passo che possa sembrare una “concessione” al nemico sionista, una opposizione prima della sinistra marxista e più recentemente della corrente islamista.

Le posizioni palestinesi sono quantomeno chiare, anche se sembrano prive di sbocco. Nel campo israeliano, invece, le idee su come affrontare la questione palestinese sono diverse e anche contrastanti. Le due opposte opzioni – annessione dei territori o ritiro (“pace in cambio di terra”) – hanno entrambe i loro rispettivi sostenitori in Israele, ma presentano entrambe invincibili difficoltà. L’opzione che sembrerebbe più ragionevole è naufragata nel corso degli anni. Si tratta della cosiddetta “opzione giordano-palestinese”

Essa si basa su una considerazione che pare semplicemente di buon senso: che reali prospettive di sussistenza potrebbe mai avere uno Stato indipendente palestinese in Cisgiordania, precariamente collegato con l’enclave di Gaza, in un territorio piccolo, sovrappopolato ed estremamente povero di risorse? Ecco allora l’idea di uno Stato giordano-palestinese: uno stato palestinese già c’è, si argomenta, ed è la Giordania, basta completarlo con i territori ad ovest del Giordano che la monarchia hashemita peraltro aveva già occupato e con i quali mantiene solidi legami (anche dopo la guerra dei Sei Giorni gli stipendi dei funzionari pubblici venivano pagati dallo stato giordano, le scuole, le municipalità funzionavano in base alle leggi giordane e gli abitanti della Cisgiordania erano ancora cittadini giordani). Il problema è che questa opzione è stata sempre rifiutata dai palestinesi ed infine è stata rigettata anche dal re di Giordania – che ha pure tagliato i legami di cui sopra con la Cisgiordania – timoroso evidentemente di una prevalenza palestinese nel suo Regno.

Siamo quindi ad un impasse che non è mai stato superato e che le vicende successive a Camp David, che ora vedremo nelle loro grandi linee, hanno reso ancora più problematico, a dispetto della retorica sugli accordi di Oslo.

LA GUERRA IN LIBANO

Il governo Begin, che aveva legato i suoi primi anni a un grande risultato come quello di Camp David, concluderà la sua storia con quella che è sicuramente la più sciagurata operazione politico-militare nella storia di Israele. Fu battezzata “Pace in Galilea” e il nome suona ora sinistramente ironico. Il protagonista di tale operazione, più dello stesso Begin, fu Sharon. Presentata come una operazione limitata e tattica, tesa a metter fine allo stillicidio di attacchi terroristici dal Libano verso soldati e coloni israeliani, aveva in realtà obiettivi ben più vasti, ambiziosi e sostanzialmente irrealistici. Si trattava di sradicare la presenza palestinese dal Libano e il quartier generale che l’OLP, dopo Settembre nero, aveva stabilito a Beirut ovest, di normalizzare la situazione libanese sotto il governo dell’alleato Bashir Gemayel, leader della fazione cristiano-maronita, e sottrarre così il paese dei cedri all’influenza siriana. Alla fine solo il primo obiettivo sarà raggiunto, ma con costi molto elevati, mentre sugli altri due punti il fallimento sarà completo e l’operazione innescherà dinamiche che renderanno la situazione del Libano ancora più pericolosa per la sicurezza di Israele, come è rimasta fino ad oggi.

L’operazione incomincia il 6 giugno 1982 e già il quarto giorno, quando Tsahal attacca e sbaraglia anche l’esercito siriano acquartierato ad est, perde il suo apparente carattere tattico e limitato. Per giunta, vista l’ostinazione dei palestinesi asserragliati a Beirut Ovest, le truppe di Sharon incominciano un brutale bombardamento della città, fra le proteste internazionali e i crescenti malumori anche in Israele. Con l’elezione di Gemayel a capo di stato e l’accordo per l’evacuazione dei palestinesi, la situazione sembra comunque volgere in senso favorevole, ma tutto crolla con l’assassinio, il 15 settembre dello stesso Gemayel. Il paese è sull’orlo della guerra civile, gli israeliani entrano a Beirut, le milizia falangiste, inferocite, penetrano nei campi dei profughi palestinesi di Sabra e Chatila e compiono un massacro (la strage nella memoria collettiva viene spesso imputata direttamente a Sharon, il che è falso, anche se la sua indiretta responsabilità è evidente)

L’ondata di indignazione sommerge il governo israeliano e Sharon; per la prima volta vi è una forte protesta di massa anche all’interno di Israele (una manifestazione di 400.000 persone a Tel Aviv), oltre alla formazione di comitati di madri di soldati, alle petizioni e iniziative di intellettuali.

La peggiore conseguenza dell’operazione “Pace in Galilea” per Israele è che ha conseguito esattamente il risultato opposto a quello prefissato: ha creato le premesse per l’egemonia siriana in Libano e per la crescita e l’espansione delle forze islamiste, sotto l’egida sia della Siria, sia del nuovo ed emergente nemico dello Stato ebraico, l’Iran degli ayatollah.

Nei mesi successivi, Israele dovrà ritirarsi da Beirut, abbandonando a sé stessi i maroniti, che verranno rimpiazzati come forza etnico-politico-religiosa egemone dai drusi filosiriani e ben presto dagli integralisti sciiti di Amal e poi soprattutto di Hezbollah. I quali si accampano proprio a Beirut Ovest e inaugurano la serie degli attacchi terroristici suicidi contro le forze occidentali e israeliane.

DALLA PRIMA ALLA SECONDA INTIFADA PASSANDO PER OSLO

L’irrompere inaspettato della prima Intifada, nel 1987, fece grande impressione in Occidente. La “rivolta delle pietre” era fatta per esercitare una notevole suggestione, almeno nel modo in cui fu generalmente presentata dalla stampa. Innanzitutto, si diceva che essa fosse programmaticamente limitata ai territori “occupati” e avesse come proprio motivo scatenante, non solo l’occupazione in sé di queste terre, ma il fatto specifico degli insediamenti coloniali israeliani, secondo una politica che suscitava notevoli critiche sia nei paesi occidentali che nella stessa opposizione israeliana, in quanto veniva considerata una mina sul cammino della pace. La rivolta, poi, dichiarava la rinuncia all’uso delle armi da fuoco e si realizzava anche con azioni di disobbedienza civile. In realtà sono documentati molteplici attacchi con molotov, armi da fuoco e bombe a mano, ma la copertura mediatica in Occidente della vicenda, come da allora in poi è regolarmente accaduto, fu nettamente sbilanciata a favore dei palestinesi.

Quello che però all’opinione pubblica occidentale soprattutto sfuggiva o che non era adeguatamente valutato era la stretta correlazione fra la rivolta e la radicale islamizzazione di Gaza e, in genere, della popolazione palestinese, dove tradizionalmente le componenti laiche avevano avuto ampio spazio ed era anche esistita una significativa minoranza cristiana. Entrambe le cose erano ora in procinto di esser spazzate vie dall’onda islamista, che destabilizzava e indeboliva anche l’OLP, ossia quello che per l’Occidente era l’interlocutore credibile del processo di pace.

Un altro aspetto importante che sfuggì largamente all’opinione pubblica occidentale e che accanto all’Intifada si incominciava a combattere una “Intrafada”, cominciava cioè un regime di repressione sistematica e violenta del dissenso nelle fila palestinesi. Presto i morti palestinesi uccisi da loro connazionali superarono il numero dei morti negli scontri con gli israeliani. A Gaza questo regime di terrore è durato fino ad oggi.

Ciò nonostante, l’Intifada segnò un nuovo crescendo nell’ostilità della sinistra occidentale nei confronti di Israele, anche per la denuncia di episodi di violazione dei diritti umani e per la morte di oltre un migliaio di palestinesi nelle proteste.

Il risultato più notevole dell’Intifada, non certo pensato, né voluto dai suoi promotori, fu però quello di sbloccare la situazione diplomatica e mettere in moto il processo che avrebbe portato agli accordi di Oslo.

Preoccupato dalla crescita degli integralisti islamici, che gli avevano conteso nella seconda fase dell’Intifada la direzione della rivolta e che oltretutto non accettavano di essere inglobati nell’OLP, Arafat capisce di dover assumere una qualche iniziativa. Dall’altra parte, Peres e Rabin cercano di rimediare alle ultime sciagurate avventure dei governi di destra e hanno bisogno di recuperare consensi a livello internazionale. Il 13 settembre 1988, in un discorso al Parlamento Europeo, Arafat si dichiara disposto a negoziare con Israele. Due mesi dopo accetta finalmente la risoluzione 242 dell’ONU, proprio quella che, secondo una certa vulgata occidentale inchioderebbe Israele alle sue colpe e ai suoi misfatti, ma che stranamente non era mai stata accettata dai palestinesi. Arafat si muove comunque in un difficilissimo e anche ambiguo equilibrismo, pressato da un lato dagli USA e dall’opinione pubblica occidentale e mondiale, che gli chiedono di fare i decisivi passi di riconoscimento dello Stato di Israele e di rinuncia alla violenza, e dall’altro dalla cospicua componente palestinese radicale che è contraria a tutto ciò. Alla fine arriverà semplicemente a condannare tutte le forme di terrorismo, ma non la lotta armata come strumento di liberazione. Prima di Oslo, il riconoscimento di Israele rimane invece al massimo implicito, nella accettazione delle risoluzioni ONU, ma non viene chiaramente enunciato.

Si arriva così agli accordi di Oslo del 1993, sui quali è necessario innanzitutto stabilire un po’ di dati oggettivi.

A livello di dichiarazioni di principio – dichiarazioni che in Medio Oriente sono nello stesso tempo per un verso più significative, per l’altro meno impegnative, rispetto a ogni altra area del mondo – Arafat riconosce il diritto di Israele a vivere in pace e sicurezza e rinuncia al terrorismo. Rabin riconosce nell’OLP il legittimo rappresentante del popolo palestinese (queste dichiarazioni vengonoin verità formalizzate e siglate dopo gli accordi di Oslo, sul prato della Casa Bianca). Circa un anno dopo, l’accordo del Cairo mette in atto gli aspetti pratici delle dichiarazioni di Oslo: viene istituita l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) a Gaza (dove sarebbe stata soppiantata da Hamas) e in Cisgiordania. La Cisgiordania viene suddivisa in tre zone. La zona A, quella con le sette principali città, ma con un’estensione di territorio molto ridotta (meno del 3%) è affidata interamente all’ANP. L’area B, con 450 città e villaggi e il 24 % del territorio con l’ordine pubblico affidato ai palestinesi e la sicurezza militare agli israeliani. Infine l’area C, poco popolata, ma geograficamente estesa, dove si trovano gli insediamenti coloniali israeliani e le zone che Israele ritiene strategicamente irrinunciabili, che resta sotto il completo controllo dello Stato ebraico. Le aree palestinesi sono discontinue e isolate e non controllano i valichi.

Gli accordi furono comunque accolti trionfalmente nell’opinione pubblica internazionale come un passo decisivo verso la pace e considerati la svolta più importante se non l’unica significativa nella storia del conflitto. Rabin, Peres e Arafat ottennero il Nobel per la Pace. Quello che è sempre rimasto inesplicabile agli entusiasti commentatori di allora è stato il fatto che dopo quegli accordi il processo di pace che a loro avviso era così ben avviato si sia inopinatamente bloccato. Generalmente, viene data la responsabilità agli “estremisti” di entrambi i fronti e si evoca come fatto emblematico l’uccisione di Rabin. In realtà, se la vicenda viene ricostruita con attenzione, emerge con chiarezza l’estrema fragilità dell’assetto di Oslo, fin dai primi mesi e ben prima della tragica uscita di scena di Rabin, e si evidenzia la crescita della violenza come effetto paradossale della pace di Oslo. Ciò non può essere solo letto in chiave di tradimento o boicottaggio: bisogna capire su quale terreno dilaghi l’estremismo dopo Oslo. E questo terreno è costituito anche dall’ambiguità, dalle omissioni e dalle contraddizioni di quegli accordi.  Vediamoli, abbandonando la mitologia su questi accordi.

Della singolare “geografia” dei Territori palestinesi si è già detto. Essa viene digerita da tutti, perché viene presentata come una sorta di “work in progress”. Non sarà così e non poteva essere così. L’impasse era già inscritto nella falsa coscienza e nelle contraddizioni interne alle due parti. Riguardo ai palestinesi, è evidente che l’accordo rientra nella strategia di Arafat del “processo a tappe” e che solo per questo ottiene un consenso maggioritario. Ma Arafat sarebbe costretto a procedere subito ad altre tappe, per mantenere questo consenso, incalzato come è dagli estremisti. E non può farlo. In particolare, deve porre le questioni che sono rimaste totalmente fuori dagli accordi: profughi e Gerusalemme.

Lo sgretolamento dell’ANP alla lunga è quindi inevitabile (reso ancora più grave dal fatto che gli accordi creano una amministrazione palestinese nei territori che amplifica in modo esponenziale la corruzione cronica del ceto dirigente palestinese e accentua il suo discredito fra le masse palestinesi). L’attuale drammatica crisi dell’ANP è figlia di quello che era apparso il più grande successo diplomatico dell’OLP. Con Oslo, Arafat recupera provvisoriamente una leadership indiscussa, ma fomenta la ulteriore e impetuosa crescita di Hamas e sgretola il terreno sotto i piedi dell’OLP.

Da parte israeliana, il significato inconfessabile ma autentico degli accordi è quello di evitare l’alternativa improponibile fra il ritiro dai territori e l’annessione. Si può anche non mettere in discussione la sincerità di Rabin e ritenere che egli, almeno se si fossero effettivamente realizzate le condizioni opportune (di pace e sicurezza per Israele) pensasse davvero al ritiro definitivo e totale, ma questa soluzione appariva troppo debolmente sostenuta, come del resto l’altra, quella annessionista, e comunque si scontrava con il problema degli insediamenti coloniali, che è un’altra delle clamorose omissioni degli accordi di Oslo. Quindi, di fatto gli accordi di Oslo per Israele sono una non-scelta che evita due scelte ugualmente improponibili. E che blocca ogni ulteriore sviluppo. Dalla posizione di Oslo, dalla sua eccentrica geografia, Israele non può retrocedere, ma ancor meno può avanzare. Lo si è visto negli anni successivi e fino ad oggi. E’ vero che a un certo punto Barak è arrivato a promettere ai palestinesi tutta la Cisgiordania e pure Gerusalemme est, ma non a caso è stato puntualmente sconfitto alle successive elezioni e il suo è stato l’ultimo governo laburista in Israele. Sono già passati venti anni…

La debolezza degli accordi di Oslo è inoltre legata alle importantissime questioni irrisolte, rimosse, eluse, lasciate in sospeso: Gerusalemme, i coloni israeliani, i profughi palestinesi.

E’ quindi lecito concludere che ciò che spesso si dice di questi accordi di pace sia mitologia più che analisi politica e storica.

Gli accordi di Oslo sono subito seguiti da una esplosione di violenza. E soprattutto alimentano la crescita dell’integralismo islamico palestinese, della Jihad islamica e di Hamas. Proprio quando Israele sembra poter superare, con Rabin, certi condizionamenti ideologici che rappresentavano un ostacolo al dialogo (ma in realtà questo è in parte un’illusione, come la tragica fine dello stesso Rabin mostra), una barriera ideologica ben più massiccia e praticamente invalicabile si erge sul fronte palestinese. Per l’islamismo palestinese è inconcepibile ciò che Arafat, fosse pure in modo riluttante, incerto e ambiguo ha concesso: non c’è alternativa alla distruzione di Israele. Agli ebrei che vivono nella umma islamica spetta la condizione giuridicamente inferiore di dhimmi. Solo così la loro presenza può essere accettata. Che invece gli ebrei pretendano di avere un proprio Stato nel dar-al islam, nella casa dell’islam, e che questo stato sia pure economicamente, tecnologicamente e militarmente ben più forte degli stati arabi, che ne occupi dei territori e tenga soggetta la popolazione islamica è uno scandalo inaccettabile. E se gli ebrei ci sono riusciti è solo per il potere che gestiscono a livello mondiale. Il fondamentalismo islamico palestinese recupera e rilancia così tutto l’armamentario antisemita, dal complotto mondiale giudeo-massonico ai Protocolli dei Savi di Sion, esplicitamente citati nella Carta di Hamas. Dall’antisemitismo implicito della Carta Nazionale Palestinese si passa all’antisemitismo esplicito ed eclatante dello Statuto di Hamas.

Dopo Oslo, Hamas incomincia a uccidere e rapire soldati israeliani e lancia gli attentati contro i civili nelle stesse città israeliane, sui bus, nei centri commerciali. In nove mesi vengono uccisi 59 israeliani. Nei tre anni successivi ad Oslo le vittime saranno 300. Agli occhi della gran parte degli israeliani, gli accordi di Oslo – già ratificati a stretta maggioranza – non hanno portato la pace, ma morte e distruzione. La popolarità di Rabin precipita. L’aspetto veramente preoccupante è però la inaudita violenza verbale della campagna contro il leader israeliano, che supera ogni legittimo diritto di critica e di opposizione. Negli ambienti della destra estrema, del nazionalismo religioso e dei coloni non solo si arriva a definire correntemente Rabin un pazzo o un traditore, ma un collaborazionista e persino un fascista. Lo paragonano a Mussolini o a Petain. L’assassinio di Rabin non può purtroppo essere liquidato come il gesto di un folle isolato e di un singolo fanatico, ma si inserisce in questo contesto e, in particolare, in quello del nazionalismo religioso. Ygal Amir, l’uccisore di Rabin, sostenne di aver agito secondo un din rodef proclamato da alcuni rabbini. Il din rodef è una halakhah , una norma talmudica, che permette l’uccisione di un assalitore che sta per colpire. Alcuni rabbini discutevano effettivamente l’eventualità di mettere il governo sotto processo in base a questa legge talmudica codificata nel III secolo. Amir si richiamò inoltre all’episodio biblico di Fineas, che uccide per “zelo” nei confronti di Dio.

E’ evidente che fortunatamente il caso dell’omicida Amir resta isolato anche nell’estremismo religioso ebraico, come isolati erano i rabbini sopra citati, ma il tragico episodio va comunque letto in quel contesto di violenza e di imbarbarimento del dibattito, anche in Israele, che segue gli accordi di Oslo.

Nel periodo successivo, i negoziati proseguono stancamente intorno a quote di terra della Cisgiordania da trasferire dall’area C all’area B e dall’area B all’area A, in modo da estendere il controllo palestinese, ma non ci sono modifiche sostanziali. Si arriva così agli incontri di Camp David promossi da Clinton che registrano un drammatico fallimento, da un lato perché la situazione della divisione territoriale non può fare progressi sostanziali, dall’altro perché gli israeliani hanno continuato ad espandere gli insediamenti coloniali (e questo, beninteso, non solo con i governi del Likud, ma anche con quello del laburista Barak) mentre Arafat pone le questioni dei profughi e di Gerusalemme (rivendicando addirittura tutta la città vecchia escluso il quartiere ebraico).

Dopo questo fallimento c’erano tutti i presupposti per una riesplosione della violenza, che avvenne puntualmente con la seconda Intifada o Intifada di Al-Aqsa. Anche in questo caso, la narrazione dei media occidentali fu piuttosto sbilanciata: la responsabilità veniva ascritta essenzialmente alla provocatoria “passeggiata” di Sharon sul Monte del Tempio, o Spianata delle Moschee. Senza nulla togliere alla inopportunità dell’iniziativa di Sharon, è certo che le violenze fossero incominciate già in precedenza e che la famosa “passeggiata” sia stata il detonatore di una miscela esplosiva che era stata già preparata. Se è piuttosto improprio definire la prima Intifada una “rivolta delle pietre”, come abbiamo visto, la seconda fu senz’altro una rivolta armata, alla quale Israele rispose subito con la forza. Fu inoltre caratterizzata da una escalation degli attentati suicidi contro civili israeliani. A metà Febbraio 2003, erano stati uccisi 2075 Palestinesi e 727 Israeliani. Questi numeri vengono solitamente interpretati come un eccesso di reazione violenta da parte di Israele, visto che le vittime palestinesi sono quasi tre volte superiori a quelle israeliane, senza voler neanche considerare coloro, che purtroppo sono numerosi, che parlano di “genocidio”. Ma non si tiene conto di alcuni elementi. Innanzitutto, fra le vittime israeliane la maggior parte sono civili uccisi in attacchi terroristici indiscriminati. In secondo luogo bisogna considerare il fatto che da una parte abbiamo un esercito regolare, ben organizzato e ben armato, dall’altra un “esercito” irregolare, in gran parte formato da ragazzini mandati allo sbaraglio. Infine, il numero dei palestinesi impegnati negli scontri è ben superiore a quello dei soldati israeliani. Il discorso va allora rovesciato e ci si dovrebbe chiedere in quale paese, di fronte ad azioni terroristiche e di guerriglia, si registrerebbe un numero di morti inferiore fra i rivoltosi. La preoccupazione di Tsahal di evitare o limitare al massimo le vittime civili nel corso delle azioni militari che si ritengono inevitabili e che si confermerà in modo ancora più evidente nelle varie operazioni a Gaza degli anni successivi, è del resto determinata anche dalla vigilanza e dalla critica implacabile che l’opinione pubblica non solo internazionale, ma anche interna esercita. E questo è evidentemente un caso unico nel Medio Oriente. Israele è un paese democratico con solidi legami con gli altri paesi democratici e non può permettersi nessun passo falso, a differenza dei regimi arabi e delle entità politiche palestinesi. Parlare di “genocidio” dei palestinesi è cosa di una enorme disonestà intellettuale e paragonare Israele ai nazisti è un’indecenza che rivela un sostanziale antisemitismo.  

Falliti i tentativi di riaprire i negoziati, lo stillicidio degli attacchi suicidi portò Sharon, che intanto aveva vinto le elezioni ed era divenuto Primo Ministro, a lanciare l’operazione denominata “Scudo difensivo” in Cisgiordania e, in particolare, nelle città di Jenin, Nablus e Ramallah. Solo da Jenin erano partiti 28 attentatori suicidi. Il casus belli fu l’ennesimo attacco kamikaze che in un hotel aveva portato alla morte di 30 persone con 140 feriti. A Ramallah fu assediato il quartier generale di Arafat. Una efficace difesa dagli attentatori suicidi si è avuta però solo con la costruzione del muro di separazione, incominciata nello stesso 2002. Le puntuali e indignate proteste europee contro il “muro della vergogna” sembrano ignorare il fatto che esso ha posto fine agli attacchi suicidi, salvando la vita a un numero imprecisato di civili innocenti.

In concomitanza con questi drammatici eventi il Presidente degli USA George W. Bush lanciava  in un discorso un nuovo piano di pace, la cosiddetta road map che non ha avuto risultati apprezzabili.

HAMAS A GAZA E LO STALLO DEI NEGOZIATI

Dalla seconda Intifada il processo di pace è entrato in una fase di stagnazione e l’epicentro del conflitto si è spostato a Gaza.

Non è il caso di seguire dettagliatamente la miriade di proposte, annunci, tentativi che non hanno portato a risultati concreti. Tutti i negoziati sono regolarmente falliti e si è rimasti a una dichiarazione di principio, dell’una e dell’altra parte in causa, ripresa anche da una risoluzione ONU del 2016 che impegna alla soluzione “dei due stati” attraverso un percorso negoziale. Percorso che è però fermo.

A Gaza, invece, la situazione ha conosciuto una drammatica evoluzione, a partire, anche in questo caso, da una iniziativa di Sharon che, paradossalmente, andava incontro alle richieste palestinesi. Nel 2003 Sharon annunciò il ritiro unilaterale da Gaza, portato a termine due anni dopo, e il passaggio della città e della Striscia sotto l’amministrazione palestinese. Sharon, come del resto un po’ tutti i leader israeliani, aveva forse sopravvalutato la forza di Fatah, il partito che era stato di Arafat ed ora era guidato da Abu Mazen e che era sempre stato la colonna portante dell’OLP, e aveva sottovalutato Hamas. Sta di fatto che le elezioni del 2006 furono vinte da Hamas che presto espulse Fatah da Gaza con una sorta di guerra civile fra palestinesi. USA ed Europa reagirono con le sanzioni, Israele con il blocco, ma Hamas ha mantenuto il controllo di Gaza fino ad oggi, instaurandovi un regime di terrore islamista, facendo segnare una nuova escalation del conflitto, fra ripetuti lanci di razzi sul territorio israeliano e risposta israeliana (generalmente sui media occidentali si parla solo della reazione israeliana, quando essa avviene, dopo ripetuti attacchi da Gaza). Si è così instaurato un conflitto endemico relativamente a bassa intensità fra Gaza e il sud di Israele, salvo momenti di drammatico inasprimento come quello del 2008 e quello del 2014. Questi momenti sono stati puntualmente l’occasione per violente campagne anti-israeliane in Europa e per le accuse precedentemente citate, nonché per azioni di boicottaggio di prodotti israeliani. Ma ne abbiamo già parlato.

Attualmente, vi sono ben pochi fatti nuovi rilevanti. Il principale è la debolezza politica dei palestinesi, debole e screditata l’ANP di Abu Mazen, forte a Gaza, ma sempre più isolata nel mondo arabo Hamas. Nel mondo arabo, la questione palestinese non è più la drammatica, sebbene retorica e strumentale, priorità che è stata per decenni. Non a caso, viene sollevata soprattutto da soggetti islamici, ma non arabi e in un caso neanche sunniti: la Turchia di Erdogan, per le sue ambizioni imperiali neo-ottomane, e l’Iran degli ayatollah, che oggi è anche la più formidabile centrale di propagazione nel mondo dell’antisemitismo.

Il successo diplomatico che ha portato al riconoscimento da parte dell’ONU e da parte di una lunga serie di paese dello “Stato di Palestina” è dunque privo di sostanza. Dall’altra parte, Israele ha ottenuto da Trump il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato e la legittimazione dell’annessione degli insediamenti in Cisgiordania.


AVVERTENZA 

Trattandosi di una sintesi divulgativa e non di un saggio, non ho inserito note per non appesantire troppo il discorso. Sono ovviamente debitore nei confronti di vari autori e innanzitutto di Eli Barnavi, la cui Storia di Israele, dalla nascita dello Stato all’assassinio di Rabin, che ho ampiamente utilizzato, offre a mio avviso la migliore ricostruzione della vicenda, disponibile in italiano, per documentazione ed onestà intellettuale. La consiglio a chi cercasse ulteriori approfondimenti. 

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